Nell’era dei social avatar, creazioni dell’AI, replicanti più o meno immaginari sono all’ordine del giorno. Ma cosa significa, oggi, incontrare il proprio doppio?
Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Nell’era dei social media, dove l’identità viene continuamente messa in scena, plasmata e replicata, cosa significa davvero incontrare il proprio doppio? Se in Dostoevskij, Poe o Pasolini l’incontro con il sosia è l’emblema di una crisi profonda e metafisica, oggi la questione ci risulta assai più immaginabile e meno problematica: avatar, creazioni dell’AI, replicanti più o meno immaginari sono all’ordine del giorno, sosia molto meno epici e disturbanti di quelli del secolo scorso.
Oggi l’immagine del doppio non è quella del fantasma desideroso di distruggerci, ma del modello a cui somigliare. «Con l’aumentare della nostra fiducia nei modelli, quella in noi stessi decresce, e quando una simile frustrazione si verifica troppo di frequente e cominciamo a trasformare troppi modelli in rivali e in ostacoli, la logica perversa della nostra mente tende a accelerare il processo e a trasformare automaticamente gli ostacoli in modelli» – scrive René Girard.
I doppi
Se esiste una copia del nostro io, dunque, questa è vuota, smaterializzata, pronta a trasformarsi di nuovo. Quanto più cerchiamo di essere originali, tanto più ricadiamo nell’emulazione dei nostri doppi: non possiamo più essere originali, perché abbiamo visto troppo. Imitiamo l’originalità di qualcuno che la sta perdendo a sua volta, in una vorticosa spirale di imitazioni dove tutti si raddoppiano e ognuno costituisce il sosia fantasmatico dell’altro. Ancora Girard: «Un’insaziabile brama di distinguersi dagli altri trasforma l’uomo apparentemente sano in un doppio di tutti gli altri appestati».
La catena che separa la rappresentazione dalla verità è lunga, e la verità – l’originalità, il più anelato e disperante di tutti i valori – diventa inafferrabile. Cadono le differenze. Tutti iniziano a somigliare a tutti. I doppi si moltiplicano. Lottano, fino al caos. La tenuta dell’equilibrio sociale rischia di precipitare nella crisi mimetica. In La voce inascoltata della realtà, il filosofo scrive: «Finché sopravvive, la legge impedisce alle differenze e alle identità di dissolversi ritornando alla confusione bellicosa dei corpi».
Sosia
Ma dove inizia questa storia? Quando viene concepita per la prima volta la possibilità concreta che, bighellonando in una strada della nostra città, non lontano da casa nostra, si possa incontrare il proprio doppio? L’antonomasia ce lo suggerisce: il primo personaggio della letteratura occidentale a incontrare il proprio doppio è Sosia, un servo che muove i suoi primi passi nell’Anfitrione di Plauto, commediografo latino nato a Sarsina intorno al 250 a.C.
La trama della commedia è semplice: Giove si innamora di Alcmena e chiede l’aiuto di Mercurio per poter passare una notte con lei. Così, mentre Anfitrione è via per la guerra, Giove assume le sue sembianze, mentre Mercurio prende quelle del suo servo, Sosia. Quando Anfitrione torna vittorioso scopre di essere stato tradito, così come il suo servo scopre a sua volta di essere stato sostituito. Tutto si risolve quando l’uomo capisce che il suo rivale in amore è nientemeno che Giove, il re degli dèi.
Una tipica commedia degli equivoci insomma, dove Sosia, incontrando Mercurio che ora ha il suo aspetto, dà il via a un vero e proprio filone unico della letteratura occidentale: la duplicazione dell’identità di un personaggio. Viene così codificata per la prima volta, attraverso questo rocambolesco incontro, una delle più grandi e inconfessabili paure dell’essere umano: quella di non sapere più chi si è. Scrive Pasolini in Bestia da stile: «La dissociazione è la struttura delle strutture: lo Sdoppiamento di un personaggio in due personaggi è la più grande delle invenzioni letterarie».
