Sabato (scorso)

Io ho un archivio. Non contiene niente di esplosivo (pure se… ma è troppo presto per parlarne). Ci sono anche tante email inviatemi dai lettori negli anni (le conservo come cartoline di amici). Stamane ci ho rovistato dentro e sono capitato nel 2005 (è organizzato per annate). Vent’anni fa.

Se avete un archivio e avete fatto nella vita il mestiere di scrivere, non apritelo mai. Non aprite quell’archivio! Come in un film horror, aprendolo rischiate che tutte le cazzate che avete scritto si ridestino come zombie (i vecchi cronisti dicevano saggiamente che il giorno dopo i giornali sono buoni soltanto per incartarci il pesce).

In un articolo del 2005, ritrovato con raccapriccio, sostenevo che Houellebecq, il grande romanziere francese, era un furbacchione. Un maestro come Houellebecq! L’ultimo e l’unico profeta (nel senso più biblico della parola) in servizio. Chiedo perdono, mi pento e mi dolgo. Anzi, farò di più, andrò a comprare una sogliola portandomi in tasca il ritaglio dell’articolo incriminato (ho conservato la pagina originale), e chiederò al pescivendolo (ormai me lo sono fatto amico) il favore di incartarmela nel foglio che gli porgerò.

Mi sembra una giusta espiazione, fortemente simbolica e solenne. Però temo che il pescivendolo mi risponderà di non potermi accontentare, anche se è un amico e io un ottimo cliente, per questioni di igiene imposte dalla severa legislazione europea in materia. E temo, sospettandolo di simpatie salviniane, che mi infliggerà un pistolotto su come l’Europa ha complicato la vita dei commercianti italiani.

La triste verità è che i giornali scaduti non servono più nemmeno per incartare il pesce.

Domenica (scorsa)

È vero, gli diedi del furbacchione a Houellebecq (e non lo pronunciavo nemmeno bene), ma su di lui ho scritto le cose più belle che si possono scrivere. Allora mi sono rimesso a rovistare in archivio cercando pezze d’appoggio a mia discolpa.

Nel faldone 2015, a dieci anni esatti dal misfatto da me commesso, ho trovato l’email del lettore Francesco Cosco. Mi raccontava di essere rimasto folgorato da Sottomissione di Houellebecq e lodava l’intelligenza «acuta e graffiante» dell’autore. Aveva gradito del romanzo anche «qualche spunto di divertente volgarità di cui ammetto aver sempre subito una specie di fascinazione».

Che tema stupendo: il fascino della volgarità divertente. Un’attrazione che provo anche io e che spiega, secondo me, il grande successo della commedia all’italiana (forse noi italiani diamo il massimo quando siamo volgari in maniera divertente, ma temo che abbiamo perso pure questa virtù nazionale).

Il lettore scriveva poi che Houellebecq gli ricordava «un mio grande eroe, Mordecai Richler» e qui c’è stato da parte mia un applauso a scena aperta al lettore Francesco Cosco, perché avrò scritto la puttanata che ho scritto su Houellebecq nel 2005 (cadrà mai in prescrizione?), però sono stato il primo a sostenere con forza, al limite della virulenza, che La versione di Barney di Mordecai Richler era un capolavoro assoluto (e lo resta).

Infine, il lettore mi informava che avrebbe comprato e letto, dopo Sottomissione, anche Le particelle elementari di Houellebecq e chiedeva: «Faccio male?». Fa benissimo, rispondevo. A quell’altezza cronologica ero già completamente rinsavito in materia di houellebecquismo.

Riflessione generale: è pazzesco come si possa cambiare radicalmente opinione su uno scrittore o su un libro nel corso del tempo, però, ve lo giuro, non cambierò mai idea sullo scrittore XY, oggi di gran moda, lo troverò insopportabile vita natural durante. (La prossima volta vi dirò chi è XY, promesso.)

Domenica (scorsa), sera.

C’è la partita Germania-Italia a Dortmund. All’andata abbiamo beccato due pappine, come diceva Brera, dopo essere passati in vantaggio con una meravigliosa azione tutta di prima conclusa implacabilmente da Sandro Tonali, idolo dei tifosi del Newcastle, tra cui il mio nipote acquisito Graem che, quando lo vedo, mi canta sempre il coro «He eats spaghetti, he drinks Moretti, he hates fucking Sunderland» intonato sugli spalti del St James’ Park in lode di Sandro e in spregio agli odiati rivali del Sunderland.

