Viaggio nel sottobosco online di chi si allena da anni all’Evento, un disastro che ancora non conosciamo ma che prima o poi capiterà. E adesso anche l’Europa riscopre la virtù del prepararsi, tra pragmatismo e insicurezza globale
La Commissione europea ha lanciato un piano per rafforzare la preparazione dei cittadini in caso di crisi: guerre, disastri naturali, blackout, attacchi informatici o nuove pandemie. Un invito, più o meno esplicito, a diventare tutti un po’ prepper – o almeno a prendere l’idea in considerazione.
Ma che significa? Bisogna fare un passo indietro e addentrarsi in uno dei tanti sottoboschi del mondo online. Il termine deriva dall’inglese “to prepare” e più che una strategia di sopravvivenza per i “prepper” è una filosofia di vita. Che si può riassumere più o meno così: siccome in qualsiasi momento tutto può crollare, tanto vale essere pronti. In altre parole, ci sono persone che si preparano tutti i giorni a sopravvivere all’apocalisse.
E lo fanno da anni. Esistono associazioni, forum e gruppi online dove ci si scambia consigli molto pratici sulle migliori strategie di sopravvivenza. Perché il punto non è mai “se succederà”, ma semmai “quando succederà”.
Così, fino a qualche anno fa, i prepper venivano visti come uno dei tanti strani fenomeni di costume che si possono trovare in internet. E un po’ era anche di alcuni di loro, visto che nei siti americani si trovano guide serissime su come sopravvivere a un’invasione di zombie. E quindi sono questi i prepper? Persone che hanno perso il contatto con la realtà? In realtà no, o almeno “non solo”.
Nel 2020 un virus ha cambiato in tutti la percezione di ciò che sembrava davvero impossibile, e su come la nostra vita possa essere stravolta all’improvviso, di punto in bianco. Il resto lo hanno fatto la guerra in Ucraina, le minacce di Putin e quelle di Trump. Ed è qui che finisce il nostro viaggio nel tempo, per arrivare all’oggi.
Perché si scopre che non tutti i prepper viaggiano solo di fantasia. Semmai sono un po’ nerd e non troppo ottimisti. Ma prepararsi non significa necessariamente fare il tifo per le sventure. Significa essere consapevoli che la vita è imprevedibile e che sta a noi farci trovare sempre pronti.
La rivincita dei prepper
Qualche mese fa, i giornali hanno riportato con una certa enfasi la notizia che la Svezia stesse distribuendo volantini per preparare la propria popolazione alla guerra. È stata letta come una risposta alle ambizioni di Putin e al generale senso di insicurezza che regna ormai nel mondo.
In realtà, nei Paesi scandinavi questi volantini sono un’abitudine da anni – e precedono di molto le attuali tensioni geopolitiche. Rispondono a un’idea semplice: essere civili significa anche prepararsi agli scenari peggiori, per sapere come reagire in caso di vera emergenza. Alle nostre latitudini, dove la guerra è ancora percepita (a torto o a ragione) come un’ipotesi remota, si usano toni simili parlando di protezione civile.
Da qui deriva l’obbligo di avere piani d’emergenza, che spesso immaginano scenari disastrosi che nessuno vorrebbe capitassero mai. Il vero problema nasce quando i disastri si verificano davvero – e nessuno li aveva immaginati. L’iniziativa della Commissione europea risente certamente dello spirito dei tempi, ma è figlia anche di una sorta di “prepping di stato”, simile a quello già sperimentato dalla Svezia. Alcune istruzioni sembrano uscite direttamente dai forum dei prepper.
Uno dei protagonisti del romanzo Il giorno dell’ape, dell’irlandese Paul Murray, reagisce a un momento di crisi personale costruendo un rifugio per sopravvivere all’apocalisse. In Corea del Sud, la vendita di zainetti con un kit di sopravvivenza per un attacco nucleare aumentano in coincidenza con i test dei razzi dei nordcoreani.
