La maggior parte dei lettori boccia il divieto, ma le risposte al sondaggio lanciato dalla newsletter Tempo Pieno si sono distinte per varietà. A fare da collante la necessità di impegnarsi per l’inclusione sociale. Mentre le modalità sono da chiarire
Se Giuseppe Valditara è in buona fede apra al dialogo. Così aveva scritto il docente di linguistica italiana Massimo Arcangeli sulle pagine di Domani pochi giorni dopo che il ministero dell’Istruzione e del Merito lo scorso 21 marzo aveva inviato una circolare a tutti i dirigenti scolastici delle scuole statali e paritarie e ai direttori generali degli Uffici scolastici regionali per sottolineare che nelle comunicazioni ufficiali «è imprescindibile il rispetto delle regole della lingua italiana».
E quindi, «l’uso di segni grafici non conformi, come l'asterisco (*) e lo schwa (ə), è in contrasto con le norme linguistiche e rischia di compromettere la chiarezza e l'uniformità della comunicazione istituzionale». Secondo Arcangeli la circolare è «solo l’ennesimo alibi per sottomettere tutte le minoranze a una presunta maggioranza». Ma, come ribadisce anche il linguista, è importante parlarne.
Proprio con l’obiettivo di avviare un dibattito sul linguaggio e sugli strumenti che possono considerarsi efficaci per promuovere l’inclusione, nel primo numero della newsletter sulla scuola Tempo Pieno, abbiamo chiesto ai lettori, attraverso la newsletter sulla scuola Tempo Pieno (qui per iscriversi), che cosa ne pensate di asterischi e schwa: «È giusto vietarli a scuola?». Il dibattito è stato poi allargato ai lettori della newsletter quotidiana Oggi è Domani (qui per iscriversi).
Dai risultati del sondaggio viene fuori che la maggior parte dei lettori, il 64,5 per cento, non è d’accordo con la circolare del Mim. O perché, spiegano i più, «ci sono problemi più importanti da affrontare». E sarebbe meglio lasciare a ogni istituto la possibilità di strutturare le comunicazioni come ritiene necessario. Oppure perché è importante ricordare che «anche la lingua italiana si evolve» e l’impegno per contrastare discriminazioni e ghettizzazioni passa anche attraverso le trasformazioni del linguaggio.
Le risposte
«Le parole raccontano la realtà in cui viviamo e vogliamo vivere. Il raggiungimento delle pari opportunità passa dal linguaggio», chiarisce, ad esempio, senza indecisione, uno dei nostri lettori. «La battaglia per l'inclusione si combatte anche con il linguaggio, quindi, non sono d'accordo con il divieto di per sé escludente, come ogni divieto. Tuttavia ritengo anche che la battaglia per l'inclusione si combatta in mille modi, tutti più incisivi dell'uso di asterisco e schwa. In primo luogo occorrerebbe formare lungamente gli insegnanti confrontati con un'utenza sempre più variegata di cui sanno troppo poco, distratti dal loro ruolo di educatori dalla necessità di muoversi in un orizzonte prevalentemente nozionistico e sempre più ristretto, in senso proprio e figurato», suggerisce un altro, per chiarire il suo punto di vista. «Sono oggettivamente graficamente brutti come segni, e penso che la lingua sia importante, ma non sono d'accordo col divieto, a meno che non si torni all'uso del o/a, i/e in ogni documento. Mi sembra poi che il ministro dovrebbe occuparsi di cose serie… ne ha se vuole nella scuola», ci scrive altro utente.
Il dibattito
Per la sociolinguista Vera Gheno, come ha spiegato nell’articolo «Cosa racconta il divieto di “schwa”. Ma all’italiano fa più male il burocratese», è vero che spesso le circolari scolastiche sono poco comprensibili ma «lo schwa e l’asterisco sono l’ultimo dei loro problemi, che identificherei piuttosto nell’ostinazione a impiegare una lingua lontana dalla vita quotidiana, dall’uso vivo, utile a creare un baratro tra chi scrive e chi legge piuttosto che a costruire ponti: il burocratese. Spero dunque che il Mim agisca con la stessa solerzia contro queste concrezioni calcaree linguistiche, che di certo non favoriscono la chiarezza e la comprensibilità dei testi in discussione», scrive.
Non tutti, però, sono contro «l’uso di segni grafici non conformi» nelle comunicazioni ufficiali delle scuole. Per il 35,5 per cento dei lettori che hanno risposto al sondaggio, infatti, il ministro Valditara ha fatto bene a ribadire il divieto. Perché, secondo il 19,4 per cento, con asterischi e schwa i testi diventano poco comprensibili. O «perché la battaglia per l’inclusione non si combatte con il linguaggio», pensa il 16,1 per cento: «L’uso ridicolo di asterischi e schwa è solo un modo di considerarsi alla moda. Un tempo era di moda far passare con galanteria le signore per prime o alzarsi per cedere loro il posto. Non mi pare che la parità di genere se ne avvantaggiasse», scrive a proposito uno dei nostri lettori.
A fare da collante, però, tra le opinioni variegate di chi ha partecipato al dibattito di Tempo Pieno, c’è la consapevolezza che portare avanti l’impegno per l’inclusione, come collettività, è necessario e non rimandabile. Da definire – come emerge dal sondaggio – sarebbero le forme attraverso cui farlo.
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