L’Europa è sotto shock. L'atteggiamento rodomontico di Donald Trump ha seminato il terrore ovunque producendo una misura nelle reazioni che è in netto contrasto con quanto probabilmente si pensa. Quando è proprio agli amici, o supposti tali, che si dovrebbe chiarezza, segnalare dove e perché sbagliano. A costo di sfidare l'ira del bullo che, assieme al degno compare Putin, vorrebbe decidere dei destini dell'intero pianeta. Ma il coraggio, diceva il Manzoni, uno non se lo può dare.

Keir Starmer, il premier britannico, osserva timido che Zelensky non è un dittatore ma un leader «democraticamente eletto» ed è «perfettamente ragionevole» che abbia rimandato le elezioni in tempo di guerra. Lo fece anche un suo predecessore, Churchill. Starmer volerà a Washington la settimana prossima assieme al francese Emmanuel Macron nel tentativo di tenere aperto il dialogo anche se il loro interlocutore preferisce il monologo.

Il cancelliere tedesco uscente Olaf Scholz (in Germania si vota dopodomani) lancia il cuore oltre l'ostacolo e definisce «sbagliate e pericolose» le esternazioni del presidente americano. L'Unione europea, con una laconica nota, controbatte che «l'Ucraina è una democrazia e la Russia no». Ursula von der Leyen, con lo spagnolo Pedro Sanchez e il portoghese Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, sta facendo le valige per Kiev in occasione del terzo anniversario del conflitto. Porteranno solidarietà e poco altro.

L’irresponsabilità del capo

Verrebbe da pensare che negli Stati Uniti è stata emanata in gran segreto una norma non scritta che emenda il presidente dall'etica della responsabilità. Dunque rendendolo “irresponsabile” lo si assimila a un bambino. Peccato che sieda alla Casa Bianca e possa maneggiare i pulsanti del governo mondiale. Donald Trump ci aveva abituato alle bugie, in questo però degno compare di tanti altri colleghi, agli eccessi, all'autoritarismo che sconfina in atteggiamenti anti-democratici per non dir di peggio.

Doveva approdare, come ha fatto, era questione di tempo, alla falsificazione della storia, alla torsione dei fatti per raccontarli a suo uso e consumo. E non vicende passate o trapassate che hanno visto esibirsi in questo sport riduzionisti e negazionisti, contando sulla memoria corta della gente. No.

Il tycoon stravolge la narrazione della guerra d'Ucraina a cui la platea mondiale assiste da tre anni avendo a disposizione una massa enorme di informazioni. Trasforma l'aggredito in aggressore, bolla Zelensky come «comico mediocre» e «dittatore senza elezioni», termine mai usato con Vladimir Putin che in effetti le elezioni le tiene... dopo essersi sbarazzato, anche fisicamente, di qualunque oppositore. Ma le elezioni, la volontà del popolo sono il jolly che Trump gioca quotidianamente, l'investitura che gli permette qualunque nefandezza, la democrazia di un giorno solo, il giorno delle urne, e poi disattesa per i quattro anni a venire.

Si fosse espresso in questo modo un Kim Jong-un qualsiasi, il dittatore nordcoreano, si sarebbe invocata la camicia di forza e si sarebbe passati oltre. Ma il leone della foresta, il potente padre-padrone dell'America, ha ruggito e dal regno si alzano solo belati, quando va bene. Altrimenti è un silenzio assordante.

Tace Giorgia Meloni, come spesso le capita di recente anche per altri dossier, stavolta irretita e in bilico tra la coerenza del proclamato sostegno estremo a Kiev a cui si era impiccata e la necessità di un'inversione di rotta se volesse compiacere l'amico Donald in nome del comune sovranismo. L'afonia della capa secca la gola a tutti i Fratelli d'Italia in attesa di capire se arriverà il “contrordine camerati”. Nella maggioranza, Salvini mena in can per l'aia, evita di entrare nel merito, garantisce il «pieno sostengo a Trump per impegno nella soluzione dei conflitti». Aggiunge che «sta facendo in poche settimane più di Biden in quattro anni».

Insomma la butta in tribuna. Antonio Tajani sfoglia il dizionario degli eufemismi, in qualche modo giustifica il plutocrate per le sue «parole dure», probabilmente perché «non ha gradito la reazione di Zelensky all'incontro Usa-Russia in Arabia Saudita». Forse doveva ringraziare del fatto che stavano decidendo il suo destino senza di lui.

Chi loda il tycoon

Giuseppe Conte, grato per il confidenziale “Giuseppi” con cui fu accolto dal plutocrate durante il suo precedente mandato, loda Trump per avere «smascherato la propaganda bellicista dell'Occidente». Il dono della chiarezza si schianta contro la verità fattuale: fino a prova contraria non è l'Ucraina che ha invaso la Russia il 24 febbraio del 2022, tra poco tre anni esatti. Quanto al Pd la posizione più netta è del senatore Sensi: «C'è una sola parola per le espressioni usate da Trump. Vergogna. Profonda. Totale. Assoluta».

In conclusione. Trump vomita falsità. Ma ha talmente abituato ai suoi deliri che li si derubrica ai ghiribizzi di un ragazzino, o ai deliri di uno zio Sam che ha perduto il senno. O, anche, all'uomo forte con cui stare per ideologia, giusto o sbagliato che sia ciò che dice. Nella paralisi delle risposte che genera, tuttavia, lui ci sguazza. E si sente autorizzato a continuare a giocare con il mappamondo.

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