Le liste del Pd sono fatte e lo psicodramma (per ora) pare terminato. Non c’è da sorprendersi: ogni volta che si entra nel tunnel delle liste elettorali, scatta una battaglia tra correnti oltre che tra concorrenti della medesima tendenza, concentrata sugli “interessi piccoli”. Accade a tutte le forze politiche ma tra i democratici è più evidente perché i diverbi si svolgono alla luce del sole.

Ogni volta i segretari di turno dicono che ciò dipende dalla trasparenza e democraticità utilizzate ma non è del tutto vero: per farsi strada nella contesa, nel Pd si usano i giornali e i media molto più che nelle altre forze politiche. Numerosi sono coloro che nei media partecipano attivamente allo scontro, memori di un tempo in cui il centrosinistra contava di più, anche se l’influenza della stampa è ormai ridotta. A chi non fa parte del partito i dirigenti dicono che non importa dove stai in lista visto che si tratta di proporzionali, ma poi loro stessi si smentiscono sbranandosi a vicenda e tentando di superarsi in graduatoria.

Uno spettacolino divertente se non fosse che non aiuta l’opposizione a crescere. A destra le cose avvengono in modo più ordinato e le ostilità interne – che pur ci sono – non sono messe in piazza allo stesso modo. Cresce l’influenza di Forza Italia dentro la coalizione guidata da Giorgia Meloni, grazie all’abilità con la quale Antonio Tajani sta ricostruendo una presenza diffusa sul territorio. In molti avevano scommesso sulla fine del partito berlusconiano dopo la morte del suo fondatore e con la presa di distanza della famiglia. Al contrario mai come ora escono libri e memorie sulla lunga cavalcata del Cavaliere e sull’impronta che lascia nel paese.

Al centro in molti si erano illusi di poter conquistare quei voti, facendo conto su di essi per scardinare il duopolio delle coalizioni nate a metà degli anni Novanta. Invece siamo ancora lì, anche se a sinistra la ricomposizione sembra più difficile vista l’insofferenza del M5S ad ogni alleanza stabile. Il guaio è che dopo l’astensionismo a sinistra, che ha tagliato le gambe agli eredi dell’Ulivo, ora la delusione politica attecchisce anche tra gli elettori moderati: chi non vota Forza Italia (a causa della sua alleanza a destra), ormai preferisce non recarsi alle urne perché ciò che vede non può soddisfarlo. I cosiddetti partiti di centro non appaiono moderati o ragionevoli ma attanagliati da dissidi ancor più forti di quelli tradizionali dentro il Pd o alleati a forze non centriste né moderate.

Spifferi e correnti

La novità vera è che la segretaria Elly Schlein sta cercando di ottenere un risultato mai visto tra i democratici: aprire le liste senza calcolare il dosaggio tra correnti, addirittura con il consenso del presidente Bonaccini che ha ben compreso l’inutilità di dare adito a discussioni faziose.

La polemica sul nome della leader nel simbolo è stata pretestuosa: Veltroni l’aveva già fatto. L’idea di Schlein non è di distruggere le correnti (magari per formarne di nuove) ma di lasciarle spegnersi nel tempo, dimostrandone l’assoluta inutilità. Niente battaglie di principio o moralistiche contro le attuali fazioni: soltanto riscontrare e comprovare che non rappresentano più vere istanze di ceti, territori o scuole di pensiero. Non che sia un bene ma è così.

Facendo molto meno rumore, anche in Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha avuto il suo da fare con le correnti, come si è visto al congresso romano con i “gabbiani”. Solo che la sfida del governo ha spostato l’asticella molto più in alto e la premier sta portando il suo partito verso una rapida maturazione, non limitandosi più alle contese del passato.

La disputa sul 25 aprile e sull’antifascismo è la sola barriera che ancora rimane per una totale normalizzazione di una forza politica che si vuole l’erede di partiti nati al di fuori del cosiddetto “arco costituzionale”. La questione non è la lettura storica sul fascismo: è evidente che non ci si può riferire ad un’ideologia che ha portato l’Italia all’umiliazione e alla sconfitta. Come dice Alessandro Barbero: «preferite forse che al posto degli alleati avessero vinto quelli dei campi di sterminio?».

