Alla fine, la Germania ha votato. Come sapete in questi mesi abbiamo cercato di tenervi aggiornati settimana per settimana con le notizie che emergevano passo passo in campagna elettorale: tanti di voi ci hanno regalato feedback positivi ed è forse il momento giusto per ringraziarvi tutti per l’attenzione, visto che sapere che il proprio lavoro ha un effetto e viene anche apprezzato è oggettivamente una delle gratifiche più belle (sì, vero, anche lo stipendio non è male, però parliamo di voi che ci leggete). 

Andiamo al dunque: i risultati li avete visti ovunque (ed erano oggettivamente piuttosto telefonati), ma ci sono tanti aspetti del voto che vanno tenuti d’occhio e che influenzeranno gli sviluppi in prospettiva della formazione del governo e anche della linea che seguirà Friedrich Merz sullo scacchiere internazionale. Perciò, oltre a proporvi le analisi che abbiamo steso subito dopo il voto, proveremo a fare qualche passo più in là.

Come è andata

Come avete potuto vedere, alla fine come previsto l’ha spuntata la Cdu/Csu, anche se con un risultato leggermente più basso delle previsioni dei sondaggi. Lo scenario più probabile attualmente è quello di una grande coalizione con la Spd. L’altro dato da non sottovalutare è l’esplosione di AfD, che ha avuto dalla sua i voti degli uomini, dell’est (in alcuni Land è addirittura oltre il 40 per cento) e dei lavoratori.

A sinistra, c’è da registrare un crollo generalizzato, meno grave per i Verdi ma devastante per la Spd. Robert Habeck ha annunciato che non vuole più ricoprire ruoli di primo piano nel suo partito, Olaf Scholz non sarà in prima linea nelle trattative per la formazione del prossimo governo di grande coalizione che già si delinea all’orizzonte. Ancora peggio è andata a Christian Lindner: l’ex ministro delle Finanze che ha deciso di portare fuori dalla maggioranza semaforo la sua Fdp ha visto il partito liberale rimanere sotto la soglia di sbarramento del 5 per cento. Di conseguenza ha annunciato che lascerà la politica. 

Fuori dal Bundestag anche il Bündnis Sahra Wagenknecht: la scissionista della Linke che doveva scuotere il panorama politico tedesco alla fine non è riuscita a fare il grande salto. Una parte dell’elettorato del BSW ha sicuramente scelto la Linke, il partito originale, che invece dopo che era stato dato per morto è riuscito a sfiorare il 9 per cento dei consensi. Una combinazione tra la fatica di figure storiche del partito e un linguaggio e un’attenzione ai temi che muovono di più i giovani è riuscita ad assicurare al partito di Heidi Reichinnek un posto in parlamento. 

Il freno al debito

La questione più urgente da risolvere per il futuro governo è la necessità di assicurarsi un ampio spazio di manovra. E dunque, denaro a disposizione: possibilmente, senza l’argine del freno al debito ancorato alla Costituzione proprio dalla Cdu e senza necessità di ricorrere ad artifici fiscali come il Sondervermögen che era stato deliberato da Scholz per finanziare la Zeitenwende dell’esercito, sempre a rischio contestazione da parte della Corte costituzionale. Unico problema: per cambiare la Costituzione c’è bisogno di una maggioranza dei due terzi, che nel nuovo Bundestag sarà possibile ottenere soltanto con la collaborazione della Linke. 

Il partito di sinistra, però, ha già annunciato la propria indisponibilità a sostenere un aumento della spesa militare, che verosimilmente sarà una delle prime ragioni per cui potrebbe essere impiegato il denaro aggiuntivo. Per non essere ostaggio di Reichinnek o peggio della AfD, che comunque ha già fatto sapere di non essere disponibile a rivedere la regola del freno al debito – sulla collaborazione con l’estrema destra il futuro partner Spd ha già annunciato un veto – Friedrich Merz (che continua a ripetere che non ci sarà collaborazione) ha esplorato la possibilità di votare la modifica costituzionale fin tanto che sarà ancora in carica il Bundestag uscente, dove una maggioranza qualificata è facile da organizzare con i voti di Cdu/Csu, Spd e Verdi. 

