Una chiamata alla «fedeltà» e alla «coerenza» del governo Meloni contro l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. La lobby anti-diritti Pro-Vita e Famiglia si riunisce nella sala conferenza dell’Hotel Nazionale a pochi passi da palazzo Chigi per dire alla destra che «il tempo è scaduto». Un solitario Jacopo Coghe, affiancato da sedie vuote, presenta i risultati del sondaggio nazionale commissionato all’istituto demoscopico Noto per dimostrare come la popolazione italiana sia contro «gli innumerevoli casi di indottrinamento ideologico Lgbt nelle scuole».

Il portavoce di Pro-Vita cita Disney e conigli gay portatori di cosiddette teorie del gender: «Vi ricordate il Pupazzetto? Chi ha figli conosce Olaf di Frozen». Era in realtà attorno al personaggio Elsa a essersi aperto un dibattito sulla sua sessualità, smentito dagli autori, ma la cronaca qui non trova spazio. Per rivendicare «l’appartenenza dei figli alle famiglie e non alla scuola», viene interpellato su Skype Antonio Noto che declina il sondaggio composto da quattro domande: «Educazione sessuale o affettiva dei minori. Chi ha maggiore responsabilità genitori o scuola?». Risultato: «76 per cento dei genitori». Seconda domanda: «La scuola può imporre contenuti educativi sui temi della sessualità contro la volontà dei genitori?». «No» per il 55 per cento. Un terzo «pensa di sì».

Nella terza domanda, spiega Noto, «abbiamo chiesto: secondo lei, attivisti e rappresentanti del movimento lgbt dovrebbero entrare nelle scuole per parlare di temi come l’orientamento sessuale e l’identità di genere? E naturalmente», specifica il sondaggista, «abbiamo fatto capire che non si tratta di professori». Prevale il no. Ma l’opinione è spaccata: il 35 per cento d’accordo.

C’è poi la domanda finale sulla carriera alias, uno strumento che esiste dal 2003, inquadrata come un profilo burocratico, alternativo e temporaneo dove un nome scelto sostituisce, ad esempio sul libretto elettronico, il nome anagrafico dato alla nascita in base al sesso biologico. Per Coghe «ci sono persone arrestate perché si sono rifiutate di chiamare i ragazzi con il nome scelto», ma non risulta alle cronache. Gli italiani condividono questa «impostazione?». Il 49 per cento risponde «No» contro il 33 per cento.

Cosa dicono gli altri sondaggi

Qui il collegamento con Noto si interrompe ed è il portavoce di Pro-Vita a tirare le fila: «Il netto schieramento degli italiani a favore del diritto di priorità e libertà educativa della famiglia». In realtà una spaccatura è visibile nei dati non proprio «netti». Il sondaggio inoltre va controcorrente con gli ultimi pubblicati. Più di 9 genitori su 10 (95 per cento) ritengono utile fare educazione affettiva e sessuale a scuola e una quota solo leggermente inferiore, il 91 per cento, è d’accordo con l’utilità di istituire l’educazione sessuale e affettiva come materia obbligatoria per i giovani, riporta il sondaggio pubblicato negli ultimi giorni da Save The Children.

Mentre secondo un sondaggio di novembre del 2023 commissionato a Euromedia da La7, l’85 per cento degli intervistati si dice favorevole all’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole. Un sondaggio realizzato da un team di ricerca dell’Università di Verona e dell’Università di Pavia, e somministrato dall’istituto Demetra su un campione rappresentativo della popolazione italiana, a maggio 2024, rivela che il 60,1 per cento delle persone rispondenti è molto o del tutto a favore dell’introduzione di un’educazione sessuale e di genere nelle scuole, un 29,4 per cento molto o del tutto contrario, invece il 10,5 per cento né a favore né contro. E mostra inoltre che le persone che hanno votato in senso progressista sono ampiamente a favore. Mentre l’elettorato dei partiti che sostengono il governo Meloni è diviso quasi perfettamente in due tra chi è a favore e chi è contro.

«Il modo in cui sono formulate queste domande introduce il risultato atteso, ovvero l’affermazione della famiglia come unico protagonista legittimo dell’educazione sessuale» spiega a Domani Massimo Prearo, ricercatore in scienza politica che ha scritto il report scientifico dell’Università di Verona e che da tempo segue i movimenti anti-gender e anti-diritti: «Pensiamo a “Secondo lei la scuola può imporre contenuti educativi contro la volontà dei genitori?”. Una domanda di questo tipo è metodologicamente problematica. È interessante però che vengano usati i dati del sondaggio per giustificare un discorso politico, anche se quei numeri non vanno proprio nella stessa direzione».

Il piano di azione di Pro-Vita è una campagna “Mio Figlio No” che vuole spingere il governo a vietare per legge le «scorribande lgbt che minano la libertà educativa». Si va da affissioni pubbliche alla denuncia social dei progetti educativi per arrivare a una legge che punti al divieto dell’educazione sentimentale. Tentativo già fallito lo scorso anno con la proposta di legge costituzionale d’iniziativa popolare “Stop all’indottrinamento gender nelle scuole”, archiviata per mancanza di firme raccolte.

«Coghe chiede al governo di render conto delle promesse fatte e di sostenere un’azione anti-Lgbt nelle scuole», spiega Prearo. «Ci si potrebbe chiedere perché Meloni non abbia ancora concretizzato una tale iniziativa, nonostante la mozione Sasso e le dichiarazioni quotidiane anti-gender di ministri e politici della maggioranza. Adottare una politica anti-Lgbt ha un prezzo elevato nell’Unione europea, come mostra l’esempio dell’Ungheria. Di fatto, questo governo è preso nella tensione tra restare presentabile in Europa e rispondere alle pressioni di questi movimenti che negli ultimi anni hanno investito su questa maggioranza».

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