Il Myanmar, già piegato da una guerra civile che infuria senza sosta dal 2021, non sa come fare i conti con la scia di distruzione provocata dal terremoto dello scorso venerdì, che si somma a una crisi umanitaria già profonda. Con epicentro nella regione centrale di Sagaing, il sisma ha colpito duramente anche Mandalay, seconda città più popolosa del paese, e si è fatto sentire fino a Bangkok. La giunta militare, che dal colpo di Stato del 2021 governa il Myanmar, ha proclamato una settimana di lutto nazionale mentre il bilancio delle vittime ha superato i 2.000 morti e i 3.900 feriti, e si affievoliscono di ora in ora le speranze di trovare sopravvissuti sotto le macerie.

In un paese dove l’accesso e la comunicazione con molte aree è già limitata dalla guerra, la catastrofe naturale rischia di causare in una strage silenziosa. Infatti, secondo lo U.S. Geological Survey, il bilancio delle vittime potrebbe superare le 10 mila persone, con un danno economico stimato attorno al 70% del Pil nazionale – circa 36 miliardi di dollari – un colpo potenzialmente fatale per un’economia già allo stremo.

Nonostante le numerose difficoltà, la comunità internazionale ha iniziato a mobilitarsi in risposta all’emergenza, dopo che il generale Min Aung Hlaing ha rivolto un raro appello per ricevere assistenza. Dalla presa del potere con il colpo di Stato, il Myanmar è rimasto in gran parte isolato dalla comunità internazionale – fatta eccezione per alcuni paesi come Cina e Russia – e anche in occasione di precedenti disastri naturali, la giunta ha rifiutato l’intervento delle organizzazioni umanitarie, soprattutto quelle occidentali.

La gravità del sisma, unita alla fragilità attuale del regime, ha però spinto la leadership militare a modificare l’approccio nei confronti degli aiuti esterni. Nel corso del fine settimana, l’India ha inviato oltre un centinaio di operatori sanitari per allestire un centro di trattamento d’emergenza a Mandalay. Anche la Cina ha inviato una squadra di soccorritori, numerosi camion carichi di forniture mediche, e ha promesso un pacchetto di aiuti da 13,8 milioni di dollari. Russia, Malesia e Thailandia si sono mosse nella stessa direzione, fornendo personale e materiali per le operazioni di soccorso.

Tuttavia, l’arrivo di questi aiuti non è senza difficoltà, dato che le infrastrutture del Myanmar sono state gravemente danneggiate dal sisma e da quattro anni di guerra civile.

Infatti, le conseguenze del terremoto si aggiungono ad una crisi politica e umanitaria cronica. Dal golpe militare del febbraio 2021, che ha destituito il governo democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi, il paese è lacerato da un conflitto che ha lasciato la giunta con il controllo effettivo di appena il 20% del territorio nazionale – principalmente le aree centrali e urbane. Il resto è diviso tra il governo ombra in esilio (National Unity Government, Nug), composto da membri del parlamento deposto, e numerosi gruppi etnici armati.

Questa frammentazione del controllo sul territorio rende molto complessa l’organizzazione degli aiuti e soccorsi alla popolazione: è improbabile che la giunta invii risorse in zone fuori dal proprio controllo e qualsiasi operazione di soccorso in aree dove è in atto il conflitto richiederebbe una coordinazione con forze belligeranti e contrapposte. La frammentazione del controllo territoriale rende difficile non solo l'arrivo degli aiuti umanitari, ma anche la valutazione accurata dei danni causati dal terremoto. In molte delle aree colpite controllate dai ribelli la giunta aveva già bloccato l’accesso a internet e alle infrastrutture digitali prima del terremoto.

Le difficoltà logistiche per le operazioni di soccorso sono quindi enormi. Le principali arterie stradali del Myanmar, già danneggiate da anni di guerra civile e scontri, sono ora quasi impraticabili e gli aeroporti internazionali di Mandalay e Naypyidaw sono stati chiusi a causa di crolli causati dal sisma – costringendo i soccorsi internazionali ad atterrare nella più lontana Yangon.

In questo contesto, la maggior parte dei soccorsi è affidata agli abitanti locali, che scavano tra le macerie con mezzi di fortuna, spesso a mani nude, sotto un caldo opprimente. A peggiorare la situazione è la carenza di risorse del regime militare, impegnato su più fronti in una guerra che non accenna a diminuire.

Infatti, nonostante lo stato d’emergenza dichiarato dal regime in diverse regioni del paese, le operazioni militari della giunta non si sono interrotte. Stando a quanto riferito da media indipendenti, il regime militare ha proseguito con gli attacchi aerei contro le zone ribelli, addirittura poche ore dopo il terremoto. I raid aerei sono stati segnalati in diverse regioni, tra cui Shan e Sagaing, dove si trovava l'epicentro del sisma. In particolare, un attacco aereo a poche ore dal terremoto ha colpito il nord del Paese sarebbe responsabile di sette vittime.

In contrasto, il governo ombra del Nug ha annunciato una sospensione unilaterale delle ostilità per due settimane, dichiarandosi pronto a collaborare con le organizzazioni umanitarie per facilitare l’accesso agli aiuti nelle aree sotto il suo controllo. Una mossa che, oltre al valore umanitario, lancia un messaggio politico diretto alla giunta: la crisi può essere gestita solo con un minimo di cooperazione e apertura. Ma la giunta ha storicamente utilizzato gli aiuti umanitari come strumento politico, bloccando più volte l’accesso degli aiuti internazionali ai territori controllati dai ribelli e arrestando volontari e operatori umanitari. Non è dunque scontato che accetti il supporto del Nug o di agenzie che operano al di fuori del suo diretto controllo.

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