Una strada che ai cristianodemocratici più severi – che pure in campagna elettorale avevano promesso rigidità su questo punto – non piace per niente, proprio per l’attaccabilità della manovra. 

Fine di un’epoca

Un altro punto non banale è stata la conclusione definitiva dell’èra Merkel: lo dicono pubblicamente anche gli esponenti della Cdu/Csu, ma quei tempi di centrismo, attenzione all’ambiente e accoglienza nei confronti dei migranti appartiene ormai al passato. La grande coalizione che si avvia a essere formata da cristianodemocratici e socialdemocratici parte dagli stessi presupposti di tante alleanze che avevano sostenuto anche tanti governi Merkel, ma il quadro è ormai totalmente diverso: la Spd è ridotta all’ombra di sé stessa e potrà formulare richieste stringenti solo con grande difficoltà. Ma di fronte a sé ha una cristianodemocrazia molto mento disposta al compromesso e sicuramente più spostata a destra. Con l’addio alle prime file dell’agone politico di alcune figure di primo piano dei sedici anni in cui ha governato la Cdu, anche i volti che governeranno il panorama politico tedesco cambieranno. I tempi sono cambiati, l’onda lunga del governo della cancelliera si è esaurita. 

Una fine che si riflette anche sul piano internazionale: Merz, pure figlio politico dell’atlantismo che ha caratterizzato da sempre la Cdu, non ha esitato a sottolineare l’importanza di essere pronti a muoversi come Europa in maniera indipendente dagli Stati Uniti – «non pensavo che mi sarei trovato a dire niente di simile» ha detto in tv – e contemporaneamente ha ribadito che Bruxelles continuerà a battersi al fianco dell’Ucraina. Di fronte al desiderio di disimpegno da parte di Washington, una promessa importante. Per altro, la Cdu si era anche detta pronta a fornire a Kiev i missili Taurus, aspetto su cui i socialdemocratici non sono altrettanto convinti. 

Sinistra vs Verdi

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Un ultimo capitolo va dedicato al futuro della sinistra. Dopo la rinascita riuscita della Linke, resuscitata dalla cura Reichinnek-Silberlocke (i tre senatori del partito Gregor Gysi, Bodo Ramelow e Dietmar Bartsch hanno vinto due dei tre mandati diretti che avevano messo nel mirino, ma gli altri candidati ne hanno recuperati altri sei, soprattutto a Berlino) a vacillare sono i Verdi. Nonostante il consenso personale molto ampio che raccoglieva il loro candidato cancelliere Habeck, non sono riusciti a sfondare, soprattutto nell’elettorato giovanile che ha fatto volare la Linke che ha puntato su social network e temi come ridistribuzione fiscale, sanità sostenibile e tetti agli affitti che toccano anche le esigenze dei più giovani. Gli ecologisti sono stati il partito dell’ex coalizione Semaforo a essere meno penalizzato dal voto, ma il debole risultato combinato col fatto che molto probabilmente i Verdi non saranno parte dei colloqui per la formazione del nuovo governo tirano in ballo dubbi anche in quel partito. 

Nel 2021 avevano beneficiato – insieme alla Fdp – dell’entusiasmo del voto giovanile, che oggi si è spostato sulla Linke (che tra i giovanissimi ha raccolto addirittura il 25 per cento dei consensi) e AfD. Domenica scorsa hanno scontato il momento storico sfavorevole e il fatto che i liberali di sinistra – ormai elettorato d’elezione del partito, dopo che la sinistra più estrema è migrata da Reichinnek&co. e la borghesia più conservatrice si rivolge a Fdp o, ancor meglio, a Spd e Cdu – siano ormai diventata una categoria residuale dell’elettorato. Per cui, per altro, l’argomento green ha perso la sua centralità. 

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