Jannik è di nuovo in finale agli Australian Open di tennis un anno dopo la conquista del primo Slam. La supremazia è soprattutto mentale, così palese da intimorire avversari che dispongono di colpi estemporanei più forti. Il succo di cetriolo ha posto rimedio alla desalinizzazione del corpo. I problemi potrebbero arrivare solo se qualcosa dovesse minare questa sua capacità di vedere oltre
Dove eravamo rimasti. Alla frase pronunciata da Enzo Tortora nel momento del ritorno alla conduzione di Portobello dopo l’assurdità giudiziaria di cui era stato vittima mancava una cosa. Fondamentale. Il punto interrogativo. Tortora pronunciò quella frase dolente come un’asserzione, un punto di inizio, non con il torno interrogativo che lascia spazio a un’incertezza. Praticamente lo stesso tono con cui potrebbe pronunciarla ora Jannik Sinner, domani mattina avversario di Sasha Zverev nella finale di Melbourne: esattamente come un anno fa quando però l’avversario era Medvedev. Dove eravamo rimasti. Senza punto interrogativo.
Oggi Jannik è più Sinner di un anno fa quando rimontò al russo uno svantaggio di due set. È una considerazione assai meno banale di quanto potrebbe apparire. La sua supremazia è soprattutto mentale ed è talmente palese da intimorire avversari che magari dispongono di colpi estemporanei più forti dei suoi, come il Ben Shelton battuto in semifinale: uno capace di servire la seconda a 216 kmh.
La capacità di Sinner di isolarsi dal mondo esterno e produrre il massimo risultato possibile in campo anche a fronte di presupposti sfavorevoli è unica al mondo. Shelton gli ha scagliato addosso il servizio al corpo per tutto il primo set. I gesti sono diversi ma i suoi piedi saltellano per il campo pur senza musica di accompagnamento: per riuscirci ci vuole una capacità non comune di creare una bolla di silenzio attorno a sé. Una bolla che gli consente di trasformarsi in una sorta di mentalista che in campo vede cose che noi umani non riusciamo a vedere.
Il meccanismo perfetto
Perde il primo game del match? Gioca quello successivo entrando con chirurgica precisione in quello che l’avversario vivrà come un inevitabile micro-appagamento per l’inatteso regalino. Così recupera il break alla prima occasione. I suoi piedi danzanti lo mettono continuamente in condizione di concentrarsi sullo schema che LUI vede in campo, e che lo mette in condizione di sapere prima come potrà violare le difese dell’avversario.
Tutto dice che i problemi per Sinner potrebbero arrivare, in stagione, solo se qualcosa dovesse minare questa sua capacità di vedere oltre. Il succo di cetriolo salato pare abbia posto rimedio alla repentina desalinizzazione del suo organismo, una possibile concausa dei tremori visti contro Rune e dei crampi di cui è stato vittima proprio nel finale del match contro Shelton. Ma il mentalista si è posto in modalità energy saving, il che per chiunque altro avrebbe potuto voler dire paura-di-farsi-male. Lui, semplicemente, ha scacciato la paura dal suo perimetro mentale accorciando con successo gli scambi rimanenti. Ogni colpo un vincente o quasi. Che volete che sia.
La prossima
La finale contro Zverev sarà un’altra cosa. Durissima. Il tedesco ci arriverà fresco come una rosa visto che è uscito vincente dal match contro Djokovic dopo un solo set, peraltro lungo (quasi un’ora e un quarto). Il serbo si è ritirato tra i fischi di spettatori delusi per il mancato show, certo, ma anche posti in una posizione di pregiudizio da una serie di fatti e fatterelli di cui Djokovic e chi gli sta vicino sono stati protagonisti: aver sospettato che il suo fermo all’arrivo in Australia nel 2022 per aver millantato un vaccino anti Covid a cui non si era sottoposto fosse frutto di una misteriosa macchinazione; aver rifiutato l’intervista di fine match dopo il successo contro Lehecka perché, a suo dire, un cronista di Channel 9 aveva preso in giro i tifosi serbi. In più c’è il fatto che in Australia la comunità serba è sì numerosa ma altrettanto lo sono quelle croate e greche, non esattamente amiche dei serbi e dunque più disposte a fischiare l’ex numero 1 del mondo.
Nole si è probabilmente strappato la coscia, cose che succedono a 37 anni abbondanti. Certo i fischi di ieri (censurati dallo stesso Zverev, sempre più padrone del suo personaggio pubblico) aggiungono sofferenza al più vincente di sempre che mai è riuscito a conquistare i cuori, al contrario dei suoi arcinemici Nadal e Federer.
La fisicità
I match fra Jannik e Zverev sono da sempre un sublimato di fisicità. Il tedesco non hai vinto un titolo Slam, un desiderio ancora inesaudito, alla maniera di Ivan Lendl, che ne conquistò otto ma mai quello che più avrebbe voluto: Wimbledon. Zverev ha battuto Jannik al quinto set in un ottavo di finale di New York due anni fa. Rappresentò per Sinner un ko difficile da metabolizzare ma fu anche alla base della sua successiva esplosione. Lo ha portato a essere ciò che è oggi. A Cinncinnