A quattro anni dall’omicidio del nostro ambasciatore nella Repubblica democratica del Congo, dinamica e movente restano oscuri. Il nostro paese non si è mosso contro l’immunità diplomatica di due diplomatici responsabili quantomeno di gravissime omissioni nell’organizzazione dell’ultimo viaggio. Tutte le domande irrisolte nel nostro podcast
«L’incontro di oggi è un nuovo sprone nei confronti delle istituzioni perché intervengano senza riserve nella ricerca della verità». Si è espresso così Salvatore Attanasio in apertura dell’incontro bipartisan organizzato al Pirellone dal consigliere Pd Pierfrancesco Majorino, per chiedere verità e giustizia sul caso di Luca Attanasio ucciso nella Repubblica Democratica del Congo assieme al carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e all’autista congolese Mustapha Milambo.
Nel corso del dibattito, durante il quale sono stati ascoltati brani tratti dal podcast “L’Ambasciatore dimenticato”, hanno preso parte rappresentanti di tutte le forze politiche della Regione Lombardia e, da remoto, alcuni parlamentari. Proprio a deputati e senatori al termine delle conferenze, è stata ufficialmente avanzata la proposta di istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta.
I punti di contatto e condivisione con Luca Attanasio, tra lavoro, interessi e passioni, erano talmente tanti e significativi, da rendere la perfetta omonimia con l’autore del podcast (e di questo articolo) un dettaglio. Era un diplomatico fuori dagli schemi e dai compound, come recita il titolo di una delle puntate, aveva una chiara concezione della presenza di un paese europeo in zone impoverite, squassate dai conflitti, provate dagli sconvolgimenti ambientali, di cui, tristemente, la Repubblica Democratica del Congo fa parte a pieno titolo.
Al di là delle relazioni diplomatiche, della sollecitudine per i propri concittadini, Luca Attanasio aveva una preoccupazione per la promozione della pace, della stabilità, del benessere della popolazione. Ed è proprio per andare a verificare e, così sperava, inaugurare una serie di mense finanziate dall’Italia per contrastare la malnutrizione dei bambini delle zone a ridosso di Goma, capitale del Kivu del nord, che ha trovato la morte in quel tragico 22 febbraio 2021.
Quando morì, lo shock che ne seguì, fu enorme e fin dai giorni successivi si ebbe la sensazione che un evento così tragico, avrebbe attivato una serie di reazioni da parte di stato e istituzioni, tali da innescare un immediato percorso di ricerca di verità. La morte di un nostro concittadino all’estero per mano violenta, a qualsiasi estrazione sociale, lavorativa, anagrafica appartenga, è un fatto gravissimo che richiede una pronta risposta del nostro paese. Ma se a morire è il più alto rappresentante del nostro stato, è normale aspettarsi un’azione decisa che non tentenni e vada dritta verso obiettivi il più possibile celeri.
Quattro anni dopo siamo a commentare l’assenza di risultati tangibili sul piano delle inchieste svolte dalla Procura di Roma contro i due funzionari del Pam, Programma Alimentare Mondiale, Rocco Leone e Mansour Rwagaza, e della Procura militare di Kinshasa contro i cinque presunti esecutori dell’agguato. L’indagine di Roma si è chiusa con un “non luogo a procedere” perché i due, rei secondo i magistrati di gravissime ed evidenti inadempienze nell’allestimento del viaggio, tra le quali la falsificazione degli elenchi dei partecipanti alla missione, hanno invocato e ottenuto l’immunità diplomatica.
Riguardo a quella di Kinshasa, la stragrande maggioranza di chi ha seguito il processo e ne ha conosciuto snodi e clamorose incongruenze, sa che con molta probabilità si tratta di capri espiatori e di un procedimento farsa. Ma questi scarsissimi risultati sono il frutto di scelte, non del caso. I governi che si sono succeduti dopo la morte di Luca Attanasio, hanno optato per la non costituzione di parte civile dello stato nel processo contro i due del Pam. I nostri Ros non sono mai andati sul luogo del delitto, ma hanno svolto tutti i loro accertamenti a Kinshasa, a oltre 2.000 chilometri distanza da Goma. Si potrebbero citare altri esempi: la sensazione che si ricava quattro anni dopo è di resa e debolezza.
Da tutto questo scaturisce l’esigenza di un podcast. Per mettere in fila una serie di incongruenze che in questi anni di articoli scritti e inchieste svolte, sono emerse evidentemente. Per dare voce a testimoni fondamentali mai ascoltati da nessun inquirente, come Dario Tedesco, il vulcanologo amico di Attanasio che ha cenato con lui la sera precedente alla morte e a cui ha confidato di aver avuto un litigio furibondo con Rocco Leone dopo aver scoperto che i fondi stanziati dall’Italia per le mense erano spariti e i progetti mai avviati: perché nessuno ha mai indagato sulla sottrazione di fondi alla cooperazione che l’ambasciatore aveva scoperto?
Le inadempienze nella preparazione del viaggio che avviene all’indomani della scoperta di sparizione di tanti soldi, sono solo “semplici” disattenzioni? L’esigenza di fare luce sui contesti in cui si muoveva Attanasio, su quel mix letale composto da corruzione e inefficienza degli organismi transnazionali, malaffare locale e delle nostre sedi diplomatiche, e guerra, sui problemi di cui si doveva occupare e sulle persone che gli gravitavano attorno.
E infine un podcast per fare emergere la figura di questo giovane uomo, morto nell’esercizio delle sue funzioni in cui credeva ciecamente, la sua proverbiale cordialità, la sua decisa umanità.
È inaccettabile che quattro anni dopo si sia sostanzialmente al punto zero. È giunto il momento di passare dalle commemorazioni ai fatti. Un primo, importante passo, può essere l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta: «Uno strumento – spiega Giuseppe Augurusa dirigente sindacale, collaboratore dell'associazione Amici di Luca Attanasio - più efficace perché ha il medesimo potere investigativo della magistratura, può avere accesso ad atti anche segreti ma può, soprattutto, bypassare la questione dell’immunità».
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