È vagamente osceno anche solo pensarlo, ma è molto più che un lutto del cinema, è un lutto “da” cinema. Eugene Allen Hackman, 95 anni, sua moglie Betsy Arakawa, 63 e il loro cane, di età imprecisata, dal 26 febbraio sono solo tre caselle nel fascicolo aperto dalla Polizia di Santa Fe. Alla tragedia si somma il thriller, un mistero da sciogliere.

Le mille associazioni che scattano involontarie sembrano secondarie ma non lo sono. Quel gigante insostituibile del cinema aveva scelto come rifugio quello spicchio di New Mexico che è stata l’ultima terra di adozione di geni inquieti, da D.H. Lawrence a Dennis Hopper, il quale si è fatto inumare in un oscuro cimitero indiano di Taos, un tumulo di terra battuta e una semplice croce di legno sull’altopiano che gli aveva fatto da location per la comune hippie di Easy Rider. Sono i landscape diventati iconici dopo Breaking Bad, c’è un’anima, in quelle terre, che affratella le anime di chi li adotta e che attira i portatori di affinità elettive.

Uno scampolo di cronaca di qualche annetto fa aveva rivelato un aneddoto singolare. Nei dintorni di Santa Fe si girava uno dei tanti film attirati dall’estetica-cult della serie più iconica, forse, mai realizzata finora. Il pensionato Gene Hackman si propose, come volto anonimo, come figurante – se non per un cameo volatile, non retribuito – alla produzione. Ottenne come risposta un cortese ma distratto rifiuto.

Lui stesso riferì divertito la vicenda sulle pagine di un giornale locale. Si era ritirato da oltre un ventennio dal cinema attivo, ma voleva verificare sul campo l’effimera vanità della gloria terrena.

ANSA

Chi è stato

Democratico storico, californiano nativo di San Bernardino il 30 gennaio del 1930 (acquario, sì), dal 2004 aveva deciso di dedicarsi agli studi storici e alla scrittura, sue passioni di lunga data. L’uomo che si era dichiarato orgoglioso di figurare «tra i nemici di Nixon» aveva firmato romanzi storici, tra cui Wake of the Perdido Star e Escape from Andersonville: a Novel of the Civil War.

Ma la statura dell’attore ha qualcosa del larger than life, non la contieni nei due Oscar ottenuti nel 1972 per Il braccio violento della legge e nel 1993 per Gli spietati (da non protagonista) e nelle altre tre nomination racimolate in corso d’opera dall’Academy, che paradossalmente ignorano il suo smisurato lavoro per La Conversazione.

Sono stravaganti i percorsi della Gloria, prescindono dal carisma e dall’originalità della creazione artistica. Se leggi il consuntivo di introduzione alla voce Gene Hackman su Wikipedia, La Conversazione, uno dei capolavori assoluti di Francis Ford Coppola e la Palma d’oro di Cannes 1974, non è citato tra le sue pietre miliari.

L’impermeabile 

Ma se c’è un’immagine che evochi d’istinto quando ti arriva la notizia straziante di "questa” morte, è il suo corpaccione avvolto nell’impermeabile di plastica di Harry Caul, dio maniacale delle incercettazioni, autistico non dichiarato, sassofonista privato ossessionato fino alla paranoia dai sensi di colpa.

Un fantasma che Tony Scott riciclerà, per magistrale intuizione, nel suo Nemico Pubblico del 1998, come deus ex machina a fianco di Will Smith, la figura chiave che scardina il complotto ordito da un membro dei Poteri Forti.

Forse per questa resurrezione in fiction, l’impermeabile di plastica di Harry Caul diventa per me oggi la sua veste funebre, scolpita nella memoria collettiva e – se ci fosse una giustizia – nella storia del grande cinema.

