Lo storico «delle cattive idee», autore di Globalists e Hayek’s Bastards, analizza il capitalismo trumpiano: «È diverso dal neoliberismo delle origini che si opponeva ai monopoli». Ma attenzione: dietro la rottura del libero commercio c’è la debolezza Usa
Quinn Slobodian è uno storico delle idee, o come dice lui, uno «storico delle cattive idee»; il neoliberismo è la sua principale ossessione accademica. Insegna all’università di Boston ma soprattutto indaga le connessioni (e le mutazioni) tra il neoliberismo delle origini e l’estrema destra odierna. «Come i neoliberisti hanno cambiato natura per difendere la diseguaglianza dopo la fine della guerra fredda»: di questo parla il suo nuovo libro Hayek's Bastards che in inglese arriva ad aprile.
Slobodian è già noto in tutto il mondo per Globalists e Il capitalismo della frammentazione. Se c’è qualcuno che può far “parlare” tra loro l’ortodosso Friedrich von Hayek, che tratteggiava un ordine globale sul finire dell’impero asburgico, e l’eterodosso Donald Trump, distruttore di ogni ordine in vista di un declino americano, quello è Slobodian.
Definirebbe Trump capitalista, neoliberista o entrambe le cose?
Trovo utile inquadrare il neoliberismo non come un sinonimo di capitalismo, ma come un certo modo di organizzarlo, in cui competizione e accumulazione funzionano secondo una certa idea di regole del gioco. Trump invece rifiuta l’idea delle regole in sé: gestisce il potere in un modo disintermediato. La dottrina neoliberista di pensatori come Friedrich von Hayek e Milton Friedman conteneva in sé la speranza di poter arginare gli impulsi di un Trump: la formula originale degli anni Trenta riteneva che la concentrazione individuale del potere potesse essere contenuta, se gli stati si fossero impegnati per il libero commercio e per combattere le tendenze monopolistiche. Trump è decisamente capitalista, ma non neoliberista in senso stretto.
L’idea che la disintermediazione – la rete decentrata, il rizoma di Deleuze e Guattari – possa di per sé scongiurare le gerarchie è illusoria? Cresce la concentrazione di ricchezze e potere in poche mani.
I libertarians di cui parlo in Capitalismo della frammentazione, i venture capitalists come Peter Thiel, sono interessati alla moltiplicazione di diverse zone (paradisi fiscali ed enclave che sfuggono alle regole ordinarie e alla politica) proprio perché vogliono imporre gerarchie. Non credono nelle relazioni orizzontali. La loro versione di disintermediazione è assai lontana dalle tradizioni dell’anarchismo di sinistra: sono convinti anzi che gli Usa siano stati colonizzati da corrosive idee di uguaglianza, che i movimenti femministi, ambientalisti e per i diritti non siano vittorie ma sconfitte. Vogliono ristabilire quello che per loro è un ordine naturale: chi ha il QI più alto prevale.
Già dai Novanta il neoliberismo fagocitava i movimenti ambientalisti o femministi (penso agli studi di Boltanski, Chiapello, Fraser): non basta?
Il neoliberismo degli anni Novanta ha effettivamente cooptato i movimenti degli anni Sessanta. Ma la “coalizione Maga” non si accontenta di rendere soft una rivoluzione. Loro vogliono annientarla. Non fingono di integrare la diversità in un capitalismo meglio funzionante. Fanno una controrivoluzione che umilia “il nemico”.
Mentre parliamo, l’Ue tratta sui dazi con Washington. Non ci dicevano che il libero commercio è il migliore dei mondi possibili?
Gli anni Novanta hanno rappresentato un momento unico: gli Usa erano talmente dominanti in termini di potere e di economia internazionale da accettare un sistema globale come scenario vincente. Infatti hanno aderito al Wto. Ma nel 2001, con l’ingresso della Cina e la sua rapida industrializzazione, i calcoli sono cambiati. Già nel 2014 gli Usa si chiedevano come contenerla e hanno iniziato ad abbandonare i principi chiave del libero commercio. Ora non vogliono solo impedire alla Cina di avere tecnologie, ma di venderle agli alleati: lo si è visto quando a Londra è stato detto di non usare il 5G di Huawei. Era così con il primo mandato di Trump e lo è ancor più oggi: siamo di fronte a un confronto-scontro per la ridefinizione del sistema.
Lei scrive che «lo spettro della zona ovvero la minaccia di fuga dei capitali serve a ricattare e portare all’estinzione lo stato sociale». Parla ad esempio di paradisi fiscali. Ma non pensa che anche i dazi possano avere la stessa funzione? L’amministrazione trumpiana ha apertamente chiesto all’Ue di smantellare le proprie regole.
Mi riferivo al fatto che negli ultimi trent’anni si diceva: abbassiamo le tasse alle corporation sennò il capitale si sposta altrove. Ci si ricattava da soli. I dazi non sono un male assoluto in sé, ma Trump li usa in tre modi: compensare il taglio delle tasse, riportare manifatture in Usa. E sul terzo mi pare che lei abbia ragione: servono come leva per spingere a fare certe cose. Anche a ridurre autonomia e sovranità nazionale, qualora si chieda di comprare armi Usa o deregolamentare.
Inoltre Trump ventila esenzioni, fa liste ad hoc… Serve una tabella solo per ricordare quali paesi e quali dazi. Tutto ciò non produce ulteriore (capitalismo della) frammentazione?
In effetti sì. Nel Ventesimo secolo abbiamo avuto questa idea di due livelli: nazioni e diritto internazionale. Ma nel secolo precedente c’erano miriadi di accordi bilaterali; gli imperi operavano su differenti giurisdizioni, protettorati… Stiamo andando all’indietro, in termini di frammentazione.
Lei dice che gli Usa stanno “rompendo” il sistema Wto perché non sono più i re del regno. Spezzare le catene del valore, frammentare il quadro in miriadi di accordi, è gestibile in modo vincente se l’equilibrio di potere non è dalla propria parte? Trump ha le carte?
Gli Usa non negoziano da una posizione di potere. Non hanno neppure una strategia, se non quella della disperazione: lo si vede dall’uso anarchico dei dazi. Tutto questo caos sembra funzionale più a rinviare nel breve termine che a cambiare le cose: gli Usa sanno che su temi come AI e auto elettriche è forse già troppo tardi per battere la Cina e non potendo dominare il competitor, usano quel che resta del loro potere per forzare gli alleati a commerciare con loro invece che coi rivali.
Insomma stanno distruggendo la democrazia e in tutto questo non stanno neppure riparando il capitalismo?
Non so se possa essere riparato, ma sono lontani dal trovare un modo per stabilizzarlo, ecco.
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