«Chi pensa di scendere in piazza sabato prossimo per racimolare qualche freccetta in più nei sondaggi a scapito di alleati fastidiosi, assecondare spirali di radicalizzazione non costruisce mai alternative respinge solo il campo della responsabilità».

L’intervento di Pina Picierno è il primo del congresso di Azione, dopo l’inno di Mameli e quello europeo, con qualche iscritto che si lancia un’interpretazione di Freude schöner Götterfunke in lingua originale. La vicepresidente del parlamento europeo negli ultimi giorni è stata al centro delle polemiche per le sue posizioni riformiste, ma è proprio sulle parole rivolte alla piazza dei Cinque stelle di sabato prossimo che applaude anche l’ex commissario europeo Paolo Gentiloni, seduto in prima fila tra il padrone di casa e Mario Monti.

Picierno dà il la a una mattinata che, come nelle aspirazioni maieutiche di Calenda, produce una nuova geometria politica, che scavalca sinistra e destra e distingue invece i volenterosi pro Kiev da quelli che non lo sono. Alla guida dei primi vorrebbe porsi proprio l’ex ministro del governo Renzi, che esaspera la sua posizione filoucraina: per illustrarla plasticamente a decorare la sala ci sono le bandiere ucraina e quella georgiana, oltre a quella italiana e quella europea.

Ma per costruire la sua coalizione personale Calenda apre ampie posizioni di credito alla premier, che accoglie a braccia fin troppo aperte («saluto con emozione Giorgia Meloni», dice dal palco Elena Bonetti): parlare di allargamento della coalizione è esagerato, ma la complicità è innegabile. D’altra parte hanno imparato a parlare la stessa lingua, lungo un improbabile asse Parioli-Garbatella. Calenda si dice sicuro che Meloni risponderà alla chiamata degli altri leader europei quanto si tratterà di decidere da che parte stare: una certezza un po’ eccessiva, commentano in seconda fila, dove siedono da inizio evento Arturo Parisi, Mariotto Segni e Piero Fassino. Ma Calenda vuole tirare a bordo con sé Fratelli d’Italia – presente al gran completo con la premier, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il commissario europeo Raffaele Fitto – nonostante la timidezza recente di Meloni sull’Ucraina, in linea con la posizione più defilata di Donald Trump.

Eppure, anche dal palco di Azione, da dove è felice di assestare un colpo a Matteo Renzi, rivale prediletto di Calenda, la premier spiega di voler insistere sul dialogo con Washington. «L’Italia deve lavorare per rafforzare o difendere l’unità dell’occidente, che è un bene molto prezioso per essere archiviato con leggerezza». E poi, l’affondo contro i dem: «Sento leader in Italia che invocano la rottura con gli Stati Uniti, Schlein dice che non possono essere nostri alleati».

Si chiede Meloni se Schlein chieda «che l’Europa diventi una grande comunità hippie demilitarizzata che spera nella buona fede delle altre potenze straniere?» La segretaria replica immediatamente: «Un governo che non ha altri argomenti sulla politica estera se non attaccare l'opposizione è un governo improvvisato. Da settimane è in stato confusionale». Ad allontanarsi un po’ sembra però un gioco di specchi, con le due leader che si stuzzicano per non dover fare i conti ciascuna con i problemi interni alla propria coalizione, che raccoglie in entrambi i casi posizioni di politica estera incompatibili tra loro.

Anche perché Calenda vorrebbe nella squadra dei volenterosi anche la parte del Pd che gli è più vicina: accetta in battito di ciglia la proposta di Gentiloni rivolta al centro di mettere assieme un’alternativa, in luogo di un atto di fede in un campo largo «che non so nemmeno se esista». «Vogliamo fare l'alternativa insieme? Domani mattina, ma con te» risponde il leader di Azione, segnalando tutti i distinguo che restano nell’aria.

Noi e loro

Anche perché, se Calenda ha ben chiaro con chi vuole stare, ha ancora più presente chi sono quelli che vorrebbe evitare. «L’unico modo di avere a che fare con il Movimento 5 stelle è cancellarlo» grida dal palco. Una dichiarazione che perplime anche qualcuno del suo stesso partito, eccita gli animi di FdI, con Meloni (a sua volta pronta a sottolineare le contraddizioni di Conte sull’aumento delle spese militari) che ride di gusto degli attacchi e Crosetto che si alza direttamente in piedi ad applaudire.

Ma soprattutto, parole che lanciano la volata alla manifestazione di Conte, che nel pomeriggio veste i panni della vittima: «Oggi mal di stomaco alle stelle per il partito trasversale delle armi a oltranza. Siamo scomodi si sa, ma andremo dritti per la nostra strada». Se Conte è il bersaglio primario e Schlein si percepisce negli interventi più per sottrazione che per presenza, a tirare in ballo l’altro avversario del fronte dei volenterosi è Gentiloni: «Ho sentito molto parlare dei Cinque stelle e forse troppo poco del nostro ministro dei Trasporti che ha quella posizione di confine tra riluttanza nel sostegno all’Ucraina e simpatia verso qualche vicino».

E qualora servissero conferme del fatto che la Lega si colloca saldamente al di là del guado, basta ascoltare le parole del segretario dall’evento precongressuale di Padova, da dove continua a cavalcare la sua linea filotrumpiana: «Il piano di 800 miliardi di von der Leyen è morto perché è sbagliato» ha detto Salvini. «Investiamo in sicurezza nazionale, il nostro problema non sono i carri armati sovietici». Certo, tutti distinguo che reggeranno fintantoché la legge elettorale non ricorderà a tutti la necessità delle coalizioni.

© Riproduzione riservata