«800 miliardi per il riarmo? Io ho votato no». Susanna Ceccardi, europarlamentare della Lega, 33mila preferenze nel 2024, è così orgogliosa della sua scelta da volerla comunicare ai suoi elettori, non solo sui social ma anche sui muri. Il manifesto sei per tre, con il volto della deputata europea e il simbolo dei Patrioti d’Europa, accoglieva ieri la folla di un mercato romano nel quartiere San Giovanni, a tre chilometri dalla sala in cui la leader della sua maggioranza, Giorgia Meloni, interveniva per dirsi orgogliosa dell’opposto. Solo un’informazione strabica, asimmetrica, picchia sulle divisioni delle opposizioni e tace su quelle del governo. Al congresso di Azione, la premier si è seduta in prima fila, accanto al padrone di casa Carlo Calenda e a Paolo Gentiloni, più che fronte repubblicano un calderone romano. Con l’invito a Meloni al suo congresso, Calenda ha voluto includere Fratelli d’Italia nel perimetro dei partiti europeisti, di fatto tra i possibili componenti del Fronte repubblicano per cui si batte da anni (termine nato in Francia per il motivo opposto, mettere insieme il centro e la sinistra per sbarrare l’ascesa della destra lepenista). Meloni si è inserita tra le crepe delle opposizioni, attaccando l’assente Elly Schlein, tra gli applausi cortesi ma non calorosi della sala. La linea di Schlein contro il maschilismo è dirompente e le giovani l’hanno capito Governissimo Ursula A voler prendere per buone queste immagini si direbbe che è in fase avanzata il progetto di sostituire il bipolarismo classico della Seconda repubblica, centrodestra e centrosinistra, con un nuovo bipolarismo di formato europeo, un governissimo modello Ursula. Il grande non detto della politica italiana, alimentato dagli opposti estremismi. Gli estremisti di centro sono allineati soprattutto nell’ex centrosinistra. Dicono che l’alleanza con il Movimento 5 stelle è impossibile, per Calenda va addirittura cancellato, ma evitano di spiegare che alternativa vorrebbero. Sono custodi inflessibili di un europeismo e di un occidentalismo in realtà tutto da reinventare e dimenticano che anche la Dc di Alcide De Gasperi portò l’Italia nella cornice delle alleanze internazionali ma prese il consenso con il piano casa, la riforma agraria, la cassa per il Mezzogiorno, rispondendo alle urgenze della società. Non si fonda un partito, una coalizione, uno schieramento soltanto sul sì al riarmo, e neppure una più modesta candidatura congressuale. L'estremismo trumpiano, il no al riarmo europeo modello Salvini-Ceccardi e Giuseppe Conte, si fa forza di questa fragilità politica, di questa mancanza di contatto con gli umori popolari (ben diversi dagli istinti populisti) e cresce nei sondaggi. Prodi e Franceschini, le gaffe dei padri del Pd. La fatica di Schlein tra ciocche e cognomi Maggioranze trasversali L’ultimo sondaggio, pubblicato da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, vede scendere le intenzioni di voto per i partiti maggiori, Fratelli d’Italia e Partito democratico, costretti a fronteggiare le spinte centrifughe dei rispettivi campi. Una difficoltà che chiama in causa le due leader. Divise da tutto, Giorgia Meloni e Elly Schlein hanno un solo punto in comune: l’allergia per maggioranze trasversali, prive di una identità politica riconoscibile dall’elettorato. Meloni ha lasciato il suo partito fuori dal governo di unità nazionale di Mario Draghi. Schlein ha cominciato la sua avventura nel 2013 nel Pd con il no al governo di larghe intese Pd-Pdl. Ancora ieri qualche avversario interno al partito le ha rinfacciato l’esordio con il movimento Occupy Pd, dimenticando che quel gruppo nacque dentro il Pd come atto di denuncia e di fedeltà al partito, contro i 101 franchi tiratori che avevano, a voto segreto, eliminato Romano Prodi dalla corsa del Quirinale. I 101 non sono mai usciti allo scoperto, è possibile che tra i sostenitori di oggi del professore, in questi giorni amari per lui, ci sia anche qualcuno di loro. Mentre è questo il filo più robusto che lega l’attuale Pd di Schlein alla radice ulivista antica di trent’anni: l’indisponibilità a fare da massa da poltrona ministeriale con qualsiasi alleanza, da Berlusconi a Conte, pur di stare al governo. È la scommessa di sempre: solo da maggioranze chiare, votate dagli elettori, e da identità politiche e culturali non sbiadite, possono nascere governi di cambiamento. Nel centrosinistra italiano realizzare questo progetto è sempre stata una fatica bestiale, oggi ancor di più, poiché i pezzi della possibile coalizione non fanno altro che ripetere la loro indisponibilità a legarsi in un patto. Marciano divisi, come ha detto Dario Franceschini, a spese del Pd. Anche se ieri perfino Lorenzo Guerini, capo dei riformisti Pd, ha detto che in Campania bisogna lavorare per alleanze larghe, ovvero con quei Cinque stelle che Calenda vorrebbe cancellare. Difficile quindi trovare una linea alternativa a quella unitaria di Schlein. Nella destra, Meloni al congresso di Azione lancia il segnale che, come già accaduto in Europa con Ursula von der Leyen, il pragmatismo, l’ambiguità e la tenace determinazione a restare al potere consigliano la necessità di un piano B, l’esistenza di un motore di riserva. Provenzano: «Meloni attacca perché ha fallito. Sul riarmo ha favorito la Germania. Il Pd? Non può avere linee diverse»