Tanto rumore per nulla, o quasi. Come previsto sin dallo scorso marzo, l’Istat ha comunicato i risultati della revisione della contabilità nazionale degli ultimi anni, ma per il governo a caccia di risorse, o anche di appigli statistici, per chiudere il cerchio della prossima manovra, il raccolto si preannuncia scarso. È vero, infatti, che i conti migliorano, ma le novità riguardano il passato prossimo, il periodo 2021-2023, con ricadute ancora tutte da valutare sui numeri di quest’anno e, a cascata, sulla legge di bilancio del 2025. Lo stesso discorso vale anche per il Piano di strutturale di bilancio, quello che traccia la traiettoria dei conti per i prossimi sette anni. Un documento, quest’ultimo, atteso inizialmente per il 20 settembre, che invece partirà da Roma alla volta della Commissione di Bruxelles non prima di ottobre inoltrato.

Tagli obbligatori

Anche dopo la revisione contabile annunciata dall’Istat, il problema per l’esecutivo resta quindi quello di sempre: far quadrare i conti di una manovra che deve essere scritta sulla base di quanto previsto dal Patto di stabilità europeo approvato la scorsa primavera. In base alle nuove regole, infatti, Roma è chiamata a dare un taglio al deficit per almeno una dozzina di miliardi, cioè circa mezzo punto di Pil, e le nuove risorse non potranno arrivare dall’aumento del deficit, come invece è sempre successo negli ultimi anni.

Poco cambia, quindi. La salita resta ripida. E infatti Giancarlo Giorgetti si è affrettato a gettare acqua sul fuoco degli entusiasmi (scarsi): «La revisione dei dati comunicati oggi da Istat è di lieve entità e non cambia i principi e il quadro del Piano strutturale di bilancio già esaminato dal Consiglio dei ministri lo scorso 17 settembre», ha commentato il ministro dell’Economia, impegnato da settimane ad alzare un muro di fronte alle richieste dei partiti della maggioranza sui fronti più disparati, dal fisco alle pensioni ai sussidi per famiglie e imprese.

Novità contabili

Vediamo dunque quali sono i numeri resi noti dall’istituto di statistica. La novità più rilevanti riguardano i dati del Pil che rispetto alle stime precedenti è risultato superiore di 21 miliardi nel 2021, di 34 miliardi nel 2022 e di 43 miliardi nel 2023. Migliora, quindi, anche il rapporto tra deficit e Pil nei tre anni considerati. Nei 2023, per esempio, siamo passati da 7,4 a 7,2 per cento. Si muove di conseguenza anche il parametro che riguarda il debito pubblico, che per il 2023 si assesta ora al 134,6 per cento del Pil nel 2023, contro il 137,3 per cento della precedente misurazione.

Tutto bene fin qui, compreso il fatto che, come osserva il comunicato dell’Istat, con i nuovi dati il Prodotto interno lordo nel 2023 è tornato per la prima volta a superare il massimo raggiunto prima della crisi finanziaria del 2008. È stato invece rivisto al ribasso il dato della crescita del Pil nel 2023, fissato dapprima (ad aprile) a più 0,9 per cento e ora corretto a più 0,7 per cento. Non è da escludere che la revisione complessiva dei dati possa avere effetti anche nel 2024, con un lieve ritocco al rialzo dei Pil.

Nubi all’orizzonte

Solo ipotesi, per il momento, come sono ipotesi le stime del governo che vedono una crescita dell’1 per cento quest’anno. Un dato che appare ottimistico rispetto alla previsione di Banca d’Italia, che fissa allo 0,6 per cento l’incremento del Pil. Anche l’ufficio studi di Confcommercio, nel rapporto pubblicato alla fine della scorsa settimana, segnala un rallentamento dell’economia nei mesi estivi che complica “la possibilità di una crescita del Pil attorno o di poco superiore all’1 per cento”. Il governo si avvia quindi a mettere insieme il puzzle della manovra mentre gli indicatori dell’economia reale sono in ribasso. Un fatto di cui non si potrà non tener conto in proiezione futura, così come preoccupano le notizie che arrivano dalla Germania. Secondo l’indagine flash appena pubblicata da Standard & Poor’s l’indice Pmi della produzione manifatturiera è sceso ai minimi degli ultimi 12 mesi. Di fatto, come commenta l’ufficio studi della banca Hcob, che elabora i dati per conto di S&P, il paese si trova in recessione tecnica”. Una situazione che continua a pesare sul sistema produttivo italiano, molto legato a quello tedesco.

Coperture cercasi

Nell’immediato, il governo è chiamato a trovare coperture finanziarie per almeno 15 miliardi per una manovra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 25 miliardi. Almeno 11 miliardi serviranno a prorogare anche per il 2025 il taglio del cuneo fiscale. Poi ci sono una serie di altri provvedimenti a favore di famiglie e imprese, anche questi da prorogare per il prossimo anno che fanno salire il totale a circa 18 miliardi. La riduzione delle aliquota Irpef da quattro a tre, che costa oltre 4 miliardi, risulta invece già coperta quasi per intero, salvo circa 500 milioni. Restano ancora in forse altri interventi di cui è discusso nelle settimane scorse, come l’innalzamento da 50 a 60 mila euro di reddito annuale del limite dopo il quale scatta l’aliquota Irpef massima del 43 per cento, mentre per lo scaglione intermedio, da 28 a 60 mila (e non più 50 mila) il prelievo passerebbe dal 35 al 33 per cento.

Arrivare a questo nuovo assetto potrebbe arrivare a costare fino a 4 miliardi e una somma imprecisata, ma nell’ordine dei miliardi, servirebbe anche per abbozzare una qualche misura a favore della natalità, come auspicato di recente da Giorgetti. Somme difficili da mettere insieme, a meno di n on voler penalizzare settori già in grande sofferenza come la sanità.

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