La “rivincita dei prepper” è qualcosa di molto simile: è un tentativo di dare un senso a questa folle insicurezza, che deriva dalle esperienze personali o dalla percezione di ciò che accade nel mondo. E se davvero dovesse andare tutto per il peggio, tanto vale avere un salvagente a cui aggrapparsi.
Le risposte
Tra le principali raccomandazioni della Commissione europea, c’è l’invito a mantenere in casa scorte di emergenza sufficienti per almeno 72 ore, comprendenti acqua, cibo non deperibile, medicinali essenziali, torce elettriche, batterie, una radio portatile e contanti. L'obiettivo è garantire l'autosufficienza dei cittadini nelle prime fasi di una crisi, quando i servizi essenziali potrebbero non essere immediatamente disponibili.
Ma se volessimo prendere sul serio queste indicazioni? Dove va messo un kit di emergenza, specie se vivo in un monolocale? Ci sono cose che deperiscono? Quanta acqua mi serve? Cos’altro dovrei prevedere?
Tutte le risposte si possono trovare appunto navigando nei forum e nei siti dei prepper. Ce ne sono diversi anche in Italia. Uno dei più completi è quello dell’Associazione italiana preppers, che ha un’intera sezione dedicata ai test dei prodotti.
Si capisce dunque che più dell’acqua forse è importante considerare le pastiglie potabilizzanti o i filtri. Ci sono guide per il perfetto “baule delle emergenze”. Serve anche un kit delle riparazioni. Ma forse è utile anche scaricare tutta Wikipedia su una chiavetta, visto che si suppone che Internet non funzionerà più.
Elogio della formica
Così, dallo stesso sito è utile scovare la definizione che i prepper danno di loro stessi: «I prepper, secondo il nostro punto di vista, sono sempre esistiti, al contrario di coloro che credono che sia una moda new age», si legge.
«Non vanno in giro armati di machete dietro la schiena, in tenuta mimetica con la maschera anti-gas indossata, ma possiedono un bagaglio di conoscenze che consente loro di far fronte, nel migliore dei modi, a situazioni che possono accadere all’improvviso e quindi modificare lo stile di vita».
«Un prepper non è altro che un individuo che sa che nulla è sicuro, pertanto prevedendo la variabilità degli elementi climatici, sociali e temporali, cerca di essere indipendente e autosufficiente».
«Questi fantomatici e misteriosi prepper sono coloro che hanno abbracciato la filosofia della formica che fa le scorte per l’inverno, poiché tutti conosciamo poi la fine della cicala a cui tanto piaceva cantare».
Crisi e disastri
In un libro fortunatissimo, Nassim Nicholas Taleb ha coniato la definizione di “cigno nero” per tutto ciò che di imprevedibile potrebbe un giorno sconvolgere la nostra vita. La sensazione è che fino a qualche tempo fa, per effetto della crisi economica, il disastro da immaginare fosse soprattutto di natura finanziaria.
Ma il tempo che viviamo ha ampliato l’esercito dei cigni neri: c’è la crisi sanitaria, i disastri climatici, la guerra nucleare, persino un asteroide… e se poi arrivassero gli alieni?
La filosofia dei prepper non si basa su un calcolo delle probabilità di quale potrebbe essere il disastro che capiterà. Tanto che a volte si parla semplicemente di un Evento, con la E maiuscola: non importa la definizione, basta essere pronti. L’Unione Europea, invece, ha inserito questa filosofia nella discussione più ampia del riarmo, dandogli già un vestito preciso.
Più di questo, forse la filosofia dei prepper ha senso se la riadattiamo anche ai piccoli fatti della vita, senza per forza aspettare l’Evento. Se l’adattiamo a tutto ciò che potrebbe capitarci, come un lutto, una malattia, la fine di un lavoro o di un amore.
Significa imparare che si può sopravvivere anche a una crisi, soprattutto se si sa come affrontarla. Non serve aspettare un’invasione zombie per capire che nella vita – anche in quella digitale, emotiva o lavorativa – essere pronti è sempre meglio che farsi cogliere di sorpresa.
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