«Rischiamo di tornare al passato, la paura è tanta». Josè ha 55 anni, è un desplazado, uno sfollato a causa del conflitto interno in Colombia, vive a Santa Marta ed è visibilmente preoccupato. Lo incontriamo davanti un bar del centro città, uno dei tanti pensati per i turisti che la affollano.

Il telegiornale che passa nella tv del bar parla di 32mila sfollati e oltre 100 morti: il bilancio provvisorio della crisi che sta avvenendo a Catatumbo fa riemergere nella memoria collettiva un periodo che tutti vorrebbero dimenticare ma che ancora non è stato superato del tutto, nonostante il processo di pace avviato nel 2016. L’Eln, Esercito di liberazione nazionale, e il Frente 33, gruppo armato che fa parte della galassia di quel che resta delle Farc dopo il loro scioglimento, si stanno fronteggiando nella zona di confine con il Venezuela dove gli interessi economici sono tanti tra il petrolio e le piantagioni di coca, qui presenti entrambi in grande quantità.

Come se non bastasse, questo è uno dei punti più importanti degli oltre 2.200 chilometri di confine con il Venezuela: la città di Cúcuta infatti è il primo approdo per i milioni di migranti venezuelani che in questi anni sono scappati da una crisi economica e politica che ha investito il Paese. Il governo colombiano accusa quello di Caracas di sostenere i guerriglieri dandogli riparo oltreconfine, d’altronde gli interessi sono grandi per tutti.

Stati d’emergenza

Il presidente colombiano Gustavo Petro – in queste ore già sconfitto nel primo braccio di ferro con Donald Trump sul destino dei migranti colombiani deportati dagli Usa con aerei militari, voli prima bloccati e poi accettati obtorto collo a fronte della minaccia di dazi del 25% e poi del 50% agitata dall’ex tycoon – ha sospeso i colloqui di pace con i guerriglieri che rientravano nel suo programma politico per una pacificazione totale della Colombia, ha dichiarato lo stato di emergenza e ha inviato i primi 400 soldati per fronteggiare i due gruppi guerriglieri e le altre bande armate della zona, così come è stato inviato lo scorso dicembre l’esercito nella zona di Nariño, al confine con l’Ecuador, dove un gruppo armato locale di autodifesa aveva iniziato un’offensiva contro l’esercito dopo essere cresciuto nei mesi precedenti fino a controllare 12 comuni della zona sul Pacifico.

La paura del conflitto tra le diverse fazioni della guerriglia, i paramilitari e l’esercito regolare è altissima: «I gruppi armati di autodifesa e altri gruppi paramilitari sono nati perché volevano portare ordine e giustizia, ma poi hanno capito che il traffico di droga portava molti soldi e hanno finito per combattere allo scopo di prendere il posto dei loro nemici», mi racconta Mauricio, che in passato è stato sequestrato e torturato dai paramilitari di Bogotà.

«Aiutavo i tossicodipendenti, oggi in strada ce ne sono moltissimi ancora: per questo hanno pensato che fossi un informatore della polizia antidroga, mi hanno dato cinque coltellate sullo stomaco per farmi parlare», continua Mauricio, che dopo essere stato salvato dal padre di un suo amico che conosceva questo gruppo armato ha deciso di lasciare la capitale e oggi vive nel nord a Barranquilla, dove lo incontriamo. Secondo lui il processo di pace è stato un errore, la repressione è l’unica soluzione, «anche a costo di una guerra in tutto il Paese».

La sua posizione però non è quella più diffusa tra le vittime del conflitto: tra loro c’è chi ha perso casa, chi ha perso uno o più familiari o più spesso entrambe le cose. «Il fenomeno dei desplazados riguarda più di 10 milioni di persone, circa il 25% della popolazione colombiana», racconta Audes Jimenez, presidente dell’associazione Unidad para las Victimas del conflicto armado, che ci riceve nella sede a Santa Marta. Lei si è impegnata in prima persona nel processo di pace: «Quei mesi li abbiamo vissuti con il fiato sospeso, la destra ha cavalcato il malcontento mettendo in giro notizie false per far naufragare i colloqui», ci racconta Audes. Ma alla fine, nonostante le grandi difficoltà e il voto contrario al referendum, il percorso di pace «è iniziato», aggiunge.

La memoria in queste terre è qualcosa di prezioso: lo sapeva bene Gabriel Garcia Marquez, nato in questa zona, dove ha ambientato la sua magica Macondo. José Arcadio Buendìa, capostipite della famiglia, aveva un sistema per non far perdere la memoria agli abitanti attraverso una serie di cartelli distribuiti per il villaggio. Allo stesso modo ricordano i loro morti gli abitanti di Nueva Venecia, un villaggio magico, che galleggia al centro di una grande laguna. Le case sono palafitte, così come la chiesa e la scuola: qui tutto è sull’acqua e per raggiungere il primo paese sulla terraferma ci vuole un’ora e mezza di barca.

Ventisette pietre segnate

«Viviamo di pesce da 250 anni, siamo gente pacifica», racconta Gabriel, uno dei leader della comunità. «Nel novembre del 2000 arrivarono 70 paramilitari del “Bloque Norte”, uccisero 27 persone, uno di loro era mio fratello», racconta Gabriel, che quella notte prese la sua barca e non tornò per un lungo periodo. Sul muro della chiesa spicca una targa, mentre davanti alla porta, nel punto in cui furono fucilati, 27 pietre segnate da una croce segnano l’ingresso.

I paramilitari però non sono spariti, dove il conflitto non è ad alta intensità si sono strutturati e guadagnano chiedendo la vacuna, per noi il pizzo, in cambio garantiscono tranquillità e sicurezza, anche se il narcotraffico resta l’attività principale.

Spesso fanno base nei quartieri più poveri, come Bendición de Dios a Barranquilla, una distesa di baracche dove non è facile entrare se non ci si vive. L’ong italiana Cesvi qui sostiene alcune donne attraverso il progetto Almas, finanziato dalla cooperazione italiana, e una di queste è Maria, venuta a Barranquilla alla ricerca del figlio: «Sono una sfollata del conflitto, vivevo a Santa Marta sola con i miei tre figli, avevo lasciato mio marito che mi violentava. Il più grande a 16 anni si è trasferito a Barranquilla perché gli avevano promesso un lavoro ma appena arrivato mi ha chiamata per dirmi che era stato arruolato forzatamente con un gruppo armato, sono passati tre anni e non ho più avuto sue notizie. Vivo qui nella speranza di ritrovarlo». Una vita sospesa, la sua, come le decine di migliaia di sfollati che ancora oggi vagano per la Colombia.

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