Il presidente ucraino sempre più isolato: «Il tycoon vive nella disinformazione». È il “reset” delle relazioni con Putin, fondato sull’idea che la vittima sia la Russia
Donald Trump «vive in uno spazio di disinformazione» e «vorrei che ci fosse più verità con il suo team». È con queste parole, pronunciate nel palazzo presidenziale di Kiev davanti ai cronisti, che Volodymyr Zelensky ha ufficializzato che la misura è colma. Per mesi il presidente dell’Ucraina ha mostrato di guardare Trump senza pregiudizi e perfino con una strategica apertura di credito, nella speranza di poter convincere il presidente-negoziatore ad arrivare ad accordi accettabili sui quali costruire un percorso negoziale.
Zelensky ha probabilmente anche sperato che l’esibita ostilità verso l’Europa fosse, da una parte, un elemento della solita retorica iperbolica trumpiana, dall’altra una chiamata alle proprie responsabilità assai utile per un progetto politico che non è mai arrivato alla maturità, e che sulla sicurezza continua a fare affidamento sullo schema della Guerra fredda.
Ma la reprimenda di Trump all’Ucraina, che «non avrebbe mai dovuto iniziare la guerra», i puerili motteggi sul tasso di gradimento elettorale di Zelensky, la ripetizione dei punti classici della propaganda putiniana talmente pappagallesca che perfino il tycoon, mentre la recitava, ha sentito il bisogno di specificare che non era farina del sacco del Cremlino, hanno dissolto anche gli ultimi residui di speranza. «La nostra forza è che questo accordo è impossibile senza di noi», ha detto il presidente, abbandonando tutte le formule diplomatiche.
La risposta via social di Trump non poteva farsi attendere: ha definito Zelensky un «dittatore senza elezioni» – «se non si sbriga non gli resterà un paese» – oltre che un «comico dal successo modesto, riuscito a convincere gli Usa a spendere 350 miliardi di dollari, entrando in una guerra che non avrebbe potuto vincere e che non sarebbe mai dovuta iniziare».
Ha poi sferzato l’Europa, «incapace di fare la pace» e fortunatamente separata dal continente americano da «un grande e meraviglioso oceano», mentre cresceva il coro di leader europei inorriditi per l’escalation retorica del presidente americano contro gli alleati.
Le due versioni
Peggio dell’incontro a Riad fra le delegazioni di Stati Uniti e Russia, senza che Kiev fosse invitata né l’Unione europea contemplata, c’è stato dunque il modo in cui le parti hanno presentato un vertice dominato dalla parola magica “reset”, una rigenerazione delle relazioni che Washington concede a Mosca in cambio di nulla.
Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha riferito gongolante alla Duma la lettura che il governo dà della posizione di Trump: «È il primo leader occidentale che dice pubblicamente e apertamente che la causa del conflitto in Ucraina è stato il tentativo della precedente amministrazione di espandere la Nato. Nessun altro leader lo ha ammesso prima. Questo è un primo segnale che capisce la nostra posizione».
Ecco la novità che Zelensky non ha mancato di sottolineare: «Hanno dato segnali di parlare ai russi come se fossero loro le vittime». «Questo è un elemento nuovo», ha spiegato, aggiungendo che tutto ciò «rende Putin e i russi molto felici».
Le rime della storia
Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha spiegato che la conversazione preliminare di Riad potrebbe «aprire a nuove conversazioni», e quando hanno chiesto a Trump se potrebbe esserci un incontro fra lui e Putin entro la fine del mese, lui ha risposto: «Probabile».
Su tutto il guazzabuglio diplomatico che ha fatto infuriare l’Ucraina e irritato l’Unione europea aleggia il termine “reset”, proposito di ricostruzione che ritorna ciclicamente nelle relazioni fra Stati Uniti e Russia e che puntualmente viene distrutto dalle incontenibili pulsioni espansioniste di Mosca. Barack Obama nel suo primo mandato aveva riavviato il processo diplomatico, agganciandolo alla trattativa per ridurre gli arsenali nucleari.
Aveva individuato nell’allora presidente Dmitri Medvedev, con la sua aperta ammirazione per l’Occidente e i suoi dialoghi informali nella sua dacia, l’interlocutore che avrebbe potuto aprire una nuova fase, mentre l’eterno Lavrov assieme alla segretaria di Stato, Hillary Clinton, spingeva un bottone rosso con la scritta “reset”, che per uno scherzo della traslitterazione e del destino era stato reso in russo con la parola che significa “sovraccarico”.
Il “reset” non solo non è andato da nessuna parte, ma ben presto le relazioni si sono mosse nella direzione opposta, anche se l’amministrazione democratica ci ha messo parecchio tempo ad accorgersene. Quando nel 2012 Mitt Romney, sfidante sconfitto da Obama alle elezioni, disse in un dibattito che la Russia era il rivale al momento più pericoloso, il presidente reagì con una risata.
Oggi Medvedev è il più rapace dei falchi del Cremlino e il capofila dei propagandisti anti-occidentali, mentre Lavrov è il ministro che annuncia, con un sospiro di sollievo, che finalmente anche la Casa Bianca ha abbracciato la versione della guerra raccontata dalla Russia, quella in cui Mosca è vittima dell’aggressione della Nato, e tutto il resto è conseguenza. Sono queste le basi del nuovo percorso di “reset” fra le due potenze.
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