Il fascismo ci mise dalla parte sbagliata, punto. Ma il tema è sentire l’appartenenza alla costituzione (strutturalmente antifascista nella sua essenza) oppure no. Evitare di rispondere usando l’artifizio dell’anticomunismo non basta più e dimostra solo riluttanza, anche perché l’autocritica e la conversione a sinistra e tra i comunisti ci sono state da tempo (ricordate il nome della Cosa?) e ripetutamente, creando drammi e qualche tragedia umana. Basterebbe vedere assunta la medesima dimensione a destra, perché ciò di cui c’è assolutamente bisogno oggi è di unità nazionale attorno ai valori: quelli della costituzione sono i più condivisi.

Il duello

In un mondo caotico dobbiamo essere uniti (e sentirci uniti) almeno sull’essenziale. Il duello tra le due donne della politica italiana, la presidente del consiglio e la segretaria del Pd, sarà a questo proposito molto interessante. Per uscire dalle pastoie del passato e offrire la loro visione del ruolo dell’Italia in Europa, entrambe possono spingere il dibattito verso l’alto assumendo i temi del futuro e tralasciando gli slogan ad effetto. I temi sono da far tremare i polsi.

L’Italia che si affaccia alle elezioni europee dovrà scegliere che posizione avere sulla guerra in Ucraina: non ci si può limitare a dire solo «più armi» ma ci vuole un pensiero innovativo su come uscire dalla guerra senza darla vinta a Putin. Dovremo poi immaginare cosa fare per dirimere la contesa israelo-palestinese: in altre parole si tratta di ideare come –concretamente – creare i due stati. Serve sapere quale ruolo imprimere alla Ue nel Sahel e più generalmente in Africa e a tal proposito Schlein deve decidere se aderire al piano Mattei facendone una politica bipartisan.

C’è il nodo migratorio dove già sappiamo che l’accordo con l’Albania (in qualunque modo la si pensi) non potrà bastare e che quello con la Tunisia rimane fragile. La criminalizzazione delle ONG del mare non può più essere sufficiente a Giorgia Meloni. I corridoi umanitari da tempo operanti, e quelli lavorativi di nuovissima creazione, che la Comunità di Sant’Egidio sta promuovendo, indicano una strada innovativa, non polemica, legale, rispettosa dei bisogni degli italiani (famiglie e imprese), inclusiva della società civile: può divenire un modello nazionale (ed europeo invero). L’Italia in Europa dovrà dire la sua sulle istituzioni europee e sulle scelte fondamentali: il voto sul patto di stabilità dimostra che c’è molto di cui parlare. Dovremo prima di tutto decidere cosa fare del nostro debito pubblico per non spaventare i mercati e non distruggere il risparmio: un compito non facile.

I temi

Necessario dibattere di istruzione, formazione e ricerca: troppe lacune ancora presenti nel nostro sistema, che incitano i giovani italiani a partire. Le due leader ci dovranno dire cosa pensano (e prevedono) sul futuro del welfare italiano: sanità e prevenzione oltre che previdenza. Il grido di dolore che sale dai medici e dagli ospedali, oltre che dalla gente, è ormai assordante.

Cosa dobbiamo aspettarci? Poi ci sono tante altre cose: quale sistema di protezione civile adottare; che sostegno allo sviluppo delle PMI; che fare del nostro sistema bancario ecc. Non si potrà parlare di tutto ma basterebbe un dibattuto vero sul futuro e non bisticci ideologici con frasi ad effetto. La sloganistica piace ai tifosi ma non aiuta l’Italia.

Urge un momento di serietà e di gravitas perché i tempi sono difficili: alla segretaria del PD le tirate sui diritti non possono più bastare più così come la premier non può più limitarsi alla “romanità” della battuta e della replica immediata. Serve profondità e responsabilità, assieme magari anche ad un pizzico di bipartisanship che lanci un messaggio controcorrente rispetto alle guerre culturali in corso dentro le democrazie d’Occidente (in specie negli Usa ma anche in Europa). Queste ultime servono solo a indebolirci tutti dal di dentro di fronte ad avversari totalitari e dispotici. Un atteggiamento dialogico è anch’esso iscritto nello spirito della carta costituzionale e della spinta alla pacificazione che essa ci ha offerto. Diciamolo coi fatti in un tempo di conflitti: in Italia la guerra – con i suoi odi – è davvero finita. 

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