Nel profondo nord, in una terra piena di potenzialità, in un parco tecnologico dove nascono le aziende del futuro, nei giorni scorsi ha aperto una nuova facoltà universitaria di ingegneria: in una sede costruita in tempi record, fra il 2022 e il 2024, in soli due anni e per poco più di 69 milioni di euro. Siamo a Bolzano e il tentativo è quello di trasformare una potenziale cattedrale nel deserto in una zona piena di vita, dove si incontrano gli studenti che imparano il lavoro del futuro e gli imprenditori che già oggi cercano di innovare.

In questa zona industriale piena di verde, a una decina di minuti in auto dalla stazione dei treni, si può fare un viaggio nel mondo del lavoro che cambia: vivere in concreto un dibattito filosofico che ormai da qualche tempo è di estrema attualità. Ovvero, come riuscirà la tecnologia a supportare il lavoro umano, senza sostituirlo? Se ne parla molto sui giornali, ma qui si sperimenterà davvero in diversi piani di laboratori, dove già oggi convivono l'intelligenza artificiale, i robot e l'ingegno umano.

Le nuove tecnologie hanno bisogno di nuove professionalità

La professoressa Angelika Peer dell'Università di Bolzano

Siamo in una vecchia fabbrica di alluminio, in un edificio che un tempo neppure ospitava operai ma soltanto enormi trasformatori che creavano un inaccessibile campo elettromagnetico. Oggi la stessa energia si trasmette in modo metaforico, fra giovani ricercatori e insegnanti, studenti e innovatori.

La professoressa Angelika Peer insegna ad esempio come si possano progettare sistemi intelligenti centrati sull'uomo, mettendo gli algoritmi davvero a servizio degli utenti. Nella stessa stanza un robot con un sorriso artificiale sembra spiarci di soppiatto.

Chiediamo alla professoressa Peer se in quelle stanze si progetta il lavoro del futuro, o tecnologie fatte per togliere il lavoro agli uomini: «Non togliamo affatto il lavoro, semmai lo spostiamo», spiega. «Tutte queste nuove tecnologie hanno bisogno di nuove professionalità. Ci sono sistemi nuovi che hanno bisogno di programmatori, di professionisti che raccolgano e analizzino i dati. E poi abbiamo un altro problema: ci sono settori dove non c'è più forza lavoro e la dobbiamo sostituire con l'automazione. A questo serve questa nuova facoltà: a insegnare le competenze del futuro».

La scommessa: far parte dell’evoluzione senza subirla

Il punto è che anche in un'università così giovane, come è quella di Bolzano – che nel suo insieme è nata per volontà della provincia autonoma meno di trent'anni fa –, questo dibattito sul progresso sembra già un po' stantio. Non c'è dubbio che il modo in cui lavoriamo stia cambiando, seguendo strade che un tempo erano pura fantasia.

Solo che adesso è realtà e l'idea di ostacolare il progresso è semplicemente come buttarsi in un mare in tempesta, sperando di cambiare il senso della corrente. Quanto meno è poco pratico. La tecnologia sta evolvendo in tutto il mondo e la sfida, che si gioca proprio nelle università, è capire come si possa essere parte di questa evoluzione, senza subirla.

Luisa Petti è professoressa di elettronica. Prima di arrivare qui, ha fatto ricerca a Zurigo e a Cambridge. Gran parte del suo lavoro riguarda chip, sensori e circuiti. E anche se a Bolzano non si lavorano materiali tradizionali e molto costosi come il silicio, ha uno sguardo privilegiato su come le nanotecnologie siano diventate i veri tesori per cui potrebbe valere la pena combattere nuove guerre mondiali.

«Per certe tecnologie il centro del mondo si trova in Asia», racconta. «Con il chips act l'Unione europea sta cercando di recuperare il terreno perduto. Ma servono grossi investimenti».

Il parco tecnologico

La zona industriale di Bolzano è stata creata di imperio negli anni Trenta. Il fascismo sperava così di italianizzare queste zone, che da pochi anni erano state strappate all'ex impero austriaco. Gli investimenti e gli sgravi fiscali favorirono l'arrivo di grandi complessi industriali, e con loro anche la migrazione interna degli operai.

