Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del “Processo alla Sicilia”, il libro che raccoglie trentacinque inchieste di Pippo Fava, direttore de “I Siciliani”, ucciso con cinque colpi di pistola il 5 gennaio del 1984 a Catania


C’è un fatto singolare nella nostra autonomia, una porta più oscura che nessuno è riuscito ancora a spalancare: lo scandalo che travolse il governo Milazzo, cioè il tentativo operato dall’estrema sinistra di comperare per cento milioni il voto di un deputato dc.

Tutta l’Italia, anzi tutta l’Europa, sbigottì prima e poi ruppe in una risata di scherno per un sistema politico che consentiva: agli uni di pagare cento milioni un voto per restare al governo, ed agli altri fingere di accettarli per rovesciare invece il governo. A parte l’esiguità del prezzo che si offriva per modificare il destino politico di cinque milioni di siciliani, c’era il dubbio, mai chiarito finora, che quei cento milioni fossero probabilmente di ottimo denaro pubblico, da trovare attraverso affari più o meno «discutibili».

Nessuno ha spiegato finora di chi fossero quei soldi, e quali sanzioni abbia provocato lo scandalo, e perché i protagonisti non si siano dimessi. E nessuno in verità lo ha chiesto. Quietamente hanno deciso di non parlarne più e di litigare per altro. Il popolo da parte sua ha continuato supinamente a esprimere il suo conforto con il voto. Anche questo è fatale difetto del sistema.

Lo stesso difetto per il quale nelle amministrazioni regionali si può assumere personale per chiamata diretta; si possono pagare stipendi al livello dei finanzieri londinesi; si sono creati enti mastodontici che costano decine di miliardi ogni anno, hanno decine di migliaia di dipendenti e tuttavia non servono quasi a niente; le opere pubbliche vengono varate e non arrivano quasi mai a compimento; si costruiscono villaggi agricoli che costano tre miliardi ma che non avranno mai un abitante; i cantieri delle dighe che dovrebbero irrigare diecimila ettari di terra restano paralizzati per anni; ad Agrigento, Catania, Messina, Palermo, Trapani la speculazione privata può costruire i suoi mastodontici edifici. E intanto nessuno dei problemi di fondo della nostra economia è stato ancora risolto.

Molti ritengono che tutto questo accada soprattutto per una questione di pura ignoranza, cioè di incapacità intellettuale, di impreparazione da parte degli uomini di governo. Sbagliato! E non è nemmeno una questione di onestà, poiché amministratori disonesti esistono anche a Stoccolma, Parigi o Bonn, dove i problemi fondamentali della società sono stati pure in larga parte risolti.

Noi abbiamo conosciuto molti degli uomini politici siciliani, e nel corso di questo peregrinare nelle grandi città o nei villaggi sconosciuti dell’isola abbiamo soprattutto conosciuto quegli altri uomini politici che fatalmente si apprestano a succedere ai più stanchi o anziani. Quasi tutti giovani.

Il loro grado di preparazione era semplicemente sbalorditivo: conoscevano tutti i problemi nella loro evoluzione, nelle loro statistiche, nelle cifre, spesso nella loro drammatica umanità. E di quest’ultima addirittura erano commossi.

Potevano citare in qualsiasi momento il reddito di un bracciante, il numero degli emigrati, la cifra delle loro rimesse mensili, e quanti erano nel territorio i disoccupati, gli ammalati di tbc, gli analfabeti, i pregiudicati; e, più profondamente, quali erano le cause sociali della tragedia. Soprattutto nelle città di provincia abbiamo trovato questi uomini: avevano consumato gli anni migliori della loro giovinezza sui testi della politica, in estenuanti dibattiti nelle sedi dei partiti, in interminabili, appassionate discussioni con gli amici o gli avversari.

Per necessità politica avevano imparato quasi tutto, si erano resi conto di ogni cosa, avevano studiato e documentato ogni soluzione e ne parlavano con parole perfette, non una parola inutile o di più, o semplicemente inadatta, un numero inesatto, una citazione sbagliata.

Sapevano che una diga a monte della provincia sarebbe costata trenta miliardi ma avrebbe reso, in moltiplicazione dei prodotti agricoli, trecento miliardi; sapevano che, senza i porti e le autostrade, qualsiasi industria è destinata al fallimento e che tutti i programmi sono quindi solo chiacchiere; sapevano che fra cinque o dieci anni la mancata realizzazione del ponte sullo stretto condurrà l’economia siciliana (cioè l’agricoltura, l’industria e il turismo) ad uno storico disastro.

Noi parlavamo con esitante impaccio di questi problemi, ed essi li inquadravano lapidariamente in un solo perfetto periodo. Sapevano ed enunciavano le soluzioni. Essi diventeranno deputati e diventeranno tuttavia come gli altri che via via sostituiranno, commetteranno gli identici errori, poiché sarà il sistema a provocarlo fatalmente.