Ma veniamo all’incontro: Sosia si sta avviando verso la casa di Anfitrione per avvertire Alcmena, la padrona, che il marito è tornato con il suo esercito. La scena si svolge di notte, momento ideale per allucinazioni e sogni. Sosia ha la lanterna in mano e si lamenta della sua condizione di servo. Dopo aver fatto un epico racconto della battaglia vinta dal suo padrone, si accorge che c'è uno strano uomo che si aggira intorno alla casa. Non placet, commenta, e non sa che l'aspetto più sgradevole e spaventoso della vicenda non gli si è ancora presentato.
Poco dopo, infatti, Sosia si accorgerà che quell’uomo è tale e quale a lui, e sostiene anche di avere il suo stesso nome. Anzi sostiene di essere lui Sosia, il servo di Anfitrione. Inizia così un violento e scurrile alterco. Più si rafforza la comune identità dei due avversari, più i temi dominanti del dialogo diventano il nome e l’aspetto. L'uno indica l'identità, l'altro la determina.
Entrambi entrano in crisi. Chiunque infatti può dichiarare di avere un nome, ma solo la figura, l'imago, può fungere da estrema conferma di identità. Sosia impiega diverso tempo prima di "rinunciare alla sua identità": e temporeggia probabilmente continuando ad avvicinare la lanterna a quel volto in cui non vede altri che se stesso. La vista dei propri tratti nel viso dell’altro lo fa dubitare della validità dei propri. Pone allora al suo doppio una serie di domande specifiche, questioni che soltanto lui può conoscere.
Ma l’altro, incredibilmente, gli dà risposte corrette (Mercurio possiede l’onniscienza divina: il confronto fra i due è chiaramente impari). A questo punto il povero Sosia è costretto a spostare l’attenzione su un altro strumento conoscitivo: il corpo. Sosia sente fisicamente il dolore delle botte che ha appena preso da Mercurio: quindi la sua reale esistenza non può essere confutata. “Igitur ego dubito?”, si domanda. La mente può ingannare, la memoria fallire, ma il dolore fisico, quello è reale e non può essere messo in dubbio. Ma neanche questa dimostrazione risulta sufficiente: guardare Mercurio è proprio come guardarsi allo specchio.
Com'è possibile? Da qui il successivo passaggio logico, che ha qualcosa di intimamente politico, se non addirittura prerivoluzionario: se io non sono più Sosia, si dice, allora non sono più neanche uno schiavo. Liberandosi della propria identità, Sosia intravede la possibilità della libertà.
Liberazione
È proprio su questo che la commedia plautina torna a parlare con forza alla contemporaneità. Non tanto negli aspetti inquietanti che può comportare l’incontro con il proprio doppio, quanto nel senso di liberazione che si può provare dall’essere sostituiti. Di qualche anno fa è la serie tv Scissione (la seconda stagione su Apple TV) dove alcune persone – degli impiegati di una mortificante, anonima, insormontabile attività d’ufficio – decidono di scindere il proprio cervello in due: una parte vive solo quando lavora, l’altra solo quando il lavoro finisce. Il doppio in quel caso è uno Stesso inconsapevole.
Girard è il filoso che più di tutti ha descritto i meccanismi reali della società contemporanea: è vero che desideriamo quello che gli altri desiderano, ma è pur vero che in un mondo in cui tutti i desideri sono conoscibili e manifesti, questo desiderare ci rende schiavi. E allora, anche per noi, quanto potrebbe essere liberatorio cedere al nostro doppio il nostro posto nella società? Sì: potrebbe essere bello se il nostro doppio tornasse ad essere un corpo, assumere una sembianza fisica.
Un gemello nascosto, un impostore, un illusionista. Liberandoci così da tutti quei doveri, che altro non sono che la realizzazione di quello che, per imitazione, abbiamo desiderato. Così, forse, non l’identità, ma la sua perdita – scardinandoci dalla nostra posizione sociale – potrebbe diventare il nostro più potente strumento conoscitivo.
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