Dopo due anni di processo è stato smontato l’impianto accusatorio della procura, secondo cui si trattava di un’organizzazione criminale dedita agli assalti ai cantieri Tav in Val di Susa e a episodi violenti in città. Il procedimento giudiziario nasce da un’inchiesta avviata nel 2019 dalla Digos: un caso che divide la città di Torino
Svolta cruciale a Torino nel processo contro il centro sociale Askatasuna: i 16 imputati accusati di associazione a delinquere sono stati assolti con la formula «perché il fatto non sussiste». La sentenza, pronunciata dal collegio presieduto da Federica Bompieri, smonta il cuore dell’impianto accusatorio della procura, lasciando in piedi solo i reati minori per cui si attendono ancora le decisioni.
Fuori dal Palazzo di Giustizia, un presidio di un centinaio di antagonisti ha accolto il verdetto con musica, striscioni e un messaggio chiaro: la lotta non si ferma. Ma per comprendere il peso di questa giornata è necessario ripercorrere una vicenda che affonda le radici in anni di tensioni sociali e scontri politici.
Fine di un teorema
Alle 14:30, dopo ore di attesa, l’aula bunker ha emesso il suo verdetto. Dei 28 imputati totali, 16 erano accusati di aver costituito un’associazione a delinquere con base nel centro sociale di corso Regina Margherita 47, storico presidio antagonista torinese.
Caduta l’associazione a delinquere, il reato più grave contestato agli attivisti di Askatasuna, sono arrivate le condanne per reati minori: 18. Dieci imputati sono invece stati assolti. La condanna più grave è quella nei confronti di Umberto Raviola, 4 anni e 9 mesi. Era difeso dall’avvocato Claudio Novaro. Quella più lieve prevede cinque mesi.
La procura, guidata dai pm Manuela Pedrotta ed Emilio Gatti, aveva chiesto condanne pesanti, dipingendo Askatasuna come il motore di un’organizzazione criminale dedita agli assalti ai cantieri Tav in Val di Susa e a episodi violenti in città. Ma i giudici hanno bocciato questa tesi, sancendo che non esisteva un sodalizio strutturato per delinquere. Resta ora da definire il destino delle imputazioni minori – resistenza, danneggiamento, violenza privata – che coinvolgono l’intero gruppo di 28 attivisti.
La notizia ha scatenato reazioni immediate. Marco Grimaldi, vicecapogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera, presente in aula con Alice Ravinale e Sara Diena, ha dichiarato: «L’accusa di associazione a delinquere era infondata, lo dicevamo da tempo. Confidiamo che la magistratura prosegua senza pregiudizi». Fuori, gli attivisti hanno esultato, ribadendo con uno striscione: «L’unica sentenza è continuare a lottare contro guerra e criminalizzazione del dissenso».
L’Antefatto: Una lotta radicata
Il processo Askatasuna nasce da un’inchiesta avviata nel 2019 dalla Digos torinese, denominata “Sovrano”, che punta a dimostrare come il centro sociale, occupato dal 1996, fosse il cuore di un progetto criminoso. Le indagini si concentrano su un decennio di mobilitazioni: dalle proteste studentesche del 2009 agli scontri in Val di Susa contro la Torino-Lione, simbolo per il movimento No Tav di una devastazione ambientale e sociale. Gli episodi contestati includono “battiture” ai cantieri, presunte aggressioni e la gestione di “casse di resistenza”, paragonate dalla Procura a strumenti di autofinanziamento criminale.
Nel 2022, dopo un’udienza preliminare, 28 militanti vengono rinviati a giudizio. Per 16 di loro scatta l’accusa di associazione a delinquere, inizialmente ipotizzata come sovversiva ma poi riformulata dal Tribunale del Riesame.
Tra i nomi di spicco, Giorgio Rossetto e Andrea Bonadonna, figure storiche dell’antagonismo torinese. La requisitoria dei pm, nel dicembre 2024, aveva chiesto pene per complessivi 88 anni, sostenendo che Askatasuna operasse con una struttura gerarchica e una logistica precisa, tra il centro sociale, lo Spazio Neruda e i presidi valsusini.
La Difesa: «Attacco al dissenso»
Sin dall’inizio, la difesa – guidata da avvocati come Claudio Novaro e Valentina Colletta – ha denunciato un processo politico, accusando la Procura di voler criminalizzare il dissenso. «Non c’è prova di un’organizzazione criminale, solo di una comunità che resiste», ha sostenuto Novaro.
Le intercettazioni, spesso decontestualizzate, e l’assenza di una struttura verticistica sono stati i pilastri della strategia difensiva. Le “battiture” sono state ridefinite gesti simbolici, le casse di resistenza strumenti di solidarietà. Testimoni come Zerocalcare hanno descritto Askatasuna come un centro di aggregazione culturale, non di violenza.
Un caso che divide Torino
La vicenda Askatasuna è molto più di un processo: è lo specchio di un conflitto profondo. Da un lato, chi vede nel centro sociale un focolaio di illegalità, responsabile di disordini e costi pubblici – lo Stato ha chiesto 6,8 milioni di risarcimento per le spese in Val di Susa. Dall’altro, chi lo considera un avamposto di resistenza contro un modello di sviluppo ritenuto ingiusto. «Quando l’ingiustizia diventa legge, lottare è un dovere», hanno ribadito gli attivisti, sintetizzando una visione che trova eco in ampi settori della società torinese e valsusina.
La sentenza di oggi è solo un primo atto. Entro 90 giorni arriveranno le motivazioni, e la procura potrebbe appellarsi. Le imputazioni minori restano sul tavolo, con possibili condanne che, tuttavia, non cambieranno il dato politico: l’associazione a delinquere, fulcro del teorema accusatorio, non esiste.
Per gli attivisti, è un incoraggiamento a proseguire; per le istituzioni, una sfida a ripensare il confine tra ordine pubblico e diritto di protesta.
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