Tutto questo porterà a grandi contraddizioni, per molti aspetti drammatiche. Sul finire degli anni Trenta ai tedeschi del Sudtirolo fu offerta un'opzione: scegliere di restare come cittadini italiani, o diventare tedeschi trasferendosi nei territori del Terzo Reich.

Chi conosce l'Alto Adige sa che questa situazione ha lasciato ferite, che col tempo si sono rimarginate, ma non del tutto. Eppure fra i corridori della nuova facoltà di ingegneria di Bolzano tutto questo sembra ancora più lontano, perché lo sguardo è rivolto al futuro e non al passato. L'idea è di sostenere l'economia della provincia con il più alto prodotto interno lordo d'Italia inserendola in un contesto pienamente internazionale. Qualcuno degli studenti se ne andrà all’estero, ma qualcun altro tornerà, attirato dall’alta qualità di vita.

La convivenza tra start up e università

È questo lo scopo del Noi techpark, un campus che è stato costruito nel 2017 per ridare vita alla vecchia fabbrica di alluminio. Intorno alle stesse vie e agli stessi prati, ci sono 70 aziende, 27 start up, 52 laboratori scientifici e di prototipazione e tre istituti di ricerca. In totale già lavorano quasi 2.400 persone, perlopiù impiegate in quattro grandi settori: ambiente, cibo e salute, digitale, automotive e automazione.

Ma ciò che sorprende davvero è la velocità con cui vengono costruiti nuovi edifici e come vengono subito popolati. Dire che si sta costruendo la Silicon Valley italiana forse sarebbe esagerato, ma la filosofia non è poi tanto distante. L'assessore di riferimento, Philipp Achammer, parlando in tedesco, dice che c'era solo un rischio molto concreto: appunto che diventasse «una cattedrale nel deserto».

Come fare per evitarlo? Trasferendo qui parte della popolazione studentesca: le facoltà di Economia, Scienze agrarie, ambientali e alimentari e ora appunto la nuova facoltà di Ingegneria. Quest'ultima offre cinque corsi di laurea triennale, cinque di laurea magistrale, tre corsi di dottorato e due master di primo livello: 800 studenti in totale che potrebbero diventare presto mille.

Uno sguardo esclusivo sul frequente che sarà spesso futuro

Perdendosi fra i lunghi corridoi della vecchia fabbrica di alluminio, avventurandosi lungo laboratori fra robot, prototipi e bracci automatizzati, si ha proprio la sensazione di avere un anticipo sul futuro. Ma in realtà è solo uno sguardo esclusivo sul presente che popola già le nostre università. E molto presto le nostre case, le nostre auto e i nostri dispositivi elettronici.

In una stanza c'è chi progetta sensori per rilevare le nanoplastiche negli oceani. Il gruppo guidato da Oswald Lanz, professore di computer vision e deep learning, lavora a sensori da applicare agli occhiali da vista sensorizzati, in un prototipo sviluppato per Meta. Una videocamera è in grado di analizzare in tempo reale una partita di pallavolo, trasformando ogni azione in dati e statistiche.

C'è una camera termo-igrometrica-acustica (si chiama davvero così), dove si studia quanto le pareti o i vestiti siano in grado di isolare dal caldo e dal freddo. In un altro laboratorio ancora si progettano tessuti che possono essere inquadrati con gli smartphone, per accedere a tutte le informazioni sul materiale e la sua provenienza.

Ma forse il progetto che potrà avere un impatto davvero enorme ha le dimensioni di un piccolo sensore, che potrà essere integrato nelle nostre auto. Michael Haller, responsabile per interfacce di nuova generazione e per l’interazione fra uomo e computer, spiega che sarà in grado di analizzare il guidatore e prevedere, con ore di anticipo, il rischio di un infarto.

Tutte le volte che si discute dei posti di lavoro che la tecnologia rischia di far scomparire, bisognerebbe fare almeno un accenno alle vite che potrebbe salvare.

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