Le immagini e le notizie che arrivano dall’Afghanistan ci hanno improvvisamente ricordato dell’esistenza dei talebani e di altri gruppi legati al terrorismo islamico. C’è qualcosa di globale nell’avanzata talebana. Questa costituisce infatti una speranza per i tanti gruppi legati al terrorismo islamico che confidano di poter rovesciare situazioni che li hanno visti sconfitti per tornare alla ribalta. Questa percezione è evidente sui territori, ma anche sulle autostrade digitali. Subito dopo la firma dell’accordo stipulato tra gli Stati Uniti e i talebani, il fronte islamico si è spaccato con al Qaeda che, tramite al-Sahab media (canale di comunicazione ufficiale del gruppo), ha dato un giudizio positivo sull’accordo. Lo Stato islamico ha invece additato i talebani come traditori.

Il rapporto Europol

È un mondo diviso quello dei gruppi del terrorismo islamico, spesso in competizione per egemonia culturale e territoriale, ma che appare unito nel massimizzare le opportunità offerte dalla propaganda digitale. È questo il quadro che emerge nel rapporto pubblicato ieri da Europol dal titolo “Online Jihadist Propaganda. 2020 in review”. Già il rapporto sui trend del terrorismo dell’Unione europea, pubblicato a giugno di quest’anno, aveva evidenziato come la radicalizzazione online fosse uno dei principali rischi da monitorare. Questo perché è possibile notare un aumento costante delle campagne di radicalizzazione sul web.

Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, si sottolineava un importante aumento dell’utilizzo di Telegram. La propaganda jihadista online si è sviluppata attorno a tre argomenti principali: il ruolo della pandemia e la recessione delle economie occidentali; la colpa dei governi occidentali per la diffusione della pandemia e l’islam come soluzione; la diffusione di informazioni per garantire misure minime di igiene e prevenzione per i fedeli nel tentativo di dimostrare capacità di governo.

I canali di al Qaeda sono stati inondati da inviti alla conversione e da accuse all’economia globale «dominata dagli Stati Uniti». Allo stesso modo le pubblicazioni dello Stato islamico, come al-Naba (magazine settimanale ufficiale), hanno definito la diffusione della pandemia come il «peggior incubo per i crociati».

Come sottolinea la direttrice esecutiva di Europol Catherine De Bolle nell’introduzione al rapporto, l’esercizio di monitoraggio e mappatura della propaganda jihadista che le agenzie europee e nazionali hanno messo in piedi sarà ancora più importante in vista dell’entrata in vigore del regolamento approvato dal Consiglio il 16 marzo 2021 relativo al contrasto della diffusione di contenuti terroristici online.

A partire da giugno 2022 le autorità competenti in materia nei diversi paesi avranno la facoltà di ordinare di rimuovere i contenuti terroristici o di disabilitarne l’accesso. Le piattaforme che ospitano tali contenuti saranno chiamate a rimuoverli entro un’ora dalla richiesta.

La battaglia per l’egemonia

Nelle conclusioni il rapporto ribadisce, ancora una volta, come, contrariamente alla narrazione tradizionale, nel contesto della quale spesso sentiamo parlare di “terrorismo islamico” inteso come un monolite, al Qaeda e lo Stato islamico appaiono spesso in concorrenza tra loro e in rotta di collisione sia sul piano militare che su quello della comunicazione. Al centro della contesa c’è sicuramente anche la pretesa di rappresentare il “vero islam” per milioni di internauti avidi di informazioni in rete. È una guerra per i corpi, ma soprattutto per le menti. La transizione al digitale comporta, anche in questo campo, l’utilizzazione di nuovi strumenti e la creazione di nuovi ecosistemi regolatori che saranno chiamati a provare la loro tenuta e la loro capacità di combattere la diffusione del terrorismo online e della propaganda jihadista. Da questo punto di vista, tenuto conto delle critiche che ne hanno accompagnato l’adozione, l’applicazione del nuovo regolamento dell’Unione europea costituirà un rilevante stress test nella delimitazione dei confini della nozione di “contenuto terroristico” e anche nella possibilità di interventi mediante algoritmi di moderazione da parte delle piattaforme.

La propaganda jihadista non opera solo per mano della brutalità dei tagliagole vittime di antichi retaggi culturali e religiosi. È, spesso e volentieri, anch’essa figlia di una modernità deragliata che facciamo fatica a inquadrare.

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