I filmati della portaerei cinese “Shandong” in navigazione verso Taiwan per un giorno hanno sopraffatto su WeChat le vendite in streaming di alimenti d’ogni genere e i balletti osé delle ragazze gēgemen.

Per l’ultimo war game intorno all’isola, il dipartimento di propaganda del partito comunista martedì ha eccitato gli animi dei nazionalisti con Esorcizzare i demoni e scacciare il diavolo, un video-cartoon in cui il re scimmia Sun Wukong (celeberrimo personaggio del romanzo Viaggio in Occidente) sbarca finalmente su quella che Pechino considera una provincia ribelle, dopo aver sconfitto il nemico grazie ai suoi superpoteri, accompagnato da caccia stealth, droni e sottomarini invisibili.

E così, mentre i “mi piace” piovevano a milioni, l’Esercito popolare di liberazione metteva in scena l’ennesima esercitazione, mobilitando una ventina di navi da guerra e il suo reparto missilistico.

Prova di forza

Una simulazione di attacchi a obiettivi strategici e blocco navale che manda un messaggio chiaro a Donald Trump: basta sostenere quelli che Pechino considera “indipendentisti”, ovvero il Partito progressista democratico (Dpp) al governo. A quasi tre anni dalla visita a Taipei dell’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi (da quel 2 agosto 2022 la pressione sull’isola è aumentata costantemente), la Cina di Xi Jinping vuole mostrare di essere pronta a riprendersi con la forza, se necessario, il territorio dove i nazionalisti sconfitti dai maoisti costituirono un loro governo indipendente dal 1949.

«Quale treno devo prendere per andare a Taiwan? Quello del 2035», recita il ritornello di una canzone nazionalista. Per quella data – secondo un piano del governo centrale – sarà costruita una strada che collegherà l’isola al continente.

Ma di qui a dieci anni, anche molto prima, la tensione tra Pechino e Taipei potrebbe incendiare il Pacifico. L’ascesa economica e militare della Cina, le pulsioni indipendentiste del presidente taiwanese e il “pacifismo” di Donald Trump spingono tutti nella direzione di una quarta crisi dello Stretto (dopo quelle del 1954-55, 1958 e 1995-96).

Le manovre di martedì, scattate senza preavviso, sono una prima risposta (non è da escludere un’escalation nei prossimi giorni) alle ultime mosse di William Lai Ching-te.

Riunione d’emergenza

Due settimane fa il capo del non-stato e leader del Dpp autodefinitosi un «lavoratore pragmatico per l’indipendenza di Taiwan» ha convocato una riunione d’emergenza del suo governo. Il 13 marzo scorso Lai ha definito la Repubblica popolare cinese una «forza straniera ostile» e ha annunciato un pacchetto di 17 misure da adottare, tra le quali la reintroduzione della corte marziale in tempo di pace, per combattere «i tentativi di infiltrazione e di spionaggio della Cina nell’esercito»; un “obbligo di dichiarazione” per i funzionari taiwanesi che intendano visitare la Repubblica popolare cinese; e requisiti più stringenti per ottenere la residenza a Taiwan per chi arriva dalla Cina continentale, Hong Kong e Macao.

Un programma per realizzare il quale servirebbe una maggioranza che probabilmente Lai non avrà in parlamento. Per Pechino si tratta comunque di un inaccettabile tentativo di separare i “compatrioti di Taiwan” dalla madrepatria. Per questo il portavoce militare, Shi Yi, ha dichiarato che il war game è stato un «severo avvertimento e un forte deterrente per le forze separatiste dell’indipendenza di Taiwan, un’azione legittima e necessaria per difendere la sovranità e salvaguardare l’unità nazionale».

Domenica scorsa si era conclusa la prima visita del segretario alla difesa Usa, Pete Hegseth nelle Filippine e in Giappone. Durante il viaggio, Hegseth ha invocato un’alleanza più forte per contrastare «l’aggressione della Cina» nella regione. Ma cosa farebbe Trump in caso di attacco a Taiwan? Se la strategia dell’amministrazione Biden era quella di armare l’isola fino ai denti, per trasformarla in un “porcospino” in grado di resistere a un’invasione, il magnate repubblicano ha mandato a Taipei segnali inquietanti, rimproverandola per «averci rubato la manifattura dei microchip» e di pretendere gratis gli armamenti Usa per la sua difesa.

Mentre il ministro della Difesa di Taiwan, Wellington Koo, protestava per «queste azioni che riflettono ampiamente la distruzione della pace e della stabilità regionale da parte della Cina», da Washington non era arrivata ancora nessuna reazione ufficiale. Resta da capire se per Trump Taiwan sarà un partner o se proverà a utilizzarla come merce di scambio per trattare con Pechino.

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