Nessuno (a parte il mister Spalletti e il qui presente) crede nella rimonta dei ragazzi contro i fucking tedeschi. E, infatti, l’Italia naufraga nel primo tempo peggiore mai disputato nella sua lunga e gloriosa storia. Becchiamo tre pappine e io per la prima volta (la mia fede calcistica nella Nazionale è assoluta) spengo la tv e rileggo quel bellissimo, unico, originale libro che è La borsa di Miss Flite di Bruno Cavallone (l’occasione che mi fa riaprire quel gioiello di letteratura e stile è triste, ma ne parlerò la prossima volta).

P.S. Non trovate che Houellebecq somigli a Guido Ceronetti?

Lunedì (scorso)

Ore 1:35 di mattina. Prima di andare a dormire guardo sul cellulare come è finita poi Germania-Italia. Temo un sei a zero tennistico. E invece (clamoroso al Westfalenstadion) abbiamo rimontato (3-3), come pensavamo soltanto il mister Spalletti e io nel mondo, sfiorando il bis del 4-3 leggendario all’Azteca nel 1970 con il sublime gol di Gianni Rivera.

Che uomo di poca fede sono stato. Ho abbandonato la barca della Nazionale che affondava nemmeno fosse il Titanic. Ho fatto peggio del Lord Jim di Conrad (se non sapete cosa combinò Lord Jim, scrivetemi e ve lo dirò in privato).

Accendo l’Ipad e mi guardo cinque o sei volte gli highlights della formidabile riscossa. I due micidiali gol di Kean sembrano scagliati da una fionda. Sono quasi tentato di aprire Raiplay e gustarmi per intero questo secondo tempo di resurrezione quasi pasquale, questa Italia che si trasforma da dottor Jekyll a signor Hyde. Ma si è fatto troppo tardi. Però metto su Spotify Azzurro di Paolo Conte in onore di Sandro Tonali, Moise Kean e affettuosamente gli altri: «Cerco un po’ d’Africa in giardino, / tra l’oleandro e il baobab».

EPA

Martedì (scorso)

Devo trovare un titolo a questa rubrica, ma non mi viene. Eppure ero bravo a fare i titoli.

Mercoledì (scorso)

Prima che cominci una partita sto molto attento ai particolari, anche a quelli che non c’entrano nulla, anzi soprattutto a quelli. Lo faccio perché in una bella poesia calcistica Giovanni Raboni (prossimamente ve la farò una piccola antologia di poesie calcistiche, promesso) diceva che il destino di una partita di calcio dipende da dettagli infinitesimali, un filo d’erba, un refolo di vento. Un particolare mi aveva disturbato l’altra sera.

ANSA

Il mister Spalletti si è lasciato crescere la barba perdendo la sua caratteristica aria luciferina da Rasputin (il mister ha allenato pure in Russia), che ha sempre molto inquietato gli avversari. La barba lo ha invecchiato di colpo. Sembra un personaggio di Un posto al sole, l’infinita soap partenopea, e non il condottiero che con piglio volitivo condusse il Napoli allo scudetto come Richard Gere porta all’altare Debra Winger in Ufficiale e gentiluomo.

Fossi il mister ripristinerei sciué sciué il vecchio look. Lo Spalletti rasputiniano avrebbe replicato domenica sera il 4-3 del partido del siglo (come diceva la lapide celebrativa di Italia-Germania 1970).

Giovedì (scorso)

Ho un motivo in testa ma non so di quale canzone sia. Meno male che, invece, ho avuto un’idea per la cena di stasera: Spaghetti & Moretti. Dieta Newcastle. E potrebbe anche essere il nome di una catena di ristorantini italiani. Lo brevetto, stavolta divento ricco.

Venerdì (ieri)

Eureka, la canzone faceva così: «Albertosi, Albertosi, Burgnich e Facchetti / con Bertini, Rosato e Cera (c’era un gol!) / Domenghini e Mazzola, Boninsegna e Rivera / in panchina, in panchina con Zoff».

La cantava il Quartetto Cetra. Era dedicata all’Italia vicecampione del mondo in Messico, Ossessione ’70 il titolo. Assieme all’antologia delle più belle poesie calcistiche ne farò una sulle più belle canzoni calcistiche. Anche se so già qual è la più bella di tutte (e non seguirà dibattito).

P.S. Forse l’ho trovato il titolo della rubrica.


per scrivere e chiacchierare con Antonio D’Orrico: lettori@editorialedomani.it

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