L’Italia perde 10mila professionisti l’anno e precipita nelle classifiche europee su numero di laureati e retribuzioni. Nel Sistema sanitario nazionale un infermiere su quattro è vicino alla pensione e uno su sei lavora fuori dal Ssn, ma continuano ad aumentare i bisogni assistenziali. Senza un piano straordinario è a rischio la riforma territoriale prevista dal Pnrr
Quella degli infermieri è una vera e propria emergenza per il Sistema sanitario nazionale: «Siamo di fronte a un quadro che compromette il funzionamento della sanità pubblica e mina l’equità nell’accesso alle cure, soprattutto per le persone anziane e più vulnerabili, sia in ambito ospedaliero che territoriale, dove gli investimenti del Pnrr rischiano di essere vanificati senza un’adeguata dotazione di personale infermieristico» afferma Nino Cartabellotta Presidente della Fondazione Gimbe, presentando i dati sulla professione infermieristica.
I dati
Secondo i dati del ministero della Salute, nel 2022, il personale infermieristico contava 302.841 unità, di cui 268.013 dipendenti del Sistema sanitario nazionale. Pesano le disomogeneità territoriali. «In generale – commenta Cartabellotta – il numero di infermieri risulta più basso della media in quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, sottoposte ai piani di rientro, oltre che in Lombardia».
Il confronto internazionale è impietoso: considerando tutti gli infermieri in attività, a prescindere dal contratto di lavoro e dalla struttura in cui operano, nel 2022 l’Italia contava 6,5 infermieri per 1.000 abitanti, dato ben al di sotto della media Ocse di 9,8 e della media Europea di 9 infermieri ogni 1.000 abitanti.
I fattori critici
«Le nostre analisi – spiega il presidente della Fondazione – mostrano con chiarezza i numerosi fattori che rendono la professione infermieristica sempre meno attrattiva: salari bassi, limitate prospettive di carriera, subordinazione professionale, incongruenza tra percorso formativo e attività lavorativa, che compromettono l’equilibrio tra vita lavorativa e privata e alimentano fenomeni di burnout per turni di lavoro massacranti. A tutto questo si aggiunge, ultimo ma non meno importante, il rischio di aggressioni verbali e fisiche, che mina ulteriormente dignità e sicurezza della professione infermieristica».
Il campanello d’allarme più preoccupante suona sul fronte dei nuovi laureati: nel 2022 in Italia si sono laureati solo 16,4 infermieri ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media Ocse di 44,9.
Un dato emblematico è il crollo del rapporto domanda-offerta del corso di laurea in Scienze infermieristiche: se prima della pandemia era pari a 1,6, dall’anno accademico 2020-2021 si è ridotto progressivamente sino a crollare a 1,04 nel 2024-2025 quando i candidati sono stati appena sufficienti a coprire i posti disponibili. In pratica, al Sistema sanitario nazionale servono tutti coloro che si iscrivono alla facoltà, sperando che tutti si laureino e scelgano il pubblico.
Un secondo elemento critico è quello della retribuzione, dove «a fronte di condizioni lavorative impegnative e spesso insostenibili – sottolinea Cartabellotta – gli stipendi degli infermieri restano tra i più bassi d’Europa, sia in termini assoluti, sia rispetto al costo della vita. Una condizione che rende la professione sempre meno attrattiva per le nuove generazioni».
I dati lo confermano: nel 2022, la retribuzione annua lorda di un infermiere italiano era di 48.931 dollari a parità di potere di acquisto, ben 9.463 dollari in meno rispetto alla media Ocse (58.394 dollari). Ancora più allarmante è il dato storico: dal 2001 al 2019 il salario degli infermieri italiani è diminuito dell’1,52%, un segnale inequivocabile di progressiva svalutazione professionale, a fronte di crescenti responsabilità e carichi di lavoro sempre più gravosi.
Il bisogno di infermieri continuerà a crescere
Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana rappresenta un’imponente sfida assistenziale per il Sistema sanitario nazionale e genera un aumento della domanda di infermieri. Nel 2024, gli over 65 rappresentano il 24,3 per cento della popolazione e gli over 80 il 7,7 per cento.
Questa trasformazione demografica si traduce in un aumento esponenziale dei bisogni assistenziali: secondo le indagini Istat, già nel 2023 oltre 11 milioni di over 65 convivono con almeno una malattia cronica e quasi 8 milioni presentano due o più patologie.
«Inevitabilmente – commenta Cartabellotta – il ruolo degli infermieri sarà sempre più centrale, non solo in ambito ospedaliero, ma soprattutto nell’assistenza territoriale e domiciliare, dove la gestione di cronicità e fragilità richiederà competenze avanzate, prossimità, continuità assistenziale e una presa in carico multidimensionale. Il rischio concreto è che, in assenza di una dotazione adeguata di personale, il crescente squilibrio tra bisogni e offerta finisca per vanificare gli investimenti del Pnrr, che punta proprio sugli infermieri per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale».
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