Tel Aviv ha annunciato la sospensione dell’ingresso di beni e rifornimenti nella Striscia di Gaza. Alla scadenza della prima fase dell’accordo per il cessate il fuoco, senza che sia ancora stata trovata un’intesa sulla seconda fase, Israele prova a fare pressione per modificare il patto, siglato sotto la presidenza Biden, per ottenere il rilascio degli ostaggi senza dover ritirare le truppe dalla Striscia. «Israele non permetterà un cessate il fuoco senza il rilascio dei nostri ostaggi», si legge in una nota dell’ufficio del premier israeliano, che minaccia «ulteriori conseguenze» per Hamas, in caso di rifiuto.  

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato domenica che il blocco agli aiuti umanitari è dovuto al rifiuto di Hamas di una proposta presentata dall’inviato speciale Usa in Medio Oriente Steve Witkoff, denominata “piano Witkoff” appunto, che prevederebbe di estendere la fase uno, con il rilascio di altri ostaggi, fino al termine del Ramadan e alla Pasqua, il 20 aprile. E, dunque, posporre la fase due che include invece il ritiro delle forze di difesa israeliane dall’enclave palestinese e un cessate il fuoco duraturo.

In una riunione di gabinetto, Netanyahu ha comunicato che lo schema proposto da Witkoff è in coordinamento con il presidente statunitense Trump e per l’inviato speciale in Medio Oriente sarebbe «un corridoio per i negoziati nella fase due, e siamo pronti per questo». Ma Washington, sottolinea il Guardian, fino a domenica mattina non ha confermato l’esistenza del piano. 

Il blocco degli aiuti è stato confermato anche da un post del portavoce del premier israeliano, Omer Dostri: «Nessun camion è entrato a Gaza questa mattina, e non ne entreranno altri in questa fase». «Una decisione simbolica», l’ha definita Israele, che avrebbe calcolato che le scorte entrate nella Striscia in 42 giorni di tregua sarebbero sufficienti per quattro mesi. 

Hamas ha definito la decisione di tagliare gli aiuti «un’estorsione a buon mercato, un crimine di guerra e un attacco palese all’accordo» e chiesto ai mediatori di fare pressioni su Tel Aviv perché rispetti l’accordo firmato inizialmente. «La decisione di Netanyahu di interrompere gli aiuti sta ancora una volta confermando il suo disprezzo per le leggi internazionali e impedendo la distribuzione di medicine e cibo», ha riferito l’ufficio comunicazioni dell’organizzazione, al canale tv qatariota al Arabi. Significa, continua Hamas, «far morire di fame i residenti della Striscia».

Sul punto è intervenuto il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty che, in una conferenza stampa al Cairo, ha sollecitato «la piena attuazione» dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza, invitando l’Unione europea a fare «la massima pressione sulle parti, in particolare sulla parte israeliana» perché si rispetti. «Non c’è alternativa alla fedele e piena attuazione da parte di tutte le parti di quanto firmato lo scorso gennaio», ha detto Abdelatty. 

Gli aiuti umanitari «sono incondizionati», ha commentato la commissaria Ue per la Crisi, Hadja Lahbib, e «devono continuare ad arrivare a Gaza». 

Per Hamas, c’è una «manipolazione in corso» che però non permetterà la restituzione dei «rapiti alle loro famiglie, ma al contrario, porterà a continue sofferenze e metterà in pericolo le loro vite, se non si esercita pressione su Israele affinché rispetti i suoi obblighi».

Accettare il piano Witkoff, secondo una fonte di Hamas sentita dal New York Times, significherebbe «consegnare la metà degli ostaggi» senza alcuna garanzia di un cessate il fuoco permanente. 

Secondo alcuni analisti israeliani, scrive il Guardian, «Netanyahu avrebbe accettato di firmare l’intesa sotto la pressione di Donald Trump, fiducioso che l’accordo non avrebbe mai raggiunto una seconda fase». 

Gli aiuti

Prima dell’entrata in vigore della prima fase dell’accordo per il cessate il fuoco, il 19 gennaio, le agenzie umanitarie avevano lanciato lallarme sul rischio di carestia nella Striscia di Gaza, mentre il governo Netanyahu ha sempre rifiutato ogni responsabilità sul blocco degli aiuti.

Ma, per il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, che ha parlato in conferenza stampa a Gerusalemme, l’allarme di una carestia sarebbe «una menzogna».

Dal 19 gennaio, invece, le forniture di aiuti erano tornati ai livelli prima dell’inizio dell’offensiva israeliana, dopo il 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas.  
 

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