A Washington, a pochi passi dal Kennedy Center con il suo grande balcone affacciato sul fiume Potomac, sorge l’ambasciata saudita presso gli Stati Uniti. Un cartello stradale che spesso attira la curiosità dei passanti recita “Jamal Khashoggi Way”, cioè “Via Jamal Khashoggi”.

La scelta di intestare la via al giornalista dissidente saudita del quotidiano americano Washington Post, assassinato dagli emissari di Mohammed bin Salman proprio dentro a una rappresentanza diplomatica della petromonarchia del Golfo nel 2018 in Turchia, è stato un modo con cui l’amministrazione Biden aveva voluto rimarcare il peso della vicenda sulle relazioni bilaterali.

Riabilitare MbS

Ma il summit che martedì ha portato a Riad massimi esponenti americani e russi per trattare la fine della guerra in Ucraina ha cementato una volta per tutte il ritorno del Regno Saudita al centro dello scacchiere internazionale. «L’Arabia Saudita è stato il primo viaggio di Trump nel suo primo mandato presidenziale, e la prima telefonata che ha avuto con un leader mondiale nel 2025 è stata con MbS», commenta Jonathan Rugman, autore del libro sul caso Khashoggi The Killing in the Consulate (Omicidio nel Consolato). «Dopo l’invasione russa dell’Ucraina anche Biden ha dovuto rinunciare alla linea dura sul caso Khashoggi, per chiedere a MbS di aumentare la produzione di petrolio durante un viaggio a Riad. Ma è stato Trump ad averlo riabilitato».

Il presidente americano lo sa bene, come emerge da una sua citazione apparsa nel libro Rage del giornalista Bob Woodward. All’allora segretario di Stato Mike Pompeo diretto in Arabia Saudita suggerì: «Dì a MbS che gli ho salvato il di dietro». Sullo sfondo dei rapporti fra i due leader ci sono anche interessi privati e affari. Il genero di Trump Jared Kushner, un buon amico di MbS, gestisce un fondo di investimenti a Miami che ha ricevuto centinaia di milioni dall’Arabia Saudita. Nel suo primo discorso da candidato presidenziale nel 2016 lo stesso Trump aveva detto: «Comprano i miei appartamenti, mi piacciono questi sauditi».

Trump non è solito lasciarsi impressionare da violazioni di diritti umani o dall’inosservanza della legge internazionale e apprezza gli uomini forti come MbS e Putin. «In un certo senso sono un trio perfetto», commenta ancora Rugman. «A un mese dall’assassinio Khashoggi ci fu un G20 a Buenos Aires in cui MbS era completamente isolato. Un solo leader si fece fotografare mentre gli dava il cinque: Vladimir Putin».

Su Riad, primo produttore di petrolio al mondo e grande acquirente di armamenti americani, la Casa Bianca conta anche per avanzare i suoi piani sul palcoscenico mediorientale. Oltre ad essere un prezioso alleato in funzione antiraniana, il regno saudita sarebbe un protagonista naturale di un’eventuale ricostruzione della Striscia di Gaza.

Dopo 16 mesi di guerra devastante con Israele, nella controversa conferenza stampa con Netanyahu lo scorso 6 febbraio, Trump ha annunciato la sua ambizione di fare della Striscia una riviera esclusiva raccogliendo investimenti da stakeholder internazionali. I due hanno anche convenuto che, se il mandato di Trump non fosse finito nel 2020, il processo degli Accordi di Abramo che ha normalizzato i rapporti fra Israele e quattro paesi arabi si sarebbe allargato anche all’Arabia Saudita. Oggi, cinque anni e 50mila morti palestinesi più tardi, l’operazione si preannuncia quantomeno più complicata.

Nell’incontro di martedì a Riad era presente Steve Witkoff, l’inviato in Medio Oriente di Trump, che sembra acquisire sempre più peso nell’amministrazione. Parallelamente Witkoff sta gestendo il delicato file della tregua di Gaza e della sua estensione alla fase 2, che dovrebbe cominciare a inizio marzo. «È solo un po’ più intricata e complicata [rispetto alla prima fase], perché la fase 2 prevede la fine della guerra, ma prevede anche che Hamas non sia coinvolto nel governo e non sia più a Gaza. Dobbiamo quindi far quadrare questi due aspetti», ha detto in un’intervista a Fox News.

Attesa per sabato

Nel frattempo da Tel Aviv arriva la notizia che sabato verranno rilasciati da Gaza sei ostaggi israeliani, un’accelerazione rispetto alla scansione di tre alla volta prevista dall’accordo. Giovedì invece gli islamisti dovrebbero rilasciare i corpi senza vita di alcuni ostaggi che non sono sopravvissuti, fra i quali quelli di Shiri Bibas e dei suoi due piccoli figli, Ariel e Kfir.

Fra i detenuti palestinesi che dovrebbero essere rilasciati come contropartita c’è un numero significativo di militanti che erano stati riarrestati da Israele dopo il loro rilascio nell’ambito dell’accordo del 2011 per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit. Secondo alcuni commentatori, alla base dell’accelerazione della fase 1 ci sarebbe proprio la volontà di Hamas di ottenerne il rilascio prima che le nuove trattative rischino di far deragliare gli accordi.

Di ricostruzione, al di là delle dichiarazioni roboanti di Trump, si dovrebbe cominciare a parlare solamente nella fase 3.

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