In questi anni a scuola noi psicologi e educatori siamo stati sempre investiti dalla richiesta di soluzioni: al bullismo, alla dispersione, ai disturbi alimentari, ai conflitti che attraversano un'età bella e travagliata
Chiamami adulto. Titola così il libro appena pubblicato di Matteo Lancini mentre spopola Adolescence. La mini serie ha impressionato e spaventato la generazione adulta, rapita da sgomento e smarrimento di fronte ad adolescenti che non conoscono e non capiscono. Ma gli adulti erano spaventati già dagli adolescenti, magari meno consapevolmente, e così il titolo di Lancini, Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti echeggia a metà fra il bisogno e la profezia.
Genitori e insegnanti sembrano inermi e confusi da ciò che coinvolge i loro figli e i loro alunni. Il ragazzino qualunque, apparentemente fragile, introverso, gentile, quello che a tredici anni ha l'orsacchiotto sul letto, e può compiere gesti atroci e irreversibili, entra nelle fantasie di morte di ogni famiglia, può essere ovunque. Tutto comprensibile ma estemporaneo, perché ogni adulto dopo pochi giorni tornerà a pensare che è una vicenda che riguarda altri, non i suoi figli, né i suoi alunni.
Allora che fare con questi adolescenti indecifrabili e pericolosi? Prendersi il tempo di ascoltare. In questi anni a scuola noi psicologi e educatori siamo stati sempre investiti dalla richiesta di soluzioni: al bullismo, alla dispersione, ai disturbi alimentari, ai conflitti che attraversano un'età bella e travagliata. La scuola ci chiede soluzioni rapide e indolori, che si occupino come le medicine del solo paziente, fuori dal contesto e dalle relazioni in cui è immerso, senza che nessun altro si metta in gioco.
Ma i protagonisti dei tumulti che agitano la comunità scolastica e riverberano nella società, non sono monadi, sono parti di un sistema di relazioni che ci coinvolge tutti: compagni, insegnanti, famiglie, comunità, ed è in quel sistema di relazioni che ogni agito ha un suo significato.
La priorità a scuola, come in Adolescence, sembra essere, prima di tutto, quella di "neutralizzare" il soggetto pericoloso, renderlo inoffensivo, metterlo di fronte alle sue responsabilità. Nella serie colpiscono l'uso della forza e le misure adottate dalla polizia in osservanza a un protocollo che non tiene conto di nessuna variabile: età, pericolosità, contesto.
A scuola invece il bisogno di neutralizzare il soggetto pericoloso prende forma nelle sanzioni disciplinari, ma appare come un compromesso dettato dalla frustrazione, la resa degli adulti di fronte ad adolescenti che non riescono a gestire e soprattutto a capire, molto spesso nel solco delle “regole da rispettare" e forti del sentimento di giustizia a difesa delle vittime presunte o reali.
La sensazione è che siano gli adolescenti a dettare la linea agli adulti. La scuola, come il resto della società, reagisce, spesso scomposta e di pancia, ai fatti più eclatanti. Per giustificare l'educazione sentimentale troviamo forza nei femminicidi, per educare alle relazioni tra pari ci appelliamo al bullismo, per rispettare le differenze chiamiamo in causa il razzismo e così via. È come se non fossimo in grado di immaginare una società giusta nei rapporti e nelle relazioni. Ovviamente non è solo così: molte e molti hanno un'idea di società giusta e cercano di raccontarla e praticarla, ma non basta a far diventare queste idee "la scuola che vogliamo", anzi, è una comunità che viene vessata da diktat sgrammaticati e maldestri.
Bambine e bambini, ragazze e ragazzi hanno diritto a una comunità di adulti che li ascolti e li sappia aiutare a stare in relazioni sane, giuste, equilibrate, con il tempo che tutto ciò richiede, senza scorciatoie, senza cedere alla paura, senza rincorrere gli eventi.
Molte cose sono cambiate negli ultimi anni, c'è un prima e un dopo l'era degli smartphone e dei social, c'è un prima e un dopo il Covid, e i nostri adolescenti non sono gli stessi di prima soprattutto perchè gli adulti hanno smarrito il loro ruolo, a scuola e fuori.
Abbiamo gli strumenti per interpretare questo cambiamento, recuperando ognuno il suo ruolo, per una società di rapporti più giusti, e possiamo farlo se lo facciamo insieme. La scuola è il luogo in cui tutto ciò è possibile.
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