Rileggere la storia politica con il senno del poi è più semplice: gli errori risultano evidenti ed emerge come alcuni bivi si presentino in modo ciclico. Come l’alternativa tra il Quirinale e palazzo Chigi che, prima che a Mario Draghi, si è posta dieci anni fa a Mario Monti. Proprio quei quattro mesi di fuoco tra dicembre 2012 e aprile 2013 possono insegnare molto all’attuale premier, sui passi falsi da evitare e sulla tattica da seguire.

In politica un decennio è un’era geologica che sembra rendere le due Italie – quella di allora scampata al commissariamento europeo e quella di oggi che cerca di spendere utilmente i fondi del Recovery – imparagonabili. Eppure, basta scorrere i titoli dei giornali di fine 2012 per notare il ricorso storico.

Nel novembre 2012 il governo Monti stava approvando la legge di Bilancio e sulla stampa si parlava dei «partiti silenti sull’agenda Monti». L’avvisaglia di uno sfaldamento della maggioranza si era fatta più forte in dicembre e a rumoreggiare era stato il centrodestra, che aveva votato la fiducia al governo ma con un durissimo intervento di Angelino Alfano alla Camera, in cui aveva criticato l’intera politica economica del governo. Al tentativo di dissociazione dalle politiche necessarie per salvare il paese ma impopolari, Monti rispose con le dimissioni anticipate, annunciate dopo l’approvazione della legge di Bilancio, il 22 dicembre 2012.

Un rallentamento simile si è già mostrato anche sull’agenda Draghi, con i partiti che polemizzano su ogni passaggio e rallentano l’iter approvativo di alcune leggi chiave in parlamento. E, anche nel caso di Draghi, da palazzo Chigi arrivano segnali di possibili dimissioni in dicembre, una volta chiusa la legge di Bilancio e concluso l’iter delle leggi di delega al governo per i fondi del Recovery plan. Nel 2012 come ora, di lì a qualche mese si sarebbero svolte le votazioni per la presidenza della Repubblica. Allora Draghi potrebbe trarre un insegnamento chiaro su cosa fare, ma soprattutto su cosa non fare, a seconda delle sue aspirazioni.

L’ipotesi Quirinale

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Contemporaneamente alle dimissioni di Monti, Napolitano ribadiva il suo no a un mandato bis e il candidato a succedergli sembrava proprio l’ormai ex premier, che dalla sua aveva anche il seggio di senatore a vita. La storia si è chiusa con il secondo mandato di Napolitano, costretto ad accettare dopo l’impasse dei partiti, incapaci sia di eleggere un successore che di individuare un governo.

Quale fu, allora, l’errore di Monti che gli costò l’elezione al Colle? Il momento chiave sono le elezioni politiche di febbraio 2013. Caduto il governo, Monti aveva due scelte. La prima era di fidarsi dei partiti, storditi dalle sue dimissioni ma pronti a giocarsi il futuro governo senza più il “Professore” a dettare l’agenda, che in cambio gli promettevano il Colle. La seconda era quella di scendere in campo in prima persona, rifiutando il ruolo di riserva della Repubblica per creare uno spazio politico proprio.

Monti scelse la seconda: fondò Scelta civica e si candidò premier, anche a costo di incrinare i rapporti con Napolitano, che non riteneva opportuno che un senatore a vita guidasse un partito e lo preferiva nelle vesti di tecnico. Prese meno del 10 per cento e andò a collocarsi in uno spazio di centro, non venendo nemmeno preso in considerazione per il Quirinale.

Anche per Draghi, ora, iniziano ad arrivare le tentazioni politiche. La voce di un possibile bis del suo governo è la soluzione che da più parti viene ipotizzata, soprattutto al centro: l’ultimo in ordine di tempo è stato Silvio Berlusconi, che ha lanciato un «Draghi oltre il 2023» che ha spiazzato gli alleati di centrodestra. Se il caso Monti insegna qualcosa, allora, il passo falso per Draghi sarebbe di ascoltare le sirene politiche, anche solo di appoggio esterno di questo o quel partito. Meglio invece aspettare gli eventi da ottima riserva della Repubblica.

Ipotesi di governo

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Il caso di Monti, però, va letto nella sua complessità. La scelta di scendere in politica, infatti, ha una doppia faccia rispetto al fallimento della scalata al Quirinale. «Feci questa scelta perché pensai allora che sarebbe stato essenziale che le elezioni portassero in parlamento un partito risolutamente riformista”, ha detto lo stesso Monti in un dialogo con Bruno Vespa, pubblicato nel suo libro del 2013. Tradotto: al momento del voto l’Italia era spaccata, da una parte c’era il centrodestra incattivito nei confronti dell’Europa e con in seno una neonata ma agguerrita Fratelli d’Italia, dall’altra un centrosinistra guidato da Pierluigi Bersani e schiacciato più su posizioni di sinistra che di centro. Dunque - nel ragionamento di Monti spiegata a Vespa - la presenza in parlamento anche solo di un piccolo drappello di riformisti legati alla sua agenda avrebbe neutralizzato le pulsioni antieuropeiste e anche quelle di disfacimento delle riforme appena approvate. La storia ha mostrato come la mossa di Scelta civica fece perdere le elezioni al centrodestra e cambiò la storia della legislatura successiva.

Ecco allora un altro bivio per Mario Draghi. Ragionare nell’interesse del paese e non del suo futuro personale passa per il Quirinale o per palazzo Chigi? Monti, nel 2013, ritenne che la casella chiave per mantenere il paese lontano dal default era la presidenza del Consiglio e che, diventando un competitor, avrebbe evitato derive estreme. Sulla falsariga, allora, Draghi dovrebbe scegliere di mantenere la guida del governo fino al 2023. Con due vantaggi determinanti: il suo è già un governo politico perché politici sono i suoi ministri e ha denaro da spendere, dunque non rischia l’impopolarità.

La scelta tra le due ipotesi spetta solo a Draghi, ma il tempo stringe e il punto di non ritorno sarà l’approvazione della legge di Bilancio. I partiti lo sanno e a quel varco lo aspettano.

 

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