Il viaggio di conoscenza di Alan Lomax in Italia, iniziato proprio nell’estate di settant’anni fa, segna un passaggio epocale. Non solo perché decisivo per lo sviluppo di un’etnomusicologia nel nostro paese, ma pure perché rivelatore per primo, a livello nazionale, dell’esistenza viva di un’altra musica, di una corposa varietà di pratiche musicali orali che si disvelavano agli occhi e alle orecchie dello studioso americano e che finivano fissate su nastro in una sorta di «incantamento».

Lomax aveva contribuito nei decenni precedenti alla scoperta del folk statunitense, battendo insieme al padre John e poi in solitaria le aree rurali del grande continente nordamericano. Qui aveva fissato su nastro, in alcuni casi per la prima volta, alcuni dei musicisti più decisivi del Novecento: Muddy Waters, Leadbelly, Jelly Roll Morton, Woody Guthrie. Quelle registrazioni, a lungo ristampate, finiscono poi per fondare il suono del folk revival americano, del blues inglese.

Dagli Usa all’Europa

Ma questa non è la storia che raccontiamo qui: lasciati gli Stati Uniti (anche perché «attenzionato» dalla Commissione per le attività antiamericane per presunte simpatie comuniste) Lomax approda in Europa, con l’obiettivo di registrare le musiche del mondo per una collana della Columbia Records.

Arriva nella Spagna franchista, dove registra sotto la stretta osservazione della guardia civil, e passa poi in Italia nel 1954. Finanziato dalla Bbc con un pulmino, un magnetofono (così si chiamava allora) e una considerevole quantità di nastro, lo studioso prende contatti con la Rai, con il Centro nazionale di studi di musica popolare e con l’etnomusicologo Diego Carpitella, che lo accompagnerà per gran parte del viaggio.

Percorre la penisola in un itinerario bulimico e frastagliato, raccogliendo più di cinquemila canti popolari, fissando le voci e gli strumenti di braccianti, pescatori, mondine, cantori, cantatrici, del mare, della campagna e della montagna.

«Sia io che il mio apparecchio di registrazione avevamo la tosse», scrive arrivato alla fine nel suo diario. «Il contachilometri segnava venticinquemila miglia e sul sedile di dietro ce n’erano circa sessanta di nastro». Quelle incisioni, pubblicate in due fondamentali dischi Columbia nel 1957 (dedicati rispettivamente a Northern and Central Italy e a Southern Italy and the Islands) e in numerose raccolte successive sono destinati a cancellare molti stereotipi sulla «vera» musica italiana, e a costituire la base, oltre che per lo studio, per molto del folk revival a venire.

Avventura pionieristica

Tempo ne è trascorso, tanto, da quella pionieristica avventura di ricerca, eppure a quell’avvincente mosaico sonoro – per diretta discendenza o per scelta estetico-culturale, comunque innovativa – si sono rivolti tantissimi tra i musicisti e le musiciste che in questi vent’anni hanno imbracciato i loro strumenti o disteso le loro voci sui palchi del Premio nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana.

Ad alcuni di questi ci siamo rivolti in occasione del doppio anniversario – vent’anni del nostro Festival, settanta dal viaggio di Lomax – per mettere in scena oggi a Loano questa produzione originale. Si può, nel 2024, riascoltare l’Italia documentata da Lomax e farla risuonare? Che cosa hanno ancora da dirci quelle registrazioni, che per settant’anni hanno vissuto sottopelle nelle note suonate da almeno tre generazioni di performer?

Dalla Liguria alla Sardegna

La rilettura del viaggio di Lomax non poteva che partire dalla Liguria con la Compagnia Sacco, espressione polivocale della vivace vita musicale della località imperiese attiva dal 1926, che entusiasmò lo studioso americano. Salendo verso nord arriviamo alla Val d’Aosta con i Trouveur Valdotèn.

Percorriamo poi le Alpi fino ai crinali dell’Appennino tosco-emiliano per incontrare l’organetto di Riccardo Tesi e la voce e la chitarra di Maurizio Geri. Proseguendo verso est, al veneto Roberto Tombesi (Calicanto) e al romagnolo Stefano «Ciuma» Delvecchio (Bevano Est) accompagnato dalla figlia Adele Delvecchio tocca rappresentare le rispettive aree.

Seguiamo ora la dorsale montana verso meridione. Attraversiamo Umbria, Abruzzo e Lazio fermandoci ad ascoltare l’organettista Alessandro D’Alessandro, il polistrumentista Giuseppe Moffa, il percussionista Andrea Piccioni e la cantante Gabriella Aiello. Scendendo arriviamo infine al Sud per i semi sonori colti in Sicilia (dove il viaggio di Lomax era iniziato) Puglia, Calabria e Campania (dove il viaggio termina nel 1955).

È un itinerario meridiano, ricreato da un formidabile complesso transgenerazionale con la cantante e polistrumentista salentina Rachele Andrioli, il cantante e polistrumentista campano Nando Citarella, il calabrese Peppe Voltarelli e il cantante e cuntatore siciliano Mario Incudine, accompagnato da Antonio Vasta e dall’etnomusicologo Sergio Bonanzinga, uno degli studiosi cruciali nella valorizzazione contemporanea dell’eredità italiana di Lomax, attraverso l’attività del Centro Studi Alan Lomax di Palermo.

Manca la Sardegna, dove Lomax non arriva, ma che include comunque nei suoi dischi: ci siamo presi una licenza, includendo nel nostro viaggio la splendida voce di Elena Ledda che, per conoscenza ed espressività, rappresenta alla grande la relazione tra passato e presente della musica dell’isola sonante.


Jacopo Tomatis è direttore artistico del premio Loano

Ciro De Rosa è giornalista e collabora alla direzione artistica del premio Loano

Dal 24 al 26 luglio, a Loano, si celebrano i vent’anni del Premio nazionale città di Loano per la musica tradizionale italiana. Un premio e un festival che promuovono e valorizzano la produzione contemporanea di musica tradizionale di radice italiana.

info: https://premioloano.it/

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