A dicembre è uscito un documentario che racconta i tour italiani di una band che lascerà il segno nella storia della musica. La capitale sarà un cardine per il gruppo, in almeno tre momenti. Il ruolo di Daniela Giombini, punto riferimento in Italia per il grunge: «Ero l’unica donna a fare quel mestiere, ora c’è molta più parità»
Ha 22 anni Daniela Giombini quando, a metà degli anni Ottanta, decide di organizzare concerti, quasi per gioco. È una giornalista musicale, cura una sua fanzine, collabora con alcune riviste. In pochissimo tempo, con la sua agenzia Subway, comincia a girare insieme ai gruppi, diventando un punto di riferimento in Italia per le band rock e metal, e poi per un genere che sta per esplodere in tutto il mondo, il grunge.
«Eravamo tutti improvvisati, perché nessuno ti insegnava come fare. Guadagnavamo tanto ma avevamo tantissime responsabilità. E poi io ero l’unica donna a fare quel mestiere al tempo. Ora mi sembra che ci sia molta più parità», riflette. A dicembre è uscito un documentario, Rome as you are, che racconta quel periodo, e in particolare i tour italiani di una band che lascerà il segno nella storia della musica: i Nirvana.
Un punto cardine
Roma sarà un punto cardine nella storia del gruppo, in almeno tre momenti. Il primo è il 1989, quando la band arriverà in Italia dopo sei estenuanti settimane di tour insieme ai Tad, con la tappa al Bloom di Mezzago e poi al Piper.
È appena stato pubblicato Bleach, il disco d’esordio, e i Nirvana sono ancora degli sconosciuti dal grande potenziale. Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, i due fondatori della Sub Pop, la casa discografica che sta dando forma alla scena grunge di Seattle, vengono a sapere che Kurt Cobain, provato dal fitto itinerario europeo, è al limite di un esaurimento nervoso, e decidono di raggiungere le due band proprio a Roma, per poi arrivare tutti insieme alla data di Londra con i Mudhoney, il nome di punta in quel momento per la label.
Il concerto, intensissimo, finirà con Cobain in piedi sopra gli amplificatori, a un passo dal lanciarsi sul pubblico. Pavitt, durante la realizzazione del documentario viene invitato a Roma da Daniela Giombini, per ripercorrere insieme i luoghi legati alla band: racconta che quel concerto per Cobain, così stanco e sconfortato, sarebbe stato l’ultimo, dopo di che avrebbe sciolto la band. Ma i due spiantati discografici decidono di restargli accanto, visitando insieme la città, mentre Pavitt documenta tutto con una macchina fotografica (la foto di Kurt Cobain al Colosseo resta una delle più iconiche del leader dei Nirvana).
E proprio i pochi giorni da turista in una città antica così differente dagli Stati Uniti, risollevano il musicista, grato della fiducia dei due proprietari di Sub Pop, che gli compreranno anche una chitarra, che avrà tuttavia vita breve, lanciata verso Krist Novoselic e sfasciata dal bassista sul palco, dopo una sola settimana. Il gruppo dopo Roma rinasce, con un’ispirazione tutta nuova, che porterà alla scrittura di brani immortali.
Nevermind
Nella capitale i Nirvana ritorneranno nel 1991 dopo l’uscita di Nevermind, che venderà più di 20 milioni di copie. Ma al momento del tour, con forse 2mila persone rimaste fuori dal locale senza biglietto, la band deve ancora ricevere le prime royalties e Kurt Cobain si trova a dover chiedere i soldi per chiamare la compagna Courtney Love all’autista del tour bus.
E sarà proprio lei a raggiungerlo nel 1994, in una pausa forzata dalla tournée europea, quando Cobain si rifugiò a Roma, in cui forse si sentiva a casa, a modo suo. Dove viene ricoverato per un’overdose di farmaci, triste presagio del suicidio che avverrà poco dopo. E segnale di un mutamento che sta per travolgere tutto.
«Quando è uscito Nevermind, ha cominciato a cambiare il mercato. C’era una grande competizione» ricorda Daniela Giombini, «ed era una cosa che mi uccideva. Non faceva più per me, che venivo dal mondo indipendente e credevo in certi valori, come lo scambio e l’amicizia. Da lì in poi però tutto diventa solo business. E a me non interessava più così tanto. Non mi piaceva più, stava venendo meno proprio la musica».
L’esperienza di tour manager, rapidamente com’era iniziata, finisce. La vita ricomincia, mentre la musica occorre cercarla altrove. Ecco che rinasce Tribal Cabaret, la fanzine dei primi anni Ottanta, mentre il documentario da qui all’estate girerà l’Italia.
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