L’obiezione di coscienza in regione, secondo l’ultimo report sull’applicazione della legge 194 che contiene i dati relativi al 2022, si attesta ad una percentuale preoccupante: l’81.5 per cento. La storia di Maria: «La Ru486 solo a 120 chilometri di distanza, due volte a distanza di 48 ore. O 500 chilometri o tre tre notti in albergo». Il dottor Francesco Gentile: «Ci dovrebbe essere l’Ivg farmacologica a domicilio come in altri paesi europei, nel Lazio e in Emilia Romagna, ma ci sono impedimenti dettati da regimi politici»
Centinaia di chilometri per poter abortire, livelli altissimi di obiezione di coscienza e personale sanitario ridotto all’osso. La Sicilia è una delle regioni in cui l’accesso al diritto all’aborto, sia tramite interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) che tramite pillola abortiva, è più arduo.
L’obiezione di coscienza in regione, secondo l’ultimo report sull’applicazione della legge 194 che contiene i dati relativi al 2022, si attesta ad una percentuale preoccupante: l’81.5 per cento. Secondo il report di Medici del Mondo, in 26 strutture dell'isola raggiunge il 100 per cento. Sul fronte dell’aborto farmacologico la situazione è ancora più impietosa: a Catania l’ivg farmacologica non è disponibile in nessun ospedale, mentre a Messina solo in una struttura nell’intera provincia.
Nel 2021, infatti, la Ru486 era stata somministrata solo nel 23,4 per cento dei casi. L’isola si è poi distinta, secondo i dati della ricerca di Lalli e Mongiove per l’associazione Luca Coscioni, per non aver fornito i dati: nonostante i solleciti, solo una delle 9 Asl ha fornito informazioni.
500 km e tre notti fuori casa per abortire
Maria (nome di fantasia per tutelarne la privacy) vive in provincia di Catania con tre figli a carico, ha scoperto di essere incinta e non vuole continuare la gravidanza. Come prima cosa si reca al consultorio della sua città, per chiedere di poter accedere all’aborto farmacologico: il consultorio le fornisce i dati dell’ospedale che dovrebbe somministrare la pillola Ru486, ma il servizio all’interno dell’ospedale è stato sospeso a causa dell’assenza temporanea dell’unica ginecologa che pratica le Ivg.
Il primo presidio sanitario utile è quello di Modica, che dista 120 km di autostrada da Catania: tra andata e ritorno, per le due somministrazioni a distanza di 48 ore, Maria avrebbe dovuto compiere quasi 500 chilometri oppure farsi carico della spesa di tre notti fuori, per lei e i suoi figli.
Sconsolata, decide di chiedere aiuto al progetto “Ivg, ho abortito e sto benissimo” e al collettivo “Non è un veleno”, che la supportano nel percorso ma non c’è nulla da fare: l’unica opzione economicamente sostenibile è quella di abortire tramite l’aborto chirurgico a Catania, con il solo medico non obiettore del reparto. Maria racconta a Domani che il consultorio le ha chiesto un colloquio con psicologa e assistente sociale per avere il certificato di Ivg: «Per fortuna a Catania ho trovato il medico del reparto che me lo farà, ma l’operatrice del consultorio al quale l’ho comunicato si è infuriata e mi ha chiuso il telefono in faccia».
Non si capacita che l’accesso all’aborto farmacologico le sia stato negato: «È un mio diritto e non mi è stato garantito, quindi ora mi dovrò operare. Nella sala d’attesa dell’ospedale di Catania ero insieme ad altre venti donne e nessuna di loro sapeva che si potesse abortire con la pillola Ru486. Non c’è alcun sostegno e informazione in merito».
I problemi della Sicilia
Federica di Martino, psicologa e referente del progetto “Ivg, ho abortito e sto benissimo”, che ha seguito direttamente la vicenda, spiega a Domani: «È impensabile che il governo continui a ripetere che l’accesso all’aborto è garantito quando una donna è costretta a prevedere 500 km per poter accedere all’aborto farmacologico, dovendo poi rinunciare al suo diritto».
La pratica dell’aborto farmacologico, ricorda Di Martino, è inoltre «meno costoso da parte del sistema sanitario, basta solo la presenza di un medico e non di tutto lo staff di sala operatoria che serve per l’Ivg». Di Martino ha mappato la situazione, insieme ad altre reti di supporto del territorio: «Catania non ha l’accesso all’aborto farmacologico e allo stesso modo l’ospeale di Acireale, che vede la presenza di una sola medica non obiettrice, ma è temporaneamente sospeso. Anche in tutto il resto della zona la situazione è la medesima».
Se non ci sono i pochi sanitari che effettuano le Ivg, il servizio viene quindi sospeso. L’obiezione di coscienza, ancora una volta, si dimostra l’ostacolo principale all’esercizio del diritto all’aborto. Il dottor Francesco Gentile, medico ginecologo in pensione, era responsabile del servizio Ivg negli ospedali riuniti Villa Sofia- Cervello di Palermo. «Grazie all’introduzione dell’Ivg farmacologica riuscivamo ad esaudire le richieste delle pazienti, ma nella Sicilia orientale c’erano grosse carenze», racconta a Domani.
Gentile ricorda che la Sicilia, rispetto all’aborto farmacologico, è indietro rispetto altre regioni: «Ci sono carenze enormi e molte donne da Messina venivano ad abortire da noi: la mattina alle 5 si svegliavano e arrivavano a Palermo per poi tornare dopo 48 ore».
L’obiezione di coscienza, inoltre, è elevatissima: «Eravamo in due a fare le Ivg, ci supportavano gli specializzandi. Ora fortunatamente c’è una buona percentuale di giovani non obiettori, ma fino a qualche anno fa quasi tutti gli specializzandi erano obiettori».
Gentile racconta che un ulteriore problema è quello legato alle Ivg terapeutiche, che si fanno per motivi clinici legati a gravi disturbi fetali: «Mi è capitato spesso che in estate non trovassero nessuno, nella zona di Catania, che potesse effettuare l’ivg. I pochi medici non obiettori erano tutti in ferie». Fino al 2023 effettuavano circa 400 Ivg l’anno di cui circa 280 erano farmacologiche: «Ci dovrebbe essere l’Ivg farmacologica a domicilio come in altri paesi europei, nel Lazio e in Emilia Romagna, ma ci sono impedimenti dettati da regimi politici».
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