«Jusqu'au bout». Fino all’ultimo: Marine Le Pen non ha «alcuna intenzione» di ritirarsi dopo «trent’anni di battaglie». Questo lunedì il tribunale di Parigi la ha resa ineleggibile con decorso immediato ma a suo dire «si tratta di una decisione politica»: la leader dell’estrema destra francese intende trasformare la catastrofe in motore elettorale. «L’indignazione di milioni di francesi sarà un motore in più».

Il delfino Jordan Bardella ha già invocato una «mobilitazione popolare pacifica» e per quanto Le Pen gli rivolga parole di stima, non ha alcuna intenzione di prefigurare alternative a se stessa. «De Gaulle diceva che la corte suprema è il popolo».

«Il sistema Le Pen»

Tra il 2004 e il 2016 i fondi che l’RN ha ricevuto dall’Ue per pagare gli assistenti europarlamentari sono stati dirottati al partito (tra gli assistenti fake, c’è chi ha messo piede all’Europarlamento per dodici ore in tutto). Un vero e proprio sistema, un «système de détournement»: soldi dirottati, appropriazione indebita.

Quel sistema ha come perno i Le Pen: prima il padre, poi la figlia, che ha svolto un ruolo centrale. «Quel che Marine ci chiede equivale a firmare per degli impieghi fittizi». E pure: dai debiti «non usciamo se non risparmiando soldi grazie al Parlamento europeo». Scambi email come questi hanno spinto alla sentenza di questo lunedì. Ci sono svariate condanne, multe con molti zeri, quadri del partito coinvolti, ineleggibilità multiple, e soprattutto Le Pen stessa – anche se non decade sùbito dall’incarico parlamentare – sarà ineleggibile per cinque anni, oltre a dover scontare due anni di braccialetto elettronico (quel che resta di una condanna a quattro anni).

Il suo avvocato difensore Rodolphe Bosselut parla di «criminalizzazione della difesa»: sostiene che i giudici abbiano optato per l’ineleggibilità perché «Le Pen si difende e allora secondo loro c’è il rischio di recidiva». Il tribunale di Parigi fa leva sul ruolo della leader come architrave del sistema e cita esplicitamente le presidenziali future: sostiene di aver preso in considerazione «anche la grave minaccia all’ordine pubblico, in particolare il fatto che a candidarsi alle presidenziali sia una figura già condannata in primo grado». Su questo punta Le Pen quando dice che «la decisione è politica: in tribunale è stato detto esplicitamente. Vogliono impedirmi di essere eletta alle presidenziali».

Il campo lepeniano

Le reazioni alla sentenza segnano il perimetro del campo lepeniano, che si ritrova sotto la parola d’ordine: «Attacco alla democrazia».

Le Pen ha fatto appena in tempo a correre dal tribunale «indignata», senza neppure aspettare la lettura completa del verdetto, che già il Cremlino accusava i giudici di attacco politicizzato e antidemocratico. Tempo di uno schiocco di dita, e Orbán scriveva: «Je suis Marine». Dopo la banca legata al Cremlino, è stata una banca ungherese a garantire prestiti a Le Pen, regista dei Patrioti con il premier ungherese, Salvini, Kickl, Wilders e compagnia. Tutti pronti, questo lunedì, a prendersela coi giudici – come del resto le destre estreme fanno per schema e d’abitudine ormai – e a parlare di complotti antidemocratici.

«Una dichiarazione di guerra di Bruxelles» secondo il leader della Lega, che mette nello stesso calderone la Romania e ripete così le versioni di Vance e Musk. I giudici «vogliono dimostrare che Vance ha ragione?», ha scritto Trump jr. Pure Musk è ovviamente intervenuto (stravolgendo i fatti): «Ecco cosa succede quando la sinistra radicale non vince col voto» (in realtà il Front populaire è arrivato in testa alle ultime elezioni), «che abusa del sistema legale per incarcerare gli oppositori» (la sinistra francese non ha nulla a che fare col verdetto, anzi Mélenchon prende le distanze invocando di voler «battere alle urne»). Ancora Musk: «Tutto ciò si ritorcerà contro come con Trump».

Mentre socialisti ed ecologisti invocano il rispetto dei giudici, la destra francese dà l’ennesima prova dei suoi sbandamenti verso l’RN: il premier Bayrou segnala il suo “turbamento” per la sentenza (e si dice troublé), il capodelegazione dei Repubblicani all’Europarlamento (e vice del Ppe) Bellamy parla di «giorno nero per la democrazia».

Cicli di sovranismo

Il 2025 era cominciato con la morte di Jean-Marie Le Pen, il fondatore del Front National – oggi Rassemblement – che ha segnato un ciclo dell’estrema destra francese: erano i tempi delle distinzioni nette, del fascismo smaccato e del cordone sanitario rigido.

La figlia Marine ha guidato l’estrema destra attraverso una fase ulteriore: il mascheramento, l’istituzionalizzazione e il compromesso. Negli ultimi tre anni l’RN non ha soltanto moltiplicato la propria rappresentanza parlamentare. È andato a cena (in senso letterale e metaforico) coi macroniani, ha ottenuto incarichi istituzionali d’aula, ha determinato con il suo appoggio esterno vita e morte di un esecutivo; con le sue astensioni tattiche ha persino consentito a Macron di nominare il suo migliore amico Richard Ferrand alla presidenza del Consiglio costituzionale.

Comincia ora un nuovo ciclo: il verdetto di ineleggibilità arrivato questo lunedì con effetto immediato per Le Pen non implica di per sé che il RN non avrà un peso politico alle presidenziali previste per il 2027, ma costringe il partito a una ulteriore mutazione tattica. La via più semplice per sopravvivere al disastro – la indicano all’unisono i sodali dentro e fuori confine – è quella di trasformarlo in profitto politico. Lo schema è già collaudato, il playbook consiste nel presentarsi come eroi e martiri di un sistema ingiusto (i Patrioti si sono già allenati quando in tribunale c’era Salvini) e nell’accusare i giudici, ça va sans dire: la congrega dei Maga e dei Mega lo faceva già prima, non resta che ripetere il ritornello del complotto contro il popolo.

L’opzione della radicalizzazione lascia comunque aperto l’esito della scommessa politica. Non è detto che gli esiti della decisione di questo lunedì vengano ribaltati in appello (e dopo il primo ricorso, resta solo la Cassazione, il cui giudizio è definitivo). Inoltre anche solo il primo tentativo richiede tempi tecnici che sfiorano l’anno e mezzo (circa un anno per lo svolgimento del processo, altri tre mesi per la decisione): significa arrivare a ridosso delle prossime presidenziali senza neppure sapere in tempi congrui se la leader potrà schivare l’ineleggibilità (che resta in vigore fino a decisione contraria). D’ora in poi il Rassemblement National convive con l’idea che Marine Le Pen possa non essere in corsa per l’Eliseo.

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