La verve di Alfonso Berardinelli, il più importante critico letterario italiano, si è sempre espressa in due filoni principali: analisi serie e satire spassose. Le prime sono eleganti, lucide, acuminate. Le seconde, com’è giusto che sia, caricaturali, iperboliche, scorrette. Da qualche anno i due filoni tendono a confondersi. Spesso sembra che Berardinelli parli sul serio, ma nei suoi interventi ci mette enzimi faziosi, e qualche volta falsità grottesche.

Leggo il suo articolo sul Foglio del 27 agosto, intitolato Vincere o durare. Berardinelli si chiede a che cosa serve vincere il premio Strega, e prende per buona «la solita risposta»: farsi leggere per un’estate, dopodiché «il romanzo viene quasi sempre dimenticato». Una cosa simile potrebbe dirla un cronista superficiale, non chi come lui conosce l’editoria, libraria e giornalistica, e ne fa parte da mezzo secolo.

Il dogma dello Strega

A me pare che in questi anni, sorprendentemente, i vecchi catorci dei premi letterari italiani siano diventati un contrappeso all’egemonia di autori e autrici anglosassoni, star televisive, noir e gialli, storie vittimistiche scritte da donne, oppure valori “positivi” come quelli evidenziati da Walter Siti in Contro l’impegno, Rizzoli. Ci sono tante persone che non seguono i supplementi letterari e non si informano in rete sulle novità librarie. A loro i premi letterari più noti segnalano che esiste qualcosa di diverso dalla solita pappa generalista.

I romanzi premiati non vengono dimenticati: si ristampano negli anni, restano nelle librerie, continuano a essere letti; i premi più popolari fanno ripubblicare in tascabile anche le altre opere di chi ha vinto, comprese quelle che non avevano avuto un successo commerciale, e che magari erano state apprezzate dalla critica. Quanto alla «durata» di un libro nella storia letteraria, be’, si sa quanto sia imponderabile e soggetta a mille ripescaggi, eclissi e sorprese. Non credo che possano deciderla per decreto e nemmeno «prometterla» (come scrive Berardinelli) «i lettori di élite».

E invece nel suo articolo, Berardinelli attribuisce agli autori di oggi la «fede», il «dogma», perfino la «superstizione» che «si entra ufficialmente nella letteratura vincendo il premio Strega». Di chi sta parlando? Crede davvero che siano così illusi? Quando descrive la «religione» dello Strega dei «nuovi scrittori» per cui quel premio «bisogna vincerlo, si ha il diritto di riceverlo e quindi ci si impegna per tempo a concepire il romanzo giusto per ricevere lo Strega», che satira sta facendo? A chi si riferisce? In quali libri di preciso ha riscontrato questa intenzione progettuale, questi ingredienti strategici di scrittura?

Berardinelli rimprovera agli autori di oggi di volere solo vendere, poi però irride i critici che rimproverarono a Elsa Morante di avere venduto troppe copie di La storia e di averlo scritto per i lettori comuni (Morante si adoperò per venderlo il più possibile, pretese dalla casa editrice Einaudi una prima edizione in tascabile e un basso prezzo di copertina); d’altronde ammette che negli anni Settanta si scriveva per piacere ai critici, come secondo lui fecero Zanzotto e Calvino; poi dice ironicamente che tutto si risolse col successo della «cultura di massa accreditata» nel Nome della rosa di Umberto Eco (ridotto satiricamente a «gran professore di Semiologia e gran seguace di Topolino»). Negli anni Ottanta ci fu la svolta «dalla politica […] alla narrativa scritta da tutti per diritto di creatività e dovere di autoanalisi»; fino ad arrivare all’«assillo» che secondo Berardinelli trionfa oggi: «raccontare e raccontare, storie e storie, narrazioni e narrazioni. Oggi nessuno dice o spiega o chiarisce qualcosa, ma racconta storie, propone narrazioni». Nessuno?

Limitiamoci ai premi Strega degli anni Duemila, quelli che a Berardinelli non vanno giù. Si può seriamente – e non satiricamente – sostenere che Via Gemito di Domenico Starnone e Storia della mia gente di Edoardo Nesi e Resistere non serve a niente di Walter Siti raccontano e non «dicono»? Che Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo e La scuola cattolica di Edoardo Albinati e Le otto montagne di Paolo Cognetti raccontano e non «spiegano»? Che La ragazza con la Leica di Helena Janeczek e M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati e Due vite di Emanuele Trevi raccontano e non «chiariscono»? Queste «storie e narrazioni», e tante altre pubblicate oggi, sono anche riflessioni sul mondo attuale e sul passato, sono romanzi con affondi saggistici. E comunque, sui giornali, sui media, in tv, in rete, nella produzione editoriale saggistica, sono in tantissimi a «dire o spiegare o chiarire». Infinitamente più dei narratori.

Sulle spalle dei giganti

Nella parte finale del suo articolo, Berardinelli evoca Roberto Calasso: dice che «tutti» (chi?, dove?, quando mai?) volevano essere come lui, e sfida i nuovi scrittori a imitarlo, o a criticarlo, a essere alla sua altezza, se ne sono capaci. Perché dovrebbero?

Calasso è stato un saggista erudito, un elegante compilatore e chiosatore di storie già narrate, un autore che si è fondato su valori assodati. Si è appoggiato a Kafka, a Baudelaire, alla Bibbia, ai miti greci e indiani… Se è un gigante, lo è diventato accomodandosi sulle spalle dei giganti che lo hanno preceduto. Non ha mai rischiato il nuovo, l’inedito, l’infondato, ciò che non fosse già certificato in partenza, come fanno quegli scrittori e scrittrici che cercano di inventare storie, o che raccontano esperienze personali, o che si occupano di fatti e personaggi a cui non è stato ancora innalzato un monumento.

Calasso inseguiva la “letteratura assoluta” (così si intitola un saggio che gli è stato dedicato da Elena Sbrojavacca, Feltrinelli). Ai miei occhi la sua è, semmai, letteratura relativa, letteratura derivata, perché si è appoggiata sempre su altri libri già scritti, su valori inconcussi, su vertici sommi e sussiegosamente indiscutibili. Il suo atteggiamento culturale come autore, i presupposti della sua poetica – bisogna avere il coraggio di dirlo – sono stati artisticamente filistei. Ma va bene lo stesso. Anche così, Calasso ci ha dato tantissimo.

La rivoluzione del romanzo

Berardinelli sostiene che c’è stata una «mutazione» epocale: «i nuovi scrittori, la nuova letteratura, a partire dagli anni Novanta ma soprattutto nel Duemila, hanno voluto lettori, lettori, lettori e vendite, vendite, vendite, non noiosa, sterile, inutile critica». Soprattutto nel Duemila? I lettori e le vendite stanno all’origine del romanzo moderno. Pochi secoli fa scrittori e scrittrici hanno trovato un nuovo committente, il pubblico, che li ha emancipati da vescovi e prìncipi. Sono proprio «lettori e vendite» che storicamente hanno reso possibile il romanzo e, dunque, la sua rivoluzione politica, l’emersione di voci d’autore che prima venivano zittite, come quelle delle donne, delle minoranze, delle classi povere.

I romanzieri hanno condiviso con i lettori la passione per le narrazioni e per la prestazione immaginale delle parole, quella che ti fa “vedere” con la mente; ma senza rime, metrica, iperbati, fonosimbolismi, criptocitazioni e le altre caratteristiche retoriche apprezzabili soprattutto dalle classi colte. Nella modernità muore il poema e nasce il romanzo.

Altrove (in Non incoraggiate il romanzo, Marsilio), Berardinelli definì il romanzo «una macchina acchiappa-lettori», e «la forma più efficace anche per diffondere informazioni e idee». Il romanzo sarebbe più che altro un mezzo strategico per allargare il proprio pubblico, scrittura senza ispirazione artistica.

A me sembra che l’alleanza romanzesca moderna fra scrittori e pubblico consista proprio nella loro passione condivisa per una prestazione specifica delle parole: quella che raffigura nei dettagli i gesti, i dialoghi, gli avvenimenti, le scene.

Leggo Berardinelli da quarant’anni: la mia impressione è che non creda nel potere conoscitivo delle immagini mentali suscitate dalla narrativa. Ora, suscitare immagini mentali (farle costruire col pensiero da chi legge, invece di limitarsi passivamente a constatare le immagini visive già confezionate dalla pittura, dalla fotografia, dal cinema, dai videogiochi) è solo una fra le tante virtù delle parole: ma nel romanzo è quella principale, sistematica, prolungata, minuziosa.

Questo, mi sembra, potrebbe essere un punto di discussione serio e non satirico: non a cosa servono i premi, ma a cosa servono le immagini mentali suscitate dai romanzi. Hanno un valore conoscitivo o no? Danno solo un piacere effimero che si consuma tutto durante la lettura, per poi non lasciare nulla? Gli scrittori e le scrittrici si immergono nelle immagini verbali solo per acchiappare lettori? Oppure la loro ispirazione artistica consiste proprio in questa immaginazione verbalizzata? I romanzieri sono dei cinici manipolatori, oppure condividono sinceramente con i lettori la passione di immaginare facce, corpi, paesaggi, dialoghi, eventi attraverso le parole? Un romanzo che fa immaginare con le parole ma non provoca riflessioni né interpretazioni critiche è nullo? L’esperienza della lettura immaginativa ha valore in sé, o vale solo se produce un effetto intellettuale?

Alle immagini, Berardinelli preferisce le idee. È, a suo modo, un platonico. Un platonico molto democratico, che non scaccerebbe mai i romanzieri dalla sua città ideale: vorrebbe che la società valorizzasse – se non con i premi, con un pubblico di lettori più ampio – la prestazione riflessiva e analitica della saggistica, le intuizioni della poesia, le sue sintesi memorabili.

Ammiro da sempre come si contrappone alle tendenze egemoni. Forse però potrebbe indagarne le ragioni antropologiche profonde, le aspettative umane, senza accontentarsi di satireggiarne gli effetti collaterali.

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