Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per una ventina di giorni pubblichiamo ampi stralci della sentenza in rito abbreviato dell’inchiesta Gotha del 2006, quando a Palermo finiscono in carcere vecchi boss e nuove leve due mesi dopo l’arresto di Provenzano Bernardo.


Torniamo alle annotazioni dell’agenda in possesso del Di Fiore.

Tutte le entrate estorsive sono puntualmente indicate nella contabilità della famiglia mafiosa. L’organizzazione tiene aggiornata la posizione di ogni singola vittima. L’essere analitici permette di programmare gli interventi nei confronti dei “contribuenti”. Il tutto facilita pure la conoscenza del volume delle entrate della cosca.

E’ rigidissima la compartimentazione del territorio nella distribuzione degli utili derivanti dal prelievo estorsivo. Sono bandite forme non autorizzate di raccolta del “pizzo”, lederebbero in maniera irreparabile il prestigio dell’organizzazione. Il versamento ai rappresentati della competente famiglia risponde alla necessità “simbolica” di affermare la propria supremazia, il proprio potere “militare” e in un certo senso “politico” sul territorio.

Quello del monopolio del territorio è un principio facilmente enunciato, difficilmente mantenuto se non attraverso il reciproco riconoscimento tra gruppi o la trattativa per ottenere il permesso di agire nel territorio di altri o per determinare il vantaggio ricavabile dall’azione altrui nel proprio territorio.

Chi viola le regole della organizzazione, comunque, si espone a gravi sanzioni.

Sulla sorte che tocca agli “aspiranti protettori” non autorizzati, è esplicito Antonino Giuffrè, colui che sino all’aprile del 2002 guida il mandamento di Caccamo.

Ricorda ai magistrati del capoluogo siciliano la vicenda dei fratelli Lo Cascio, Enzo e Leonardo, di Lercara Freddi. I due, con una iniziativa del tutto autonoma, avevano incendiato la finitrice di una impresa locale per indurre il titolare a versare il “pizzo”.

Ma, sulla base di accordi interni a Cosa Nostra, la stessa impresa aveva già provveduto alla “messa a posto” con i corleonesi.

Totò Riina era venuto a conoscenza dell’episodio. Assai alterato, aveva convocato Giuffrè, competente per territorio, dicendogli senza giri di parole: “noi siamo sicuri che gli autori di questo danneggiamento sono i fratelli Lo Cascio…se tu sei d’accordo devono morire” . Aveva, poi, aggiunto: “ora renditi conto pure tu e, dopo di ciò, quando sei sicuro, agisci per la loro eliminazione”.

Qualche giorno più tardi le forze dell’ordine avevano rinvenuto in una discarica di Palermo il corpo senza vita di Enzo Lo Cascio. E successivamente il fratello Leonardo era stato freddato da dieci colpi di pistola a Lercara Freddi.

Le regole sulla competenza a riscuotere sono fondamentali. Può, semmai, accadere che affiliati non appartenenti alla famiglia competente alla riscossione agiscano come rappresentati della stessa, allorquando esista un rapporto pregresso e privilegiato tra operatore economico e l’ “uomo d’onore” di un’altra famiglia o vi sia la necessità di mediare tra gli interessi dell’imprenditore e quelli della cosca competente.

Francesco Bonura, sottocapo della famiglia di Uditore (mandamento Passo di Rigano), tratta direttamente una richiesta di “pizzo” con Gioacchino Guccione, amministratore della società Marina di Villa Igiea, e Vito Buscemi, titolare di un impresa edile.

La sua condotta non viola il codice mafioso, nonostante l’attività in oggetto debba svolgersi in un territorio sotto la competenza mafiosa della famiglia Arenella-Acquasanta. Bonura ha rapporti di parentela con Buscemi e conosce da tempo Guccione.

Gode della fiducia di Vincenzo Di Maio, reggente della cosca competente per territorio, perché è il soggetto in grado di spuntare le migliori condizioni sull’entità del “pizzo” e sulle modalità di pagamento.

Alla fine i “contraenti” stabiliscono in favore di Cosa Nostra il 3% sul volume dei lavori e le tranches di pagamento sugli stadi di avanzamento delle opere. Bonura, in altri termini, si è limitato a vestire i panni del procuratore del Di Maio.

L’“uomo d’onore” di Passo di Rigano Calogero Mannino, percettore del pizzo per quella famiglia mafiosa tratta direttamente una pratica estorsiva con l’imprenditore Sammaritano Giuseppe, titolare della società Sicilprodet, che opera nella distribuzione di detersivi, nonostante la competenza della cosca di Carini.

Sammaritano aveva acquistato un terreno sito nella località di Carini senza chiedere il permesso alla cosca locale. A quel punto gli “uomini d’onore” del posto avevano chiesto il versamento di una tangente di 100.000,00 euro ma l’interessato si era mostrato riottoso. Solo allora i mafiosi di Carini avevano interpellato il Mannino, il quale aveva avuto già contatti per altre vicende estorsive con il titolare della Sicilprodet.

Dopo la trattativa, Mannino e Sammaritano si erano accordati per l’esborso in favore della organizzazione mafiosa di 70.000.000 di lire. Quella somma era stata consegnata allo stesso Mannino che a sua volta l’aveva fatta pervenire ai fratelli Giovan Battista Pipitone, attualmente detenuto, e Vincenzo Pipitone, entrambi al vertice della famiglia di Carini, competente per la riscossione.

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