Anni fa, un noto giornalista sportivo raccontava quanto fosse difficile fare la telecronaca della maggior parte delle gare olimpiche. Bisogna studiare tanto, diceva, ed essere capaci di descrivere il gesto atletico in relazione alle regole della disciplina. Per una partita di calcio, ti puoi concentrare solo sull’azione, perché non serve spiegare che ci sono due formazioni in campo, composte da undici giocatori, il cui scopo è buttare il pallone nella porta avversaria, eccetera. Lo sanno tutti. Non altrettanto si può dire per quelle discipline (la maggior parte) che godono di attenzione ogni quattro anni. La bellezza dello spettacolo sportivo passa anche attraverso l’immediatezza della sua comprensione, perciò mentre lo si racconta lo si deve anche insegnare.

Quel giornalista era Stefano Bizzotto, noto commentatore di calcio e di molte discipline olimpiche. Ai prossimi Giochi di Parigi, le sue parole risulteranno più che mai vere quando i riflettori si accenderanno su una nuova entrata, una disciplina con un enorme retroterra culturale: più un fenomeno sociale che un’attività agonistica, con un suo lessico ricco e simbolico.

Non chiamiamoli atleti ma b-girls e b-boys (i Bs): sono loro gli interpreti del breaking, meglio noto come break dance, che il 9 e il 10 agosto si contenderanno, per la prima volta nella storia, una medaglia olimpica. Nessuno sa dire con certezza se la “b “sta per Bronx, il quartiere newyorkese dove il breaking è stato concepito o se piuttosto sta per break (pausa): in origine, infatti, i primi passi di questa danza vennero mossi durante gli intervalli usati dai DJ per separare i brani musicali.

Ma il dettaglio non è importante: ciò che deve essere chiaro a tutti, a partire dal nome con cui li si riconosce, è che prima che atleti, artisti, acrobati o qualsiasi altro termine possa venire in mente osservandoli in azione, loro sono i Bs, i ragazzi di una comunità globale che si allarga veloce come i ritmi delle musiche su cui si muovono.

Per gli europei di mezza età e non troppo appassionati di ballo, la break dance non dice granché: per qualcuno significa riavvolgere la pellicola dei ricordi fino al 1983 e ripescare le immagini del film Flashdance.

Ai più attenti allo sport potrebbe richiamare la profetica esibizione durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Certo è che, da semplice comparsa coreografica a protagonista della massima scena sportiva mondiale il salto, per i non addetti ai lavori, può risultare incomprensibile.

I primi campioni olimpici di breaking della storia lotteranno per il titolo nella suggestiva place della Concorde, location azzeccata tanto per la sua bellezza quanto per il suo passato. Prima di essere ribattezzata piazza della Concordia si chiamava piazza della Rivoluzione, poiché fu la cornice entro cui la Francia visse le più significative azioni rivoluzionarie dalla presa della Bastiglia in poi, decapitazioni comprese: cambiarne il nome fu il primo segnale attraverso cui esprimere il desiderio di farne un luogo di pace e armonia.

Contesto migliore dunque non poteva essere scelto, per il debutto olimpico di una disciplina che affonda le radici nella pace. Il breaking è infatti uno dei quattro elementi della cultura hip hop, sviluppatasi negli anni 70 del secolo scorso, capace di compiere un’autentica metamorfosi relazionale. Nelle povere, degradate strade del Bronx, assimilabile a un enorme ghetto, il breaking riuscì a trasformare gli scontri violenti tra bande in confronti pacifici consumati a ritmo di musica. Le gang disposte in circolo iniziarono a sfidarsi a colpi di passi e acrobazie, in round di uno contro uno: il migliore non era più chi si imponeva con la sopraffazione brutale ma chi sapeva emergere per originalità, stile, spettacolarità. Dai quartieri newyorkesi alle strade di tutto il mondo, il passo fu breve: un successo spontaneo sgorgato come naturale conseguenza del contenuto multietnico e multidisciplinare con cui il breaking è nato e che risuona con le sensibilità di tutte le latitudini. Per la ricchezza di stimoli diversi su cui si è evoluto sa accogliere influenze continue dal nord e dal sud del mondo e si conferma come strumento di integrazione sempre più adatto alle trasformazioni sociali in atto.

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La fusione tra arte e sport ha prima confuso e poi convinto anche i più scettici puristi, refrattari alle contaminazioni. Arte e sport possono coesistere, entrambi sanno emozionare, ispirare, unire, possono essere potenti mezzi di espressione di sé, così come di cambiamento culturale. Il paradigma dello sport agonistico prevede standardizzazione e misurabilità apparentemente in conflitto con la libertà creativa dell’arte ma, appunto, solo apparentemente. Ogni disciplina sportiva, all’interno dei suoi regolamenti, lascia spazio all’interpretazione soggettiva dei confini e perciò anche ad innovazioni. E ogni arte ha tecniche o stili di riferimento, se non altro per dimostrare di non volerli rispettare.

Le regole studiate per la versione agonistica del breaking (testate con successo ai Giochi olimpici giovanili di Buenos Aires del 2018) mantengono i suoi elementi originari. Il confronto a due (detto battle) viene introdotto da passi e mosse di sfida rivolte all’avversario. Nel frattempo la musica, scelta dal DJ e quindi sconosciuta ai Bs, ispira l’esibizione mettendo alla prova la capacità di improvvisare. Il punteggio della giuria si basa su criteri che valutano creatività, tecnica, varietà, performance, musicalità e ... personalità. Ogni aspetto ha i suoi elementi e i suoi nomi tecnici. Così come abbiamo familiarizzato con l’Axel del pattinaggio artistico o il carpiato dei tuffi, impareremo anche a distinguere le difficoltà del “freeze” e del “power move” del breaking.

Probabilmente però, a mettere in crisi chi racconterà al pubblico la gara della neonata disciplina olimpica, più che i contenuti tecnici saranno le osservazioni sul mondo interiore dei Bs: non sarà facile trovare le parole per interpretare le visioni o forse sarebbe meglio dire la spiritualità, attraverso cui esprimono personalità e creatività. Molti Bs descrivono le proprie esibizioni come momenti di guarigione, di connessione a un’energia superiore: impossibile non vederci un collegamento con le danza cosmica dei Sufi e, in generale, con le varie espressioni della danza come forma di preghiera.

Per rappresentare l’Italia nel breaking olimpico abbiamo solo due speranze, due donne, le uniche rimaste in corsa per le qualificazioni: teniamole d’occhio nelle prossime settimane. Sono Antilai Sandrini in arte bgirl-Anti e Alessandra Chillemi, in arte bgirl-Lexy. Già, perché per riuscire a seguirle bisogna conoscerne anche il nome d’arte: ogni Bs lo deve avere, altrimenti sono gli stessi avversari ad assegnarne uno. È forse questo, in estrema sintesi, il fascino nuovo che arriverà diritto al cuore degli spettatori olimpici e che non avrà bisogno di parole per descriverlo: nel breaking con il tuo avversario ci devi ballare. Lo guardi, lo chiami, lo sfidi, stabilisci un rapporto ed è con te nella tua esibizione taumaturgica. Un’emozionante rivoluzione pacifica che scriverà una nuova storia sulla place de la Concorde.

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