Ogni mese assistiamo a un rito ormai consolidato: escono i dati sull’occupazione e il dibattito si concentra su variazioni minime, percentuali che salgono e scendono di pochi decimali, confronti con il mese precedente.

Si tratta di un’analisi importante, che serve per seguire il trend di un mercato del lavoro che, in Italia, sta crescendo in quantità come difficilmente si poteva immaginare solo qualche anno fa. Ma c’è un fenomeno macroscopico che continua a essere ignorato, l’elefante nella stanza: la crescita dell’occupazione è trainata quasi esclusivamente dagli over 50.

Oltre i numeri

A febbraio 2025, infatti, gli occupati in Italia sono cresciuti di 47mila unità, raggiungendo il massimo storico di 24,332 milioni. Ma guardando oltre le cifre assolute e analizzando la composizione di questa crescita, emerge un dato impressionante: nell’ultimo anno, il 95 per cento dei nuovi occupati è over 50 (+542mila su +567mila totali).

Tutte le altre fasce d’età arrancano: gli occupati tra i 25 e i 34 anni calano di 10mila unità, quelli tra i 35 e i 49 anni di 17mila, solo quelli under 25 aumentano di 52mila unità. Questa dinamica non è un caso né una contingenza di breve periodo ed è legata solo in parte ai cambiamenti demografici, almeno per quanto riguarda il fenomeno che sta avvenendo nella fascia over 50.

È il risultato di una tendenza in atto da vent’anni e accelerata dalla riforma Fornero, che ha innalzato l’età pensionabile trattenendo nel mondo del lavoro centinaia di migliaia di persone. Basti pensare che dal 2005 a oggi, gli occupati tra i 50 e i 64 anni sono aumentati di 4,2 milioni, mentre quelli sotto i 50 sono diminuiti complessivamente di oltre 3 milioni.

Forza lavoro più vecchia

Di fronte a questi numeri, dovremmo porci una domanda cruciale: come possiamo garantire che chi ha superato i 60 anni continui a lavorare in modo sostenibile, senza compromettere la salute e la produttività?

Il problema è che, mentre ci focalizziamo su incentivi temporanei o micro-interventi sulle pensioni, non stiamo costruendo un sistema che supporti lavoratori e imprese nella gestione dell’invecchiamento della forza lavoro, che è un dato di fatto ineluttabile considerato lo squilibrio demografico che vive il nostro paese, come proprio l’Istat ha mostrato nei giorni scorsi certificando un’età media della popolazione residente di 46,8 anni.

Se osserviamo il calo demografico degli ultimi decenni, emerge chiaramente che il problema non è solo la presenza crescente degli over 50 nel mondo del lavoro, ma il fatto che questa tendenza si accentuerà nei prossimi vent’anni. L’età media della popolazione lavorativa continuerà ad aumentare, e il sistema produttivo dovrà adattarsi con nuove politiche di welfare aziendale, formazione continua, modelli di lavoro flessibili e misure per garantire benessere fisico e mentale.

Il tema della tecnologia

Se ignoriamo questa trasformazione, rischiamo un grosso cortocircuito. Infatti, le aziende potrebbero trovarsi con una forza lavoro meno adatta ai ritmi e alle competenze richieste dall’economia moderna con conseguenze significative sia per la produttività sia per la qualità del lavoro delle persone.

Oggi la strategia più utilizzata è il prepensionamento, che però non può essere una soluzione strutturale, dati i costi elevati e l'alto numero di lavoratori che nel tempo ne sarebbero coinvolti. Peraltro, l’assenza di un vero ricambio generazionale dato proprio dalla ridefinizione della piramide demografica non consente più di immaginare innesti pari al numero di persone che andranno in pensione.

Qui entra in gioco il tema della tecnologia, anche nella forma dell’automazione che è spesso visto come un tabù poiché lo si immagina sempre fuori da un controllo istituzionale. Al contrario, è necessario definire politiche di investimento in innovazione, in grado sia di sostituire lavori non più desiderabili, sia di supportare i lavoratori più maturi. Allo stesso modo, è necessaria una riflessione sulla riduzione dell’orario di lavoro, tenendo conto dei costi che questa comporta, soprattutto oltre una certa fascia d’età.

Tutto questo pone un tema di governance in quanto ogni azienda e ogni settore ha le sue peculiarità nei processi produttivi e quindi nei ruoli e nelle mansioni. Per questo soluzioni uguali per tutti sono inefficaci e occorrerebbe un ruolo maggiore degli attori delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva per affrontare, in una logica di prossimità, questa enorme sfida.

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