Le opposizioni attaccano compatte Giorgia Meloni sul caso Almasri. Ma sulla coalizione vanno in ordine sparso, Schlein non entra nel dibattito
Un sasso nello stagno. La proposta di correre “divisi” – nel senso di spingere ciascuno sul suo programma – ma stringendo un accordo per la parte uninominale fra tutte le forze che attualmente sono all’opposizione, consegnata a Repubblica qualche giorno fa da Dario Franceschini, ha fatto quest’effetto nelle opposizioni.
La segretaria del Pd Elly Schlein non l’ha presa bene, perché si è convinta che al fondo vi si legge la sfiducia nel suo potenziale ruolo di leader dell’intera coalizione. Qualche giorno dopo, dalle pagine di Domani, è arrivato l’emendamento di Goffredo Bettini, che rende più potabile a chi, come lei, si professa «testardamente unitaria»: «Il programma concreto dell’esecutivo si può contrattare dopo il voto, ma prima non si può rinunciare a una comune visione di fronte a ciò che sta accadendo in Italia e nel mondo. Non solo per difenderci, ma per mettere in campo un’idea di società, il nostro sogno alternativo».
A questo punto Conte ha detto un quasi sì. «La prospettiva è lavorare in modo realistico rispettando anche le diversità, per poi colpire uniti». Un segnale di disgelo, che sembrava favorito dal fatto che in quelle stesse ore le opposizioni stavano unitariamente chiedendo a Giorgia Meloni di riferire in aula sul caso della liberazione del torturatore libico Almasri, e in assenza di risposte, hanno unitariamente bloccato i lavori di Camera e Senato.
Una battaglia comune, quella di trascinare la presidente del Consiglio in aula, su cui hanno insistito sia Schlein sia Conte, e che andrà avanti fino alla riapertura delle camere martedì prossimo (anche con qualche dubbio su come portarla avanti se, come è probabile, la presidente non si sottoporrà alle aule e manderà un ministro a prendersi i fischi delle minoranze, il candidato di queste ultime ore sembra quello degli Esteri, Antonio Tajani).
«Testardamente unitari»
Proprio la vicenda parlamentare di questi giorni racconta che l’ipotesi della segretaria, quella di costruire un’alleanza sulla base delle battaglie concrete comuni, non sta funzionando: le forze dell’opposizione si compattano spesso e volentieri sulle singole questioni – è successo sul salario minimo, sull’autonomia differenziata, sulla sanità, ora sulla richiesta di spiegazioni sulla liberazione del torturatore libico – ma poi lì si fermano. Ogni mossa comune nelle camere, ogni iniziativa più o meno efficace, anche solo mediaticamente, poi non porta ad alcun avanzamento del dialogo in vista di una coalizione.
Per la segretaria del Pd il problema per ora non esiste. Al di là di una prima risposta di Marco Furfaro, cortese ma francamente disinteressata al tema, chi le lavora al fianco risponde senza mezzi termini: «Non abbiamo nessuna intenzione di infilarci in questo dibattito a due anni e mezzo dalle elezioni».
La realtà è leggermente diversa: non è che l’idea di un accordo solo all’uninominale non venga affatto presa in considerazione dal Nazareno. Ma la professione di essere «testardamente unitaria» è un brand che funziona: rassicura gli elettori e infatti recupera voti. Quindi, è il ragionamento riservato, magari alla vigilia delle elezioni si prenderà atto che un programma comune è impossibile e si finirà per fare come dicono Franceschini e Bettini. Ma intanto si naviga come se la coalizione fosse possibile.
Chi vince e chi perde
In questo ragionamento chi vince e chi perde a volte è il contrario di quello che sembra. Chi è schierato con la segretaria teme che il lodo Franceschini-Bettini le tolga la possibilità di guidare la coalizione. E invece le restituisce una chance nell’unica maniera potabile per Giuseppe Conte: dopo il voto, e a partire dal peso dei voti presi. E per di più lascia praticabile lo scontro polarizzato fra Schlein e Meloni, che è nell’interesse elettorale di entrambe.
«Con le regole elettorali attuali questa mi pare l’unica strada per costruire una coalizione competitiva», dice il senatore Dario Parrini, «solo una coalizione elettorale che comprende tutta l’opposizione attuale è competitiva. E in una coalizione del genere è chiaro a chi il presidente della Repubblica dovrà dare l’incarico di presidente del Consiglio al leader del partito più forte dell’alleanza che ha vinto».
Il silenzio dei riformisti
Ma il riformista Parrini svolge un suo ragionamento che il resto dell’area rifomista non mette in chiaro. Per tante ragioni. Intanto perché aspetta – e spera – che la segretaria esca allo scoperto; poi perché il leader Bonaccini dà una mano alla segretaria, e non le mette il dito nell’occhio; poi ancora perché quest’area ha aperto il fronte del no al referendum contro il Jobs act, già abbastanza sanguinoso nel Pd, e non vuole rompere su tutto. Infine perché resta affezionata all’idea di un federatore dell’alleanza, espressa a più riprese da Romano Prodi e spazzata via da Franceschini: e per i riformisti, sia chiaro, il federatore non è Schlein.
Chi ha parlato con Andrea Orlando riferisce che, secondo l’ex ministro, «due anni e mezzo sono un periodo in cui si può fare molto lavoro. È interessante la suggestione di Bettini a lavorare su un campo di valori condivisi ma non possiamo rinunciare a un protagonismo del Pd sulla costruzione del progetto per l’Italia e ad aggregare forze su di esso».
Il no rossoverde
Infine ci sono i rossoverdi. Che stavolta non sono d’accordo con Conte. «La dico citando Moretti: continuiamo così, facciamoci del male», dice Angelo Bonelli, che boccia Franceschini e anche Bettini. «Senza una proposta politica comune, non si vince».
Pazienza se YouTrend, per Repubblica, ha “dimostrato” che il centrosinistra modello Franceschini è l’unico che può mandare in affanno la destra: «Piuttosto dimostra che comunque non si vince. Ma come è pensabile presentarsi agli elettori dicendo: andiamo divisi perché non siamo in grado di esprimere una proposta comune, facciamo però un accordo tecnico nei collegi. Ma chi ci vota così? È solo un incentivo all’astensione e uno strumento formidabile di attacco per la destra. Conclusione: «Ci sono delle difficoltà? Affrontiamole».
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