Il portavoce dell’esecutivo Ue ha commentato la modifica del governo alla funzione delle strutture in Albania: «Si applicherebbe la normativa nazionale italiana, in linea di principio, questo è conforme al diritto dell’Ue». Schlein: «È una fregatura». I profili di illegittimità
Come in un loop che vede ripetersi sempre lo stesso schema, i centri per migranti voluti dal governo sul territorio albanese, a Gjadër, si stanno preparando per una nuova funzione.
Dopo aver cambiato i giudici e aver reso la norma sui paesi sicuri una fonte primaria, ora l’esecutivo ha pensato di cambiare la funzione di queste strutture e renderle centri di permanenza per il rimpatrio. Ogni volta un tentativo diverso per salvare l’operazione Albania dal fallimento, e ogni volta è in dubbio la compatibilità con il diritto dell’Unione europea e i diritti fondamentali.
Venerdì il governo ha approvato un decreto con cui modifica la legge di ratifica del protocollo Roma-Tirana, permettendo di trasferire in Albania le persone che non hanno un permesso di soggiorno e sono destinatarie di un decreto di espulsione.
L’obiettivo del governo, in attesa della decisione della Corte di giustizia Ue in tema di paesi sicuri, è mostrare le strutture in funzione, dopo mesi di inoperatività. Costi quel che costi. Sarebbero già rientrati in servizio a Gjadër – secondo Repubblica – le forze dell’ordine e i dirigenti di Medihospes, l’ente gestore che aveva licenziato quasi tutto il personale poco più di un mese fa.
La struttura di Shëngjin, costruita al porto e destinata alle procedure di identificazione, non ha posti letto e rimarrebbe vuota. A differenza di quella di Gjadër destinata alla permanenza.
«Soluzioni innovative»
«Un’altra fregatura sulla pelle dei più fragili e sulle tasche degli italiani» per la segretaria del Pd Elly Shlein, «un tentativo maldestro per coprire un altro fallimento della loro propaganda».
Ma la premier Giorgia Meloni, intervenendo al Border Security Summit di Londra lo ha rivendicato: «Non bisogna aver paura di immaginare e costruire soluzioni innovative, come quella avviata dall’Italia con l’Albania». Un «modello criticato all’inizio», ha aggiunto, «ma che ha poi raccolto sempre più consenso, tanto che oggi l’Ue propone di creare centri per i rimpatri nei paesi terzi».
La premier si riferisce alla proposta presentata dalla Commissione l’11 marzo, che pone le basi legali per i centri di rimpatrio in paesi fuori dal territorio dell’Unione. Una proposta suscettibile di modifica, ma che si distingue da quello che è oggi il protocollo Italia-Albania, secondo cui si applica comunque la giurisdizione italiana.
Ad ogni modo, i parlamentari della maggioranza hanno fatto loro le dichiarazioni del portavoce della Commissione Ue per gli Affari Interni, Markus Lammert, sostenendo che «la strada intrapresa dal governo Meloni sull’immigrazione, con la creazione dei Cpr in Albania, è quella giusta», ha detto il senatore di Fratelli d’Italia, Domenico Matera.
Lammert ha assicurato che l’esecutivo Ue è «a conoscenza degli ultimi sviluppi riguardanti il decreto sui centri in Albania» ed è «in contatto con le autorità italiane». «Secondo le nostre informazioni», ha proseguito il portavoce, «a questi centri si applicherebbe la normativa nazionale italiana, come è stato finora per l’asilo», e quindi «in linea di principio, questo è conforme al diritto dell’Ue».
La Commissione – occorre ricordare – è un organo politico, e spetterà ai giudici europei e nazionali verificare la compatibilità con il diritto dell’Unione. Inoltre, il portavoce dell’esecutivo europeo è rimasto generico, sostenendo che il fatto di esercitare la giurisdizione italiana nei centri albanesi consente di non violare il diritto Ue.
Le criticità
Se per alcuni giuristi la modifica della legge di ratifica è in violazione del diritto comunitario – perché il transito da un paese terzo richiederebbe il consenso del soggetto che deve essere rimpatriato – per altri la violazione non è così diretta, perché la direttiva prevede che il cittadino straniero non può essere affidato alla giurisdizione di un paese terzo. E, in questo caso la giurisdizione rimarrebbe italiana. Rimangono però diversi altri profili di illegittimità.
Il parere degli esperti è uniforme nell’affermare che il nuovo decreto viola l’accordo firmato dalla premier Giorgia Meloni e dall’omologo albanese Edi Rama. In altre parole, l’esecutivo ha ritenuto possibile cambiare la sola legge di ratifica e non l’intesa, evitando di dover sottoporre le modifiche a entrambi i parlamenti. Quello albanese è, tra l’altro, a fine mandato, e oltre Adriatico sembra non esserci la volontà di modificare l’intesa prima delle elezioni dell’11 maggio.
È proprio questo uno dei profili più critici. La Corte costituzionale albanese, che aveva respinto il ricorso contro l’intesa presentato dall’opposizione, scriveva che i migranti reclusi nei centri non potevano rimanere sul territorio albanese per un periodo superiore ai 28 giorni, il termine stabilito per le procedure accelerate di frontiera. Molto diverso dal termine previsto per il trattenimento nei Cpr, di 18 mesi.
L’articolo 4 del protocollo Italia-Albania prevede la permanenza nei centri «al solo fine di effettuare le procedure di frontiera o di rimpatrio previste dalla normativa italiana ed europea e per il tempo strettamente necessario alle stesse». Cioè, i rimpatri sono possibili solo in funzione delle procedure accelerate di frontiera, si legge nel protocollo. E, quindi, non per chi è già sul territorio italiano e ha ricevuto un decreto di espulsione.
«Non è una questione politica, la modifica della sola legge di ratifica e non dell’accordo viola la legge», spiega Salvatore Fachile, avvocato di Asgi. Secondo il legale, inoltre, l’intesa così come scritta non disciplina le operazioni di rimpatrio: «L’aeroporto è territorio albanese, territorio di un paese terzo. L’Italia sarebbe ospite e non soggetto che esercita una giurisdizione», spiega, sottolineando come «non possano essere assicurate le garanzie europee previste per chi viene rimpatriato».
A questo, si aggiunge che «in un posto così lontano dal territorio italiano non è possibile assicurare il diritto di difesa e il diritto alle relazioni affettive», dice Fachile. Le criticità relative all’efficacia del diritto di difesa sono già emerse con i primi trasferimenti dei richiedenti asilo in terra albanese. Non è possibile per gli avvocati andare nelle strutture e la comunicazione tra il legale e l’assistito è nei fatti in mano all’ente gestore.
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