«Volevo vedere il mare». Il 24enne fermato con l’accusa di aver appiccato tra lunedì 24 e mercoledì 26 marzo sei incendi a Ostia, bruciando cabine e pedalò di altrettanti stabilimenti balneari, si è giustificato in questo modo davanti ai pm capitolini Stefano Opilio e Giovanni Conzo quando gli hanno chiesto cosa ci facesse sulla spiaggia del litorale romano.

Il giovane, Alessandro Marchili, incensurato, vive di fatto a Roma, nel quartiere San Giovanni. Stando al racconto reso in sede di interrogatorio si sarebbe recato nella cittadina che si affaccia sul Tirreno per il desiderio di fare un bagno, di vedere il mare appunto.

In quei giorni tuttavia - a poche ore dalla pronuncia del Consiglio di Stato che ha dichiarato legittimo il bando del Comune guidato da Roberto Gualtieri per l’affidamento delle concessioni balneari - il 24enne avrebbe dato alle fiamme le sei strutture. E lo avrebbe fatto con strumenti “di fortuna”: una bomboletta spray e sacchi di spazzatura trovati fortuitamente per strada a Ostia, dove nessuno l’avrebbe mai visto prima di allora e dove si trovava soltanto da pochi giorni col desiderio, come detto, del mare. In suo possesso, in base a quanto emerge, solo un accendino.

Tutti elementi, questi ultimi, che sembrerebbero stridere con le prime conclusioni. Ma anche con la confessione dell’uomo, di cui oggi la procura di piazzale Clodio ha chiesto la convalida del fermo al gip. Il giovane, che ora si trova nel carcere di Regina Coeli ed è difeso dal penalista Alessandro Iacolucci, ha detto ai magistrati di aver agito senza una ragione precisa, ma soprattutto senza mandanti alle spalle.

Un’autonoma iniziativa, insomma, che ha portato il prefetto di Roma Lamberto Giannini a parlare, al termine del Comitato per l’ordine e la sicurezza, di «episodi modesti».

Inoltre le risposte vaghe e farneticanti del 24enne - «Ho un microchip nella testa» e «Mi inseguiva un elicottero» - hanno portato chi indaga a richiederne una perizia psichiatrica: il consulente verrà nominato a stretto giro per accertare la capacità di intendere e volere del giovane e la sua pericolosità sociale e, molto probabilmente, si procederà a un secondo interrogatorio. Verranno anche sentiti, a partire da questo pomeriggio, i titolari delle strutture balneari coinvolte nella vicenda.

NESSUNA PISTA ESCLUSA

Qualcosa però in questa storia non torna. Perché il ragazzo si è spostato da Roma a Ostia nei giorni caldi per il “futuro” degli stabilimenti balneari considerata la decisione del Consiglio di Stato? Lo ha fatto davvero per il desiderio di vedere il mare? È stato realmente un caso aver trovato per strada ciò che gli sarebbe servito per appiccare i roghi? Il suo stato di fragilità è stato strumentalizzato da qualcuno? Tutte domande che esigono massima cautela.

Di fatto per il caso, al momento non in mano alla Dda, nessuna pista è esclusa. Men che meno quella riguardante la criminalità organizzata. A oggi non ci sono prove, non ci sono indizi - è quanto trapela dagli organi inquirenti -, però niente è appunto escluso.

Dietro alla situazione di disagio del giovane, che ha anche parlato di una condizione familiare critica e di problemi di tossicodipendenza dei genitori, ci potrebbe d’altronde essere altro. Un’ombra, quella del crimine organizzato a Ostia, da non poter eliminare a priori.

Al momento del fermo al giovane, mai stato in comunità e che ha abbandonato le scuole superiori, non è stato trovato addosso denaro. A lui viene contestato l’incendio doloso. Ciò che continua a ripetere è che nessuno lo ha spinto o convinto a compiere quel gesto.

Come il prefetto, anche il sindaco di Roma sembra minimizzare: «Al momento non siamo nelle condizioni di dire se l’incendio sia stato fatto per inibire i bandi, per reagire o sia stato causato semplicemente da persone con uno squilibrio. Quello che possiamo dire è che abbiamo la massima serenità e fiducia, perché lo Stato c’è, è unito, è presente e si va avanti nella legalità». Nel frattempo Ostia brucia. Non si sa bene perché e per volere di chi.

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