Le facce intense che non sono spendibili per ruoli da seduttore a Hollywood sono predestinate a una lunga gavetta da villain. Dal suo primo ruolo, già trentunenne (non accreditato) in Gangster contro gangster, nel 1961, Hackman dovrà attendere dieci anni prima che William Friedkin lo consacri con il cinico, spregiudicato Jimmy ‘Popeye’ Doyle del controverso – allora – Il braccio violento della legge.

Il Cattivo

Sempre cattivo, ma ufficialmente dalla parte giusta della barricata, condizione irrinunciabile per portarsi a casa un Oscar. Da quel momento l’oscarizzato può diventare il nome da cartellone su cui puoi imperniare una storia e un progetto. Arma da taglio, Lo spaventapasseri, col suo indimenticabile vagabondo che appartiene già al bestiario della New Hollywood, e La Conversazione sono l’effetto della consacrazione.

E Hackman può permettersi di giocare con la propria aureola per conto di Mel Brooks, animando la gag dell’eremita cieco Abelardo in Frankenstein Junior, col povero mostro inconsapevolmente e benevolmente torturato.

Da questo punto in avanti la fanseria dell’attore segue le proprie predilezioni di genere. Si ricorda poco il competitor ostinato di quella avventurosa gara a cavallo che è Stringi i denti e vai!, emozionante western sui generis di Richard Brooks del 1975. È un film corale, ma la grinta di Hackman giganteggia.

Il mainstream del ciclo Superman (dopo il 1978 il supercriminale e nemico giurato Lex Luthor torna anche nel 1980 e nel 1987 con Superman II e con Superman IV) è ovviamente il passaporto per il grande pubblico senza età dei blockbuster. Ma arriverà l’epica del Potere, declinata nei suoi vari volti, e della lotta contro i suoi effetti.

Foto Bruce H. Cox, Los Angeles Times

Alan Parker nel 1988 ne fa una bandiera della battaglia antirazzista – senza speranza – con Mississippi Burning. Ma la vocazione espressiva del Nostro si adatta a meraviglia alla prepotenza, anche non sono mai personaggi stereotipati.

Il potente di Senza via di scampo è radicalmente diverso da quello de Gli spietati, quel Clint Eastwood del 1992 che gli conquista la seconda statuetta dell’Academy. Ed è singolare che in entrambe le categorie – miglior attore protagonista e miglior supporter – Gene Hackman sia stato il premiato più anziano di sempre. La gloria se l’è sudata.

Il Potere

È formidabile il catalogo di variazioni sul tema del Potere offerto dalle sue incarnazioni: satira del politico timorato in Piume di struzzo (1996), feroce Presidente Usa per il Clint Eastwood di Potere assoluto solo un anno dopo, consorte serial killer di Monica Bellucci nella trappola per topi ordita da Morgan Freeman in Under Suspicion nel 2000 e infine avvocato-star de La Giuria, forse il miglior adattamento di sempre dai romanzi di John Grisham, con una suspense che rimbalza a orologeria tra Hackman, Dustin Hoffman e John Cusack.

Un capitolo a parte merita probabilmente il primo successo e il primo cult di Wes Anderson, I Tenenbaum, gioiello di delirante immaginazione e di scrittura anticonvenzionale. Su una manciata di interpreti in stato di grazia domina un Royal Tenenbaum da albo d’oro, allegro corruttore di nipotini e consumatore assiduo di mescalina. Come recitava l’ironico epitaffio da Royal stesso dettato, nel film il personaggio «è morto tragicamente salvando la sua famiglia dal relitto di una corazzata che affondava distrutta».

È quasi simbolico che la sua ultima presenza sullo schermo sia legata a Clint Eastwood, per il bel documentario di Gary Leva Clint Eastwood: A Cinematic Legacy. Ma i due autori che più di tutti hanno avuto coscienza del suo immane talento e lo hanno valorizzato, Eastwood e Coppola, sono ancora vivi per piangerlo. E l’impermeabile di plastica di Harry Caul, una divisa esibita con furia misantropa che odora di eternità, non potrà mai più indossarlo nessuno.

© Riproduzione riservata