Il 19 febbraio il prefetto e il sindaco di San Ferdinando hanno annunciato la realizzazione di 44 chalet in un’ex azienda agricola tra San Ferdinando e Rosarno, destinati ad accogliere 180 braccianti come misura per il superamento della tendopoli. Per le ong rischia di isolare ancora di più i braccianti che continuano ad arrivare nella Piana di Gioia Tauro
«Già 15 anni fa la realtà era molto più semplice. Quelli semplicemente dicevano “cos’altro volete da noi? Lavoriamo tutto il giorno, dormiamo nei silos perché non troviamo una casa e voi ci sparate pure”. Quei delinquenti chiedevano maggiore controllo delle forze dell’ordine, e li chiamavano criminali africani». Giuseppe Pugliese è l’anima di Sos Rosarno, un’associazione che riunisce piccoli contadini, pastori e produttori agrocaseari e braccianti immigrati.
Quindici anni fa Pugliese e tutta Italia hanno assistito alla cosiddetta rivolta di Rosarno. Nel pomeriggio del 7 gennaio 2010, due braccianti di origine africana al ritorno dai campi vengono feriti con colpi di arma da fuoco. All’aggressione i migranti reagiscono uscendo dalle macerie di fabbriche abbandonate e scaricando la propria rabbia nelle strade. Si accende una contro-reazione di una parte della popolazione locale: due giorni di pestaggi e “caccia al nero”. Arrivano le forze dell’ordine e l’esercito. Il bilancio è di decine di feriti, tra mille e duemila lavoratori vengono trasferiti o fuggono in altre città italiane. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, attribuisce la causa degli scontri all’eccessiva tolleranza dell’immigrazione irregolare.
Rosarno diventa il boccone perfetto per rimestare nella xenofobia. Il 6 marzo 2019 l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini spedisce le sue ruspe per appiattire la baraccopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. Per terra rimangono macerie e detriti. Sono serviti anni e milioni per bonificare la messinscena. Ma loro, i braccianti, sono ancora lì. «I fatti di allora - spiega Pugliese a Domani - non ci hanno insegnato niente. Quel signore, Salvini, ha fatto una roba disgustosa e agghiacciante. Poteva trasferire i braccianti senza ruspe e invece li ha semplicemente trasferiti nella tendopoli a fianco. Ghetti di stato con le tende blu. Su qualche lembo si intravede ancora il logo della Protezione civile».
Quindici anni di insopportabili promesse che penzolano come stracci. Qui il 14 gennaio di quindici anni fa l’allora presidente del Comitato Schengen, Margherita Boniver, si chiuse nel municipio con sindaco e prefetto: «Uno scontro tra due gruppi, di cui uno di africani», disse alla stampa. «In quei giorni - racconta Pugliese - un giornalista molto conosciuto aveva organizzato un incontro con me in un hotel. “Ma a noi i buoni non interessano”, mi ha detto».
E tutto è rimasto uguale. «In un contesto di precarietà e ghettizzazione dei lavoratori braccianti, abbandonati dalle istituzioni, dopo quindici anni la Piana di Gioia Tauro è nuovamente una polveriera pronta ad esplodere», denuncia un appello di diverse organizzazioni, tra cui Emergency, chiedono provvedimenti urgenti. E un’urgenza che dura da 15 anni è l’emblema della distopia.
La stagione
Nei mesi di picco della stagione agrumicola, tra ottobre e aprile, la situazione già precaria degli insediamenti informali della zona (San Ferdinando e il casolare di contrada Russo) peggiora drammaticamente. La Piana di Gioia Tauro si popola di «giovani lavoratori, per lo più stagionali, tutti di sesso maschile, provenienti per la maggior parte dai Paesi dell’Africa sub-sahariana occidentale», spiega Medu nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Rosarno.
«Vengono loro perché gli altri non vogliono farlo questo lavoro», dice Pugliese, «e dal lavoro nero siamo passati al lavoro grigio. Molti lavoratori non sanno cos’è una busta paga. Poi ci son quelli che non sanno leggere una busta paga, chi non ha voglia di protestare. Quando abbiamo fatto manifestazioni c’erano lavoratori che partecipavano, ma la maggior parte di loro andava a lavorare».
Perché il problema forse non sono gli stranieri. Sos Rosarno individua il problema soprattutto nelle grandi centrali d’acquisto della grande distribuzione. «Sì, ci sono i protocolli ma se io sono un delinquente li firmo tranquillamente, come vado tranquillo a messa la domenica. Si dovrebbe parlare di indici di congruità e questi li ottieni sapendo quanto paghi la frutta. Altrimenti è solo una guerra tra poveri».
Mauro Destefano lavora a Rosarno per Emergency. Hanno un ambulatorio per le prime visite e si occupano di orientamento sanitario. Non è facile. «Spesso non sanno che avere una tessera sanitaria significa avere un medico di base, che serve anche a rompere le barriere». Chi vive lontano dai contesti urbani è condannato.
Spesso l’alcol serve per attutire la solitudine e i disagi mentali sono dietro l’angolo. «L’anno scorso un bracciante è stato volontariamente investito da un auto mentre tornava dal lavoro. Non usciva più nemmeno per fare la spesa, aveva paura di essere schiacciato da un momento all’altro. Ha smesso di lavorare. L’abbiamo reinserito in Sicilia». Bisognerebbe farle sentire persone, non solo braccia, mi dice.
Nella Piana di Gioia Tauro Medici per i Diritti Umani da novembre 2024 a febbraio 2025 ha fornito assistenza medica e socio-legale a 371 persone attraverso uscite regolari, tre volte a settimana, presso la tendopoli di San Ferdinando, il casolare di contrada Russo a Taurianova e Largo Bruniani a Rosarno.
Il 19 febbraio il prefetto e il sindaco di San Ferdinando hanno annunciato la realizzazione, nell’arco di un anno e mezzo, di 44 chalet in un’ex azienda agricola tra San Ferdinando e Rosarno, destinati ad accogliere 180 braccianti come misura per il superamento delle criticità della tendopoli. «È un passo avanti - spiega Medu - ma si rischia di creare un ghetto isolato e insufficiente». Un altro ghetto. Un altro ancora.
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