Andare oltre, nella narrazione di ciò che sta accadendo a Gaza, è complicato. Il rullo delle agenzie, i video che inondano di morte i feed dei social, le dichiarazioni istituzionali, le trattative e le bugie, raccontano solo una piccola parte. Quella che rimane in superficie, quella che le parti di questa carneficina concedono alla stampa. Un racconto che seppur doloroso non dura più di ventiquattro ore, il tempo di un nuovo titolo su una pagina di giornale, di un nuovo reel Instagram, di una nuova violazione del diritto internazionale.

Questo flusso di notizie dura da oltre 17 mesi e normalizza i crimini di guerra in corso, quelli contro l’umanità, i discorsi d’odio di Benjamin Netanyahu e i suoi alleati, e, infine, i piani di pulizia etnica annunciati col petto gonfio tra le pareti della Casa Bianca. Uno dei modi per andare oltre è scavare nelle statistiche dei morti e dei feriti che vengono aggiornate ogni ora. E per farlo bisogna eliminare il filtro di uno sguardo occidentale e lasciare la libertà di parola, almeno questa, ai gazawi che vivono sotto assedio.

Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza pubblicato da Fazi Editore fa proprio questo. Il testo, di cui parte del ricavato sarà destinato per le attività di assistenza sanitaria a Gaza di Emergency, si apre con una prefazione dello storico israeliano Ilan Pappé sul ruolo della poesia come forma di resistenza per il popolo palestinese.

Chi sono

Raccoglie i versi di dieci autori palestinesi, tra cui Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali e Refaat Alareer, pubblicati online a partire dal 7 ottobre del 2023. Ancora oggi alcuni di loro continuano a raccontare la guerra attraverso la poesia. Abu Nada e Alareer sono stati uccisi nei raid israeliani.

Il 15 ottobre del 2023, cinque giorni prima di morire, Abu Nada scriveva: «Il suono che sentiamo è il suono della morte che ci ha superato per scegliere altri, siamo ancora vivi e sentiamo il suono della morte di altri che conosciamo, diciamo: grazie a Dio, l’ultimo suono che hanno udito non è stato il suono del razzo. Chi sente il suono del razzo sopravvive. Siamo ancora vivi fino a nuovo avviso».

Il 20 ottobre non è riuscita a sentire il suono dei caccia, tanto raccontato anche dal poeta palestinese più noto Mahmoud Darwish. I suoi testi hanno raccolto il dolore, mettendolo in condivisione tra milioni di palestinesi.

Un diario intimo

Il libro si sviluppa come un diario dell’orrore intimo, che racconta meglio di qualunque altra cosa le paure e le sensazioni di donne e uomini intrappolati nella Striscia. C’è chi dedica i suoi versi alle tende che accolgono migliaia di sfollati, chi alla prigionia vissuta nelle carceri israeliane e chi ai sogni e al dolore provato di fronte alla morte di un proprio caro.

E poi c’è Haidar al Ghazali, studente che il 7 ottobre del 2023 aveva solo 19 anni e studiava letteratura inglese e Traduzione prima che la sua università venisse bombardata dall’esercito israeliano. Al Ghazali racconta che è diventato grande guardando in faccia l’orrore.

«Sono corso verso la strada, come un bambino, fino a quando il nostro vicino ha messo la mano di una bambina sul marciapiede di fronte a me, quindi non ho distolto lo sguardo, così ho capito che ero cresciuto».

E poi ancora: «Ci incontravamo e ridevamo, ci scambiavamo sussurri e tazze di tè. Non stavamo gioendo. Preparavamo solo il dolore nei ricordi».

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