L’ad Lovaglio: «Combinazione potente tra banche complementari». Ma a guadagnarci sarebbero soprattutto Caltagirone e i Del Vecchio
Quasi due miliardi di profitti, ricchi dividendi per far felici i soci, ricavi ancora in crescita e un patrimonio più che solido. Ecco, in sintesi, il trampolino da cui Luigi Lovaglio vuol lanciare il Monte dei Paschi alla conquista di Mediobanca.
Ieri l’amministratore delegato di Mps ha presentato agli analisti i conti 2024 della banca di Siena. L’obiettivo evidente era quello di convincere una platea popolata di scettici e dubbiosi della bontà del progetto annunciato due settimane fa, un progetto, lo ha ammesso anche il manager, di cui da principio «non è stata immediatamente chiara a tutti la ratio industriale».
Investitori perplessi
Missione compiuta? È presto per rispondere, tra l’altro nelle prossime settimane Lovaglio sarà impegnato in un tour de force di incontri con gli investitori in Italia e all’estero. Intanto, però, ieri la Borsa ha accolto tra alti e bassi i conti di Mps.
Dopo una fiammata al rialzo il titolo ha perso terreno per poi chiudere con un guadagno dell’1,4 per cento. Bene ma non benissimo, perché i prezzi di questi giorni confermano che il mercato ancora non si fida e continua a giudicare insufficiente l’offerta da 13,3 miliardi in azioni messa sul piatto da Siena per Mediobanca, che invece ieri ha messo a segno un altro rialzo del 3,2 per cento.
Non è solo una questione di numeri e di quotazioni, però. E infatti ieri Lovaglio, rispondendo agli analisti, è tornato a ribadire quanto già affermato nei giorni scorni scorsi. L’operazione «non andrà a colpire l’identità di Mediobanca», ha detto il manager nominato al vertice di Mps esattamente 3 anni fa, il 7 febbraio del 2022, scelto dal governo di Mario Draghi per riportare in linea di galleggiamento una banca salvata dal crac grazie al denaro dei contribuenti.
Il timore di molti investitori, adesso, è che la fusione di due istituti di credito così diversi l’uno dall’altro per storia, attività e immagine sul mercato sia destinata a fare fiasco. L’unione produce «un forte indebolimento del modello di business di Mediobanca» hanno reagito nei giorni scorsi dal vertice della banca che fu di Enrico Cuccia, paventando anche una possibile «perdita di ricavi e clienti».
Più profitti per tutti
Lovaglio è convinto del contrario e ieri ha parlato di business «complementari». In sostanza, questa è la sua versione, un brand fortissimo nell’investment banking e nella gestione di grandi patrimoni come Mediobanca, avrebbe tutto da guadagnare dall’unione con una rete commerciale capillare come quella del Monte, una banca che in è crescita anche nelle attività di consulenza e gestione per i clienti.
Non a caso, durante l’incontro con gli analisti, è stato messo in evidenza che mentre il calo dei tassi riduce i ricavi da interessi, e li ridurrà ancora nei prossimi anni, il bilancio 2024 di Mps vede aumentare del 10 per cento le commissioni da servizi. Ricavi supplementari che però sarebbero «insufficienti per sostituire il margine d’interesse calante», hanno commentato nella serata di ieri fonti vicine a Mediobanca citate dall’agenzia Radiocor.
Lovaglio, a sua volta, non ha rinunciato a entrare nel merito dei conti di Mediobanca, i cui utili – ha detto - dipendono per il 40 per cento dai dividendi della partecipazione del 13 per cento in Generali. Parole che servono a suggerire due concetti a cui il manger del Monte tiene molto.
Il primo è che il valore di Borsa di Mediobanca depurato da quello del pacchetto dell’assicurazione di Trieste risulta più o meno pari a quello di Mps, intorno a 7,5 miliardi. Quindi – è la logica deduzione- la scalata di Siena sarebbe tutt’altro che velleitaria come invece molti analisti hanno sottolineato. Al contrario, se consideriamo la sola attività bancaria, i due istituti sono di taglia simile.
Inoltre, sembra suggerire il manager, senza il “doping” dei dividendi di Generali, i risultati di Mediobanca sembrano tutt’altro che esaltanti e quindi sarebbero destinati a crescere grazie a una combinazione con le attività in gran parte “complementari” di Mps.
Obiettivo Trieste
Lovaglio ieri ha evitato di parlarne, ma proprio attorno alla partecipazione più preziosa del portafoglio di Mediobanca si sono concentrati in queste settimane molte delle perplessità e dei sospetti che ancora avvolgono l’offerta del Monte.
Un’offerta, dicono i critici, che appare strumentale a un disegno tutto politico. E cioè la creazione di un polo creditizio gradito al governo, che dopo aver salvato Mps resta il primo azionista dell’istituto senese con l’11 per cento del capitale, e funzionale alle mire di Francesco Gaetano Caltagirone e della famiglia Del Vecchio, che si trovano a essere soci forti a Trieste, a Siena e pure a Mediobanca. Questo triplice ruolo basta da solo a chiarire chi sarebbero i veri vincitori della partita se la scalata andasse in porto.
Bonus fiscale
Lo scontro, comunque, andrà per lunghe. Il 17 aprile è in programma l’assemblea dei soci di Mps per approvare i conti presentati ieri e varare l’aumento di capitale al servizio dell’Ops che potrebbe partire tra maggio e giugno. Il rischio è che Siena sia costretta rivedere al rialzo per qualche miliardo la sua offerta, messa fuori gioco dall’andamento divergente delle due azioni: Mps cala mentre Mediobanca sale.
L’obiettivo finale resta quello di conquistare almeno il 66,7 per cento della banca preda, in modo da poter sfruttare per intero i benefici patrimoniali garantiti dalle Dta, i crediti fiscali accantonati dal Monte negli anni scorsi. Un tesoretto che vale 1,2 miliardi in caso di successo dell’offerta. Ma gli effetti positivi si sono fatti sentire anche nei conti del 2024. Un quarto dei profitti circa 500 milioni su quasi 2 miliardi arriva da questi crediti garantiti dall’erario. Un bonus di Stato per la banca più amata dal governo.
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