A una settimana dalla manifestazione dei Cinque stelle contro il riarmo europeo, che il 5 aprile a Roma griderà un no pacifista ma bellicoso contro i «guerrafondai», cioè i favorevoli al piano von der Leyen e all’aiuto militare dell’Ucraina, il Pd ufficialmente non ha ancora deciso se inviare una delegazione in quella piazza. In realtà nelle riflessioni che ascolta Elly Schlein prevale il no. Lei non ci andrà – sabato 29 non sarà neanche al congresso di Azione, ma ci sarà una folta delegazione dem – e al momento nessuno ha ricevuto la richiesta di mettere in piedi una delegazione, neanche i dirigenti pacifisti che di solito vengono inviati alle iniziative arcobaleno.

Su questa freddezza pesa la convocazione solitaria e identitaria di Giuseppe Conte, e il rischio che le parole d’ordine contro la «transizione militare» si trasformino in slogan ambigui sulla pace di Donald Trump e Vladimir Putin e in un eccesso di attacchi contro chi continua a dire sì all’aiuto militare all’Ucraina: come il Pd. Con due conseguenze sgradevoli per Schlein: che fra le due forze politiche si apra un fossato incolmabile e, nell’immediato, che qualche esponente dem si ritrovi invischiato negli slogan M5s.

Guerini: lontani da M5s

Ha battuto un colpo Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, il più taciturno dei leader riformisti ma anche il più ascoltato dalla segretaria. Ospite di Omnibus, su La7, ha mosso le sue critiche al piano ReArm Eu ma ha anche sottolineato che «l’adeguamento degli strumenti militari nazionali, a prescindere dal piano von der Leyen e dalla costruzione della difesa europea, è un’esigenza ineludibile, perché gli strumenti militari nazionali ed europei risentono di una vetustà e della difficoltà di stare al passo con il salto tecnologico che viviamo»; e chi vuole la difesa europea deve sapere che questa si baserà «sui basket nazionali».

Quanto alla piazza M5s, «la piattaforma è lontanissima dalle mie posizioni e penso sia molto lontana dalle posizioni del Pd». Voci favorevoli, del resto, non se ne raccoglie. Anche i più sensibili al tema si sfilano: «Che senso ha partecipare alle manifestazioni degli altri partiti?».

Anche perché l’opa ostile dei Cinque stelle contro il Pd è in pieno corso. Il Movimento ha presentato una mozione contro ReArm Eu/Readiness 2030 a Montecitorio, la cui discussione in aula è stata calendarizzata il 7 aprile. Testi simili sono stati depositati nei Consigli regionali di Campania, Puglia, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Lazio. Le prime due sono governate dal Pd. «Non è una manovra ostile al Pd», assicura Riccardo Ricciardi, capogruppo dei deputati M5s, ma serve «una discussione chiara». E la piazza sarà aperta «a chiunque: cittadini, partiti, associazioni, sindacati, a chi vive con disagio questo clima di “nemico alle porte”».

Aperta, anche troppo per chi dovrebbe difendersi dall’accusa di «pacifinto» e «putiniano». Pina Picierno, la vicepresidente dem del parlamento europeo che ormai è fumo negli occhi per i colleghi contiani, ha avvertito che in questi giorni utilizzano le stesse parole d’ordine della piazza «comitati No Nato e proxy della propaganda russa nel nostro paese». Certo è che ci saranno il Prc e Avs.

E per il Pd fare un passo verso i Cinque stelle sul tema del riarmo rischierebbe di far saltare il precario equilibrio fra le diverse anime del partito, dopo la spaccatura a Strasburgo e la faticosa ricucitura nella risoluzione al parlamento italiano. Peraltro il calendario dell’Europarlamento prevede altri voti a rischio divisione.

L’avviso a Picierno

Sintomo delle tensioni interne, è un caso esploso venerdì 28: una durissima contestazione proprio a Picierno. I componenti di un «Intergruppo parlamentare per la pace tra Israele e Palestina», fra cui Laura Boldrini, Susanna Camusso, Andrea Orlando, Arturo Scotto, Nico Stumpo e Stefano Vaccari, hanno stilato un durissimo comunicato che le contesta di aver incontrato l’organizzazione Idsf (Israel Defense and Security Forum) «che propugna le ragioni dei coloni in Cisgiordania, i crimini contro l’umanità perpetrati a Gaza e nega esplicitamente la soluzione di due popoli due stati».

Idsf ha incontrato anche il commissario alla Difesa, Andrius Kubilius, ma per gli esponenti dem è «incompatibile con le politiche del Pd intrattenere qualsiasi relazione con simili realtà».

Nel Pd riformista è scattata la solidarietà a mezzo social. «Picierno ha l’integrità e l’intelligenza di incontrare chi vuole lei, senza dover subire processini, dentro e fuori il partito», twitta il senatore Filippo Sensi. «Far coincidere gli incontri che il ruolo istituzionale richiede con prese di posizione politica è sbagliato», per la senatrice Simona Malpezzi. La risposta di Picierno è altrettanto dura: «Non si ha più la capacità di distinguere tra incontri istituzionali e prese di posizione politiche. Non consento a nessuno, specie a chi ha fatto incontri imbarazzanti in passato, di dirmi cosa fare e cosa no, chi dovrei incontrare e come dovrei comportarmi». E conclude: «Questi tentativi maldestri di processi pubblici non appartengono alla nostra cultura politica».

La mossa ha l’aria di una sorta di avviso di garanzia all’esponente che più si è differenziata dalle posizioni della segretaria. Alcuni firmatari minimizzano, parlano solo di una richiesta di tenere in conto delle posizioni del partito a cui appartiene. Certo è che l’iniziativa fa riemergere le tensioni fra l’area della segretaria e la minoranza. La riconquistata compattezza del Pd in realtà è solo apparente. Anche se tanto Schlein che i riformisti fin qui hanno voluto evitare un chiarimento interno.

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