Un’ombra inquietante si allunga sul futuro previdenziale italiano: dal 2027, senza interventi, i requisiti per la pensione cresceranno di tre mesi. «Bloccheremo l’aumento dell’età pensionabile nel 2027, sterilizzeremo i tre mesi in più. Confermo quanto detto nei mesi scorsi», assicura Claudio Durigon, sottosegretario leghista al Lavoro.

Una promessa che ricalca le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ma che, al momento, resta senza un decreto interministeriale a sostenerla. Senza interventi, i requisiti previdenziali passeranno a 67 anni e 3 mesi per la pensione di anzianità e 43 anni e 1 mese di contributi (42 e 1 mese per le donne) per la pensione anticipata. E torna l’incubo esodati. Come ha denunciato la Cgil 44.200 lavoratori rischiano di restare senza reddito né pensione, in un paese che invecchia e si svuota.

Promesse e incertezze

Il governo Meloni si trova a un bivio. A gennaio Giorgetti aveva rassicurato: «Niente innalzamenti nel 2027, aspettiamo i dati Istat per riflettere». Durigon insiste: «Sterilizzeremo l’aumento». Ma il decreto promesso non arriva. La Ragioneria dello stato ha sospeso i decreti attuativi, mentre l’Inps – che aveva già aggiornato i sistemi – ha fatto marcia indietro dopo le proteste della Cgil. Un caos che alimenta sfiducia. Bloccare lo scatto costerebbe 4 miliardi nel biennio 2027-2028, una misura tampone: nel 2029 il problema si ripresenterà. E Matteo Salvini, che tuonava contro Elsa Fornero, ora tace: la Lega, oggi al governo e con Giorgetti e Durigon in prima linea, sarà coerente?

L’incubo esodati

Il dramma degli esodati non è una novità. Nel 2011 la riforma Fornero – alzando l’età pensionabile per adeguarla all’aspettativa di vita – aveva lasciato nel limbo 196mila persone che avevano firmato accordi di prepensionamento o mobilità volontaria. Sono servite clausole di salvaguardia per traghettarli al ritiro, tra le proteste di Salvini.

Oggi, lo spettro si riaffaccia: la Cgil stima che 44.200 lavoratori, con “scivoli” aziendali siglati tra 2020 e 2024, potrebbero ritrovarsi dal 2027 troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per il mercato. Ai Caf e ai patronati, l’angoscia è già tangibile: chi è a un passo dal traguardo teme di veder svanire anni di sacrifici.

La causa è nella stessa riforma Fornero, che lega i requisiti previdenziali all’aspettativa di vita, aggiornata biennalmente dall’Istat. I dati di marzo 2025 confermano uno scatto di tre mesi per il 2027-2029. Un automatismo concepito per garantire la sostenibilità di un sistema sotto pressione, in un’Italia dove l’aspettativa di vita supera gli 83 anni ma le nascite crollano a 1,2 figli per donna. Senza un decreto, il 1° gennaio 2027 segnerà un nuovo spartiacque.

L’impatto sui lavoratori

Per chi è lontano dalla pensione, tre mesi in più sono un dettaglio. Per chi è vicino, un macigno. I lavoratori con accordi di scivolo – spesso frutto di crisi aziendali – rischiano di restare sospesi, senza reddito né prospettive. «Servono certezze», denuncia Daniela Barbaresi della Cgil. «Non bastano bonus o un ministero della Natalità: ci vogliono lavoro stabile, asili nido gratuiti e politiche per i giovani, o questo paese non avrà futuro». L’allarme è condiviso: i patronati registrano un boom di richieste di chiarimenti, con i cinquantenni e sessantenni in prima linea.

Sfida economica e demografica

Il caso dei tre mesi è la punta di un iceberg, con l’Italia che sta affrontando una “glaciazione demografica”: un’età media di 46 anni e un rapporto tra attivi e inattivi che si assottiglia (oggi 1,4 a 1, nel 2050 sotto l’1). Con meno contribuenti e più pensionati, il sistema previdenziale vacilla.

I 4 miliardi per sterilizzare l’aumento pesano su un bilancio già fragile, con un debito pubblico al 140 per cento del Pil e l’Ue che chiede rigore. Ma tamponare non basta: senza incentivi a natalità e occupazione, ogni biennio sarà una corsa contro il tempo.

Entro il 2025, il governo deve emanare il decreto per bloccare l’adeguamento, o il 2027 porterà una nuova ondata di esodati. La vera sfida, però, è strutturale: servono lavoro stabile, servizi per l’infanzia e congedi paritari per invertire il declino demografico. Altrimenti, il sistema pensionistico resterà un castello di carte, con i lavoratori a pagarne il prezzo. Per i 44.200 nuovi esodati a rischio, ma anche per tutti gli altri, la risposta non può più attendere.

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