La gestione dei beni confiscati alla mafia è un compito difficile, perché prosegue anche dopo la fine dei procedimenti penali e avviene in territori difficili dal punto di vista del contesto ambientale. Per questo, nel 2010, è stata istituita l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) – ente con personalità giuridica di diritto pubblico e vigilato dal ministero dell’Interno – che gestisce, in collaborazione con l’autorità giudiziaria, i beni sequestrati e poi confiscati in via definitiva con l’obiettivo di restituirli alla comunità.

L’Agenzia si trova a Roma, con sedi secondarie a Reggio Calabria, Palermo, Napoli e Milano, e affida questi compiti di gestione a professionisti autonomi – in molti casi gli stessi già nominati dal tribunale nella fase giudiziale – che dovrebbero essere pagati per la loro attività. Nulla di più facile, essendo l’agenzia un ente pubblico e di fatto una diramazione dello stato. Ciò che appare lineare sulla carta, tuttavia, nella realtà si trasforma in una babele di carte bollate, che spesso si trasformano in contenziosi civili infiniti per i professionisti che devono essere pagati.

Il caso Rossi

«Pregiatissimo direttore Maria Rosaria Laganà, con la presente intendo rappresentare una paradossale ed ormai annosa situazione che attiene il mancato pagamento a tutt’oggi dei compensi a me spettanti per le attività di coadiutore». Comincia così la lettera inviata da Cristiana Rossi, ragioniera iscritta da trent’anni all’Ordine dei commercialisti, laureata in giurisprudenza e docente universitaria. La professionista, che per anni ha lavorato con l’Anbsc e che ha gestito ingenti patrimoni sequestrati, in particolare nel Lazio, dal 2021 vanta un credito di oltre 100mila euro per compensi mai liquidati per prestazioni svolte tra il 2016 e il 2019 e altri due mancati pagamenti da circa 20mila euro ciascuno. «Tale immotivata inadempienza da parte dell’Agenzia ha determinato – e determina ancora – gravissimi danni alla mia attività professionale nonché alla mia famiglia», ha scritto rivolgendosi alla neonominata direttrice Laganà, con una missiva datata 12 dicembre 2024.

E questo non è certo il primo tentativo: nel 2022 aveva provato, senza successo, di mettersi in contatto con il predecessore, Bruno Corda, e nel maggio 2024 si è rivolta direttamente alla presidenza del Consiglio. Questo perché le vie legali si sono dimostrate un incredibile vicolo cieco. Sul credito più consistente il tribunale di Roma ha emesso un decreto ingiuntivo diventato esecutivo nel 2022 ma, al momento di procedere al pignoramento, la professionista ha scoperto «la preesistenza di ulteriori e diversi pignoramenti di importi elevatissimi», si legge nella missiva inviata a palazzo Chigi. In altre parole: un soggetto pubblico di stato ha in questo momento i conti correnti pignorati.

Il verbale di pignoramento del 31 maggio 2023 ha contorni surreali perché sottopone a pignoramento «una scrivania di noce colore scuro di 3 metri, di valore circa 300 euro; una poltrona con schierale alto e due poltrone con seduta di colore nero di valore 150 euro» e così via per una quarantina di mobili e suppellettili presenti nella sede dell’Agenzia di via del Quirinale 28.

Tuttavia, e qui sta la beffa, proprio la sua natura pubblica ha fatto sì che il giudice civile scriva che «non è in discussione la solvibilità del debitore, soggetto pubblico, nel caso di differimento dell’esecuzione». A oggi, però, la decisione è ancora pendente dopo l’ennesimo rinvio e l’Agenzia, nonostante la definitiva esecutività del decreto ingiuntivo, continua a non pagare.

Se Rossi denuncia da anni il danno subito, altri professionisti che hanno preferito rimanere anonimi – sia nel Lazio sia in Sicilia, dove uno di loro vanta crediti che superano il mezzo milione di euro – hanno confermato che la prassi è questa. Denunciare, però, rischia di avere conseguenze. Dunque meglio attendere che, prima o poi, il compenso venga liquidato ed effettivamente pagato.

Proprio in questo «prima o poi» si muoverebbe l’Anbsc, difesa come tutti gli enti pubblici dall’Avvocatura dello stato. «Impugna pretestuosamente in tribunale qualsiasi richiesta di pagamento, impiegando in liti temerarie l’Avvocatura dello stato e sfruttando i tempi lunghi della giustizia civile», è la tesi di Rossi, che ha raccontato a Domani di aver rinunciato a lavorare con l’Agenzia: «Ho rinunciato a tutte le procedure che seguivo, anche se l’Anbsc ha tentato in tutti i modi di prorogare il rapporto, e a oggi lavoro solo come amministratrice dei beni nella fase giudiziale».

La motivazione è evidente quanto drammatica: «Il danno economico che sto ancora subendo mi ha costretta negli anni a licenziare i dipendenti e ha messo in seria difficoltà la mia famiglia. Per dare una dimensione: mia figlia diciottenne va la lavorare dopo la scuola per darmi una mano».

La Corte dei conti

A conclusioni analoghe a quella di Rossi è giunta anche la Corte dei conti, che nella relazione del 2023 della sua sezione di Controllo ha acceso un faro proprio su questi mancati pagamenti, dando conto del fatto che, a novembre 2022, su 1.819 rendiconti presentati dai coadiutori, ne sono stati approvati soltanto 611. E solo dopo l’approvazione dell’Agenzia è possibile venire pagati. Per questo sul tema i giudici contabili hanno ritenuto necessario valutare «l’opportunità di istituire una task force dedicata a tale adempimento». A nulla è servita nemmeno l’iniziativa del 2020 di istituire una procedura “speditiva” che doveva consentire di pagare almeno una parte dei compensi a titolo di acconto. La Corte ha rilevato che, al 6 agosto 2020, erano state presentate all’Anbsc «284 richieste di acconto per un totale di 1.633.102,36 euro. Sono state istruite 90 richieste ed è stato corrisposto un importo complessivo di 405.823,88 euro».

I giudici hanno confermato che «è emersa la sussistenza di un arretrato accumulatosi nella corresponsione dei compensi ai coadiutori» e la presenza del «contenzioso con alcuni professionisti» «ai quali i compensi previsti non sono stati corrisposti o lo sono stati solo parzialmente. Alle richieste avanzate, sebbene sia stato emesso decreto ingiuntivo, l’Agenzia si è opposta nei relativi giudizi investendo l’Avvocatura».

Le conclusioni a cui arriva la relazione sono nette: «Chi riceve e svolge l’incarico consegue il diritto a percepire il compenso pattuito nei limiti e nei tempi prestabiliti, avendo erogato prestazioni professionali» e «prassi connessa a differenti interpretazioni di legge, a ritardi organizzativi ed ulteriori malfunzionamenti non possono determinare un decorso del tempo, in alcuni casi di anni».

Contattati da Domani, sia il ministero dell’Interno sia la stessa Agenzia non hanno fornito alcun chiarimento sulle ragioni di questi mancati pagamenti né se qualcuno si stia attivamente occupando di saldare i debiti di un ente che, almeno sulla carta, dovrebbe essere il simbolo dello stato nella trasformazione di beni di mafia in beni al servizio della collettività.

Invece l’Agenzia continua a non pagare il lavoro a molti professionisti e, per usare le parole della Corte dei conti, l’effetto rischia di essere quello di impattare «negativamente sulle stesse finalità della normativa antimafia».

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