Nessuno di loro oserà mai mandare ad un organo di stampa la relazione al bilancio dell’assemblea regionale affinché il giornale ne informi direttamente l’opinione pubblica. Né mai si opporranno alla chiamata diretta dei funzionari ed impiegati regionali da assumere, né denunceranno la inutilità di un qualsiasi ente che pur costa miliardi e che però serve solo a pagare stipendi a mille o tremila inutili dipendenti.

La ragione c’è! Ogni deputato regionale viene eletto con quindici, venti, trentamila voti che sono necessari. Non accade mai che quella marea di voti sia determinata da una trascinante vocazione popolare verso quel personaggio; sono voti raccolti con pazienza, con umiltà, con sorrisi, con amicizia, con delicatezza, voti di parenti e amici che sperano nel parente o nell’amico deputato, voti di disoccupati che sperano finalmente in un posto, in una licenza da tabaccaio, in un posteggio da ambulante, voti di tifosi che sperano in un ampliamento di un campo di calcio, in un potenziamento della squadra locale, di maestri supplenti che vorrebbero diventare titolari, di diplomati che vogliono un incarico, di personaggi influenti che vogliono un deputato a portata di mano, di laureati che esigono una raccomandazione, più semplicemente di cittadini onesti che vorrebbero risolti i problemi del loro piccolo paese, le strade da basolare, la panoramica da costruire, una nuova trazzera per la campagna, l’illuminazione nei vicoli.

Ogni deputato è prigioniero dei suoi stessi voti, non può deludere le speranze, tanto meno quelle apparentemente legittime del cittadino onesto, senza rischiare d’essere cancellato alla prossima consultazione elettorale.

Egli deve esattamente fare quello che quella miriade di suoi elettori (che egli conosce per la maggior parte personalmente) gli chiede di fare: la licenza da tabaccaio, la raccomandazione per il concorso, il posto di bidello, e quanto più denaro pubblico possibile per l’ampliamento dello stadio comunale, per l’acquisto di un terzino, per gli stipendi a venti suoi cittadini devoti, per una bella strada panoramica che costerà trecento milioni, resterà incompleta, e non servirà ad attrarre un solo turista, ma confermerà il suo amore per il paese; denaro per le strade di campagna, per costruire un nuovo piccolo inutile molo nel porto, per ripavimentare il corso centrale.

Il deputato sa esattamente, o almeno intuisce, quali sono i problemi di fondo che rendono disperato il destino di cinque milioni di siciliani: l’acqua e le grandi strade di comunicazione senza le quali l’industria non verrà mai veramente al Sud, e le campagne resteranno lentamente deserte, e tutta l’economia dell’isola lentamente morirà, come già lentamente muore. Ma il deputato non è un cittadino mosso da una trascinante vocazione civile; è soprattutto, anzi quasi esclusivamente, un uomo che ha scelto la professione politica. Il difetto del sistema è questo.

Egli deve difendere i suoi voti, poiché senza di essi sarebbe cancellato dalla faccia della terra, deve difenderli uno ad uno come li ha conquistati; li deve blandire, aumentare continuamente, confortare, rincuorare, deve anzitutto pretendere che quanto più denaro pubblico possibile vada ai suoi elettori per posti, prebende, strade panoramiche, terzini di calcio, ambulatori, assegni, impieghi, licenze. Guardate la geografia siciliana: tutte le città, i paesi che hanno un livello di vita più decoroso, strade più nuove, minor numero di disoccupati, sono quelli che hanno almeno un deputato a Palazzo dei Normanni.

Al diavolo le autostrade, i bacini idrici, le dighe: ogni tanto un deputato alza la voce per parlarne in assemblea o in un comizio, un lampo oratorio perché si sappia, e di nuovo giù a difendere affannosamente quei suoi voti, a fare la sua professione. E quando arriva il bilancio dell’assemblea, viene approvato lestamente ed all’unanimità, e non c’è stato finora nessuno che abbia chiesto di sapere come sia veramente andata quella storia dei cento milioni per un voto.

Abbiamo deputati di grande cultura, o di capacità illuminanti, ma le prime due autostrade le stiamo costruendo con venti anni di ritardo, siamo in ritardo di vent’anni su tutto, rispetto al resto dell’Europa.

Abbiamo settecentomila siciliani emigrati che si dannano l’anima nelle miniere del nord, abbiamo centinaia di opere pubbliche che da dieci anni attendono di essere completate, ferri arrugginiti, cemento sbriciolato dovunque, decine di miliardi gettati al vento, scuole che somigliano a latrine, campagne devastate dall’abbandono, iniziative industriali fallite, funzionari che guadagnano molti milioni l’anno di denaro pubblico e impiegati comunali che non vengono pagati da otto mesi.

Abbiamo duecentotrenta miliardi dell’articolo 38 paralizzati nelle banche e non riusciamo a spenderli ancora perchè i professionisti della politica non sono esattamente d’accordo su come spenderli, esattamente dove, quando, nel territorio di quale deputato, in difesa di quali voti. Negli ultimi cinque anni si sono svalutati del venti per cento, cioè come se nel bel cortile di palazzo dei Normanni avessero acceso un bel falò e bruciato quarantasei miliardi. Non c’è un popolo in Europa che paghi ogni giorno un prezzo più alto per la sua ignoranza.

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