Punto di svolta drammatico per la vertenza di Campi Bisenzio, diventata un simbolo della lotta contro le delocalizzazioni e della crisi industriale italiana: dopo quattro anni di proteste e un lungo iter, il 1° aprile potrebbe concretizzarsi la procedura di licenziamento collettivo. Ma i sindacati promettono una nuova battaglia legale
Nessun pesce d’aprile, ma un punto di svolta drammatico per la vertenza Gkn di Campi Bisenzio, un caso che da quasi quattro anni tiene con il fiato sospeso centinaia di lavoratori, le loro famiglie e un’intera comunità.
Dopo un lungo iter fatto di battaglie sindacali, sentenze giudiziarie e promesse non mantenute, la procedura di licenziamento collettivo per i dipendenti della ex Gkn, oggi QF, sembra destinata a concretizzarsi.
Una vicenda che, iniziata nell’estate del 2021, si è trasformata in un simbolo della lotta contro le delocalizzazioni e della crisi industriale italiana, ma che oggi appare a un passo dalla sconfitta definitiva.
L’allarme dei sindacati: incertezza e rischio licenziamenti
A lanciare l’ultimo grido d’allarme sono stati, pochi giorni fa, i sindacati. In un comunicato stampa congiunto Stefano Angelini, segretario generale della Fiom Cgil di Firenze, Prato e Pistoia, e la Rsu Fiom QF hanno denunciato una situazione di stallo e opacità: «Il 31 marzo sarà l’ultimo giorno di procedura di mobilità per i lavoratori della ex Gkn di Firenze. Se l’azienda proseguirà senza definire le passività potremmo trovarci il 1° aprile con le lettere di licenziamento senza sapere se il concordato potrà andare avanti», si legge nel comunicato.
«Se il 1° aprile partiranno davvero le lettere di licenziamento - continua la nota dei sindacati - adiremo immediatamente a tutte le vie legali per il proseguimento della vertenza».
L’inizio della crisi
Per comprendere appieno la gravità del momento, è necessario ripercorrere la vicenda dall’inizio. Tutto ha origine il 9 luglio 2021, quando i 422 dipendenti della Gkn Driveline di Campi Bisenzio, stabilimento fiorentino di una multinazionale britannica specializzata in componentistica per auto, ricevono una mail tanto laconica quanto devastante: l’azienda annuncia la chiusura immediata del sito e l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo.
La decisione,
motivata da un calo del mercato automo bilistico e dalla necessità di tagliare i costi, arriva a poche settimane dallo sblocco dei licenziamenti voluto dal governo Draghi, suscitando un’ondata di indignazione.La reazione dei lavoratori è immediata: entrano in fabbrica e danno vita a un’assemblea permanente, supportati da un presidio davanti ai cancelli che diventa il cuore pulsante della protesta. Il caso Gkn diventa presto un simbolo della vulnerabilità del tessuto industriale italiano di fronte alle delocalizzazioni selvagge.
L’illusione della ripresa
Il primo spiraglio di luce arriva il 20 settembre 2021, quando il Tribunale di Firenze accoglie il ricorso della Fiom Cgil per condotta antisindacale, revocando la procedura di licenziamento. Il giudice riconosce che Gkn ha violato l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, omettendo il confronto sindacale previsto dalla legge e dagli accordi aziendali. L’azienda è costretta a fare marcia indietro, ma non rinuncia al progetto di chiusura, mantenendo una posizione ambigua.
La vertenza si sposta allora sul piano politico e istituzionale. Al ministero dello Sviluppo economico si aprono tavoli di crisi, mentre il Collettivo di Fabbrica, nato spontaneamente tra i lavoratori, lancia lo slogan “Insorgiamo”, trasformando la lotta in un movimento di solidarietà che coinvolge cittadini, associazioni e persino intellettuali.
Nel frattempo, il 23 dicembre 2021, entra in scena Francesco Borgomeo, imprenditore romano che attraverso la sua QF Spa (acronimo di “Quattro F”, ossia “Fiducia nel Futuro della Fabbrica di Firenze”) acquisisce il 100 per cento di Gkn Driveline Firenze. L’operazione sembra promettere una reindustrializzazione del sito, con un piano che prevede la riconversione verso i motori elettrici e il reintegro progressivo dei lavoratori entro il 2024.
L’amaro epilogo
L’idillio con Borgomeo, tuttavia, dura poco: già nell’ottobre 2022 emergono i primi segnali di crisi. QF avvia una procedura di cassa integrazione straordinaria, respinta dalla Fiom perché in contrasto con l’accordo quadro siglato al Mise il 19 gennaio 2022. I lavoratori, che nel frattempo hanno continuato a presidiare lo stabilimento, denunciano l’assenza di un vero piano industriale.
La situazione di lì a a poco precipita: gli stipendi non vengono pagati per mesi, e i lavoratori, ormai ridotti a circa 185 dai 422 iniziali, si ritrovano in un limbo.
A fine 2023, un nuovo colpo di scena: il Tribunale di Firenze blocca nuovamente i licenziamenti, accogliendo un altro ricorso della Fiom per condotta antisindacale. La sentenza, datata 27 dicembre, offre un temporaneo respiro, ma non risolve il problema di fondo: QF non ha mai presentato un progetto credibile di rilancio.
Dopo ulteriori procedure di licenziamento collettivo (l’ultima aperta il 10 gennaio), la vertenza sembra giunta al capolinea: domani le lettere di licenziamento potrebbero partire, segnando la fine di una resistenza durata oltre mille giorni.
Eppure, la lotta non è ancora conclusa: la Fiom promette nuove azioni legali, mentre il Collettivo di Fabbrica continua a chiedere un intervento pubblico per salvare lo stabilimento e il progetto della cooperativa. La parola fine potrebbe non essere ancora scritta.
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