«Io non mi sento sola», arringa dal centro dell’aula della Camera la ministra Daniela Santanchè. Risponde alle opposizioni che le fanno notare che la premier «l’ha scaricata», «neanche un messaggio sui social a sua difesa», «sono i suoi che la sfiduciano». Ed è vero che stavolta, a differenza del primo dibattito sulla mozione di sfiducia presentata dai Cinque stelle e votata da Pd e Avs, è venuto qualche ministro in più, c’è la generosa Anna Maria Bernini (c’era anche l’altra volta), Tommaso Foti, Orazio Schillaci, Andrea Abodi, Eugenia Roccella, Alessandro Giuli e Luca Ciriani, che non alza gli occhi dal cellulare. Ed è vero che stavolta i banchi della maggioranza non sono vuoti, anche se sono pieni a metà, dunque mezzo vuoti.

Ma quanto la destra tenga alla sua ministra lo dimostra il dream team schierato per gli interventi a difesa: la leghista Ingrid Bisa, il forzista Enrico Costa, che è da poco rientrato all’ovile e deve spicciare i lavori più umili. Noi Moderati tira fuori dalla panchina un impacciatissimo Calogero Pisano, ma il meglio lo fa Fratelli d’Italia, il partito di Santanchè, per cui prende la parola Andrea Pellicini, non proprio una prima fila, e dice che «la disponibilità a dimettersi le fa onore»: messaggio neanche tanto velato.

Tacco 12

Fa nulla. La titolare del Turismo fa da sé e cerca di difendersi come sa, cioè buttandola in caciara: «Io sono l’emblema di tutto quello che detestate. Voi volete combattere la ricchezza. Io avrò sempre il mio tacco 12 (cm, ndr), ci tengo al mio fisico, avrò sempre il sorriso e non sarò mai come voi». Dunque le opposizioni vogliono mandarla a casa per uno scontro antropologico, non per il suo conflitto di interessi.

Non si sente abbandonata da Meloni, che però fa filtrare messaggi di insofferenza all’indirizzo della renitenza alle dimissioni della sua ex amica. Né si sente sola, «né in questo governo né all’interno del paese, penso di non essere sola nella battaglia del garantismo». Una conversione recente, deve ammettere lei stessa: fin qui ha chiesto le dimissioni di chiunque, 53 volte chioserà più tardi Elly Schlein. Oggi chiede scusa.

La ministra parla alle opposizioni, però non le ascolta durante gli interventi. Lei prende una delle sue famose borsette (Francesca Pascale, l’ex fidanzata di Silvio Berlusconi, l’accusa di averle regalato due Hermès false, lei nega persino in aula) ed esce. Poi torna e si attacca al cellulare, ride e lo passa a chi le sta accanto, che deve fingere di essere a suo agio. Ma in realtà si rivolge soprattutto a Meloni.

«A breve ci sarà un’altra udienza preliminare», parla del suo possibile secondo rinvio a giudizio per truffa allo stato, in arrivo a fine marzo, «le cose non sono andate come alcuni raccontano», comunque «è certo che in quell’occasione farò una riflessione, per poter anche valutare delle mie dimissioni. Ma vi dico una cosa: lo farò da sola, lo farò solo con me stessa». Presidente avvertita. Poi capisce di aver esagerato e attenua, si farà guidare, dice, «dal rispetto per il mio presidente del Consiglio, per l’intero governo, per la maggioranza, ma soprattutto per l’amore che ho per il mio partito», quello di cui, aveva detto, «se ne frega».

Le opposizioni attaccano alzo zero. Loro invece hanno schierato i leader. Perché Meloni non riesce a farla dimettere?, chiede Giuseppe Conte: «Ci sono solo due plausibili spiegazioni. La prima è che lei ricatta Meloni. Può darsi che all’opposizione abbiate condiviso segreti che oggi mettono in imbarazzo la presidente del Consiglio». La seconda «è che FdI, oggi che è al potere, si sente casta intoccabile. Il caso Delmastro è l’esempio di questa vostra convinzione di essere al di sopra della legge». Schlein fa una rima: «Mentre lei viene a difendere le borsette, chi difende gli italiani dalle bollette?». Ma anche per il Pd l’obiettivo è la premier: «Dove si è nascosta? Forse sta registrando un altro video, un contributo da inviare a una convention fra motoseghe e saluti nazisti».

Finisce con un’ovvia sconfitta della mozione, 134 sì contro 206 no, il minimo indispensabile. Finirà con una bocciatura anche la mozione contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio, discussa nella mattinata di ieri, e di nuovo presentata dai Cinque stelle. I numeri anche stavolta sono scontati. Ma le opposizioni non vogliono permettere che le vicende che più imbarazzano il governo, il caso Almasri proprio come il caso Santanchè, spariscano dalle cronache, come chiede palazzo Chigi.

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