Il presidente iraniano Pezeshkian: «Favorevole a qualsiasi colloquio». Ma intanto un’altra petroliera è stata colpita a Hormuz. Il Nyt: «Donald ha rinviato l’attacco contro i ribelli yemeniti»
Comincia martedì 22 settembre la giornata, tutt’altro che semplice, di Donald Trump al Palazzo di Vetro di New York. Dove incrocerà i volti dei leader di guerre che non è riuscito a fermare — quella in Ucraina — o che ha ordinato di scatenare — quella con l’Iran.
Ci sarà Volodymyr Zelensky, a corto di armi, che sa bene che il presidente americano sarà fatalmente distratto dal conflitto che infuria più in là di Kiev: nel Golfo. Solo alla vigilia dell’Assemblea generale è arrivata l’apertura del Dipartimento di Stato alla presenza della delegazione iraniana a New York «in conformità con i gli obblighi di paese ospitante». I sauditi, i qatarini, gli emiratini, gli omaniti e i bahreiniti: oggi, in America, nella sede Onu, ci saranno tutti.
Perché alle latitudini mediorientali si stanno creando condizioni troppo «sensibili e pericolose»: così le ha definite il presidente iraniano Pezeshkian, che continua a chiamare gli americani nemici, ma si è detto favorevole «a qualsiasi colloquio che conduca a sicurezza e pace sostenibili. Su questa strada abbiamo bisogno di unità di parola».
Si negozia, si parla, ci si confronta con le pistole alla tempia delle navi: ieri sono proseguiti gli attacchi in alto mare ad Hormuz, una petroliera è stata colpita, Riad ha compiuto decine di attacchi aerei in Yemen, hanno fatto sapere gli Houthi. I ribelli sostenuti da Teheran che sono un altro attore sulla scacchiera con cui ha deciso di negoziare Trump: loro hanno accettato, intanto, di non attaccare navi Usa. Perché per loro il nemico è uno soltanto: Riad.
L’ordine che non arriva
Ma che gli americani siano arrivati vicinissimo a sferrare attacchi contro i miliziani lo ha svelato ieri il New York Times. Giovedì scorso il saudita Mohammed bin Salman era riuscito a convincere il repubblicano a prendere in considerazione un'operazione militare contro gli Houthi che hanno divorato il controllo di territori che una volta era delle forze governative. I comandanti americani avevano individuato gli obiettivi, poi li hanno approvati: al Pentagono doveva solo arrivare l'ordine definitivo, la luce verde per dare il via ai raid. Alla fine, però, Trump ha rinviato l'operazione, entrando in deciding mode, fase decisionale (a chiamarla così è stato lui).
Attaccare o non attaccare: il dubbio del presidente è duplice, ma la reazione potrà essere solo una. Il presidente deve obbedire alle sollecitazioni dei sauditi, degli altri alleati del Golfo per esercitare pressione su Teheran, ma aprire un nuovo fronte di guerra, con il midterm all'orizzonte, può rivelarsi fatale per il calendario politico, per un partito – il suo- ormai tutt'altro che compatto sulla guerra, per l'opinione degli elettori che si stanno rivelando vulnerabili come i prezzi del petrolio. I mercati energetici mostrano segni di risalita per l'apertura negoziale e adesso una decisione militare sarà ancora più difficile da prendere: aumenterebbe ulteriormente la tensione economica.
Litania di minacce
I mediatori che hanno ricevuto le richieste iraniane, latori di messaggi che non possono più essere rispediti al mittente, continuano a lavorare, ma i due eserciti continuano a minacciarsi da lontano. Mentre a New York si aprono le porte della diplomazia, nel resto del mondo si chiudono quelle dei cieli. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha annunciato che, dal 23 settembre, «tutte le compagnie aeree iraniane saranno bloccate in tutto il mondo». Le sanzioni americane colpiranno gli aerei iraniani, ma anche chiunque consenta loro di atterrare o li rifornisca. Chi non rispetterà l'ordine, può escluso dal sistema dollaro.
Teheran non ha mai saputo abbassare la voce davanti alle minacce e ieri il portavoce dei Pasdaran, Hossein Mohebbi, ha avvertito che gli obiettivi di un eventuale nuovo attacco «non sono più necessariamente gli stessi di quelli precedenti». I Guardiani sono capaci di stupire la platea: «Il mondo rimarrà sbalordito dalle nuove capacità belliche» raggiunte, possono cambiare anche «la geografia della guerra». Ed è una guerra in cui gli americani sono stati già sconfitti in maniera «storica e umiliante»: non vogliono accettarlo, ma hanno perso quando hanno dimostrato che non sono stati capaci di riaprire lo Stretto di Hormuz. Le stesse basi nella regione, secondo Mohebbi, ormai sono punti deboli più che di forza su una mappa militare dove i costi per proteggerle sono diventati stellari: eppure, sono rimaste vulnerabili ai raid di Teheran.
Mentre si cerca tregua, sul campo nessuno abbassa la guardia. Il comandante dell'esercito iraniano, il maggiore generale Amir Hatami, riferisce di armate «totalmente preparate e vigili» che non si faranno indietro domani, come non hanno fatto ieri, davanti al nemico. Con le parole, i leader cercano una via d’uscita in America; alle loro spalle, negli Stretti, i loro eserciti, fucili imbracciati, si preparano al prossimo raid.
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