Il nuovo leader siriano ha un curriculum di tutto rispetto nell’ambito dei network terroristici. Tuttavia gli osservatori internazionali sembrano disposti a concedergli un credito, per le sue posizioni tranquillizzanti sulle minoranze e per la presa di distanza dal progetto di “califfato globale” di Al Qaeda. Per questo sarà determinante verificare l’impegno nell’evitare che il Paese torni a essere un santuario del terrorismo internazionale
La fine di cinquant’anni di un regime sanguinoso e liberticida. Dovrebbero essere giornate di giubilo assoluto per una popolazione siriana e per la comunità internazionale intera, che vede la fine di una dittatura sostenitrice del terrorismo internazionale come strumento non convenzionale di politica estera. Una minaccia che, nel passato, ci ha riguardato da vicino: la Siria di Assad padre fornì sostegno ad alcuni gruppi terroristici, in primis quello di Abu Nidal, rendendo possibili sanguinosi e tragici attentati, come quelli contro la Sinagoga di Roma, nel 1982, e l’aeroporto di Fiumicino, nel 1985.
Eppure. Eppure il nuovo leader della Siria, Ahmed Hussein al Sharaa, nome di battaglia al Jolani, vanta un curriculum di tutto rispetto nell’ambito dei network terroristici. Quarantadue anni, di origine saudita, nel 2003 si sposta in Iraq ove si unisce ad Al Qaeda. Nel 2006 viene arrestato dalle forze americane e trattenuto per cinque anni; rilasciato, crea il fronte al-Nusra. Lavora a stretto contatto con al Baghdadi per un certo periodo ma quando quest’ultimo viene espulso da Al Qaeda e fonda l’Isis, al Jolani decide di non seguirlo e resta vicino all’organizzazione “madre”, creando un proprio gruppo ad essa affiliato, l’Hts.
Insomma, in condizioni normali difficilmente lo si vorrebbe come vicino di casa né tantomeno come leader di una nazione rilevante come quella siriana. al Jolani, tuttavia, acquisisce un certo credito tra gli osservatori internazionali per due ragioni.
La prima: le sue prime dichiarazioni sono orientate a tranquillizzare l’opinione pubblica globale intorno al rispetto delle minoranze e i diritti delle donne. La seconda (e forse la più importante): al Jolani ha concentrato (e tuttora dichiara di concentrare) i propri sforzi sulla sola Siria, prendendo le distanze dal piano transnazionale di un “califfato globale” elaborato da Al Qaeda.
Ora, rispetto a questo secondo elemento, l’evoluzione della strategia di al Jolani è stata sinora coerente e, anche per questa ragione, vincente nell’acquisire un certo appeal. Intorno alle sue intenzioni riguardo alle minoranze ed al ruolo delle donne, qualche dubbio mi pare legittimo. Nel 2014, infatti, proprio al Jolani dichiarò che, sotto il proprio controllo, la Siria sarebbe stata sottoposta alla legge islamica e che le minoranze non sarebbero state accolte. La sua è quindi un’operazione di marketing politico orientata a rassicurare gli occidentali, oltre che i siriani, intorno a due tratti potenzialmente critici di un nuovo regime islamico/islamista?
Probabile. Non fosse altro che, in termini generali, i movimenti terroristici – come quello da cui origina al Jolani – conferiscono poca attenzione alla descrizione del futuro che verrà. O meglio: indicano il tipo di società ma senza scendere nei dettagli, rivelando la mancanza di una visione coerente del futuro. Le loro istanze si basano sulla contestazione delle iniquità dell’oggi, piuttosto che sull’immagine di una precisa società del domani. Ecco perché vederli oggi al potere può metterli con le spalle al muro e a dar conto del proprio operato al popolo intero e all’opinione pubblica internazionale.
La tentazione di credere alle buone promesse è però forte nelle leadership occidentali. Basti leggere la dichiarazione di Pat McFadden, il decano del governo britannico dopo il primo ministro, il quale – all’indomani della presa di potere del gruppo di al Jolani – ha dichiarato che quest’ultimo «sta dicendo alcune cose giuste sulla protezione delle minoranze, sulla tutela dei diritti delle persone», ipotizzando che l’Hts possa essere esclusa dalla lista inglese dei gruppi terroristici. Sebbene il Primo Ministro britannico sia subito corso ai ripari, dichiarando che questa valutazione è prematura, la brama di fornire il proprio sostegno a un governo siriano che sia anti-iraniano e anti-russo vibra sotto le fondamenta dei palazzi occidentali.
Il passaggio determinante, a mio avviso, sarà dato dalla disponibilità della nuova leadership siriana nel garantire che il Paese non torni ad essere un santuario del terrorismo internazionale.
Il terrorismo, già utilizzato in passato da al Jolani, è uno strumento razionale. E razionalmente, se il nuovo governo del Paese vuole acquisire consenso e credibilità internazionale nel fronte opposto a quello iraniano e russo, non ha alcun senso pensare di esportare nuovamente il terrorismo in una nuova ondata di attacchi. Con buona pace degli occidentali. Dei siriani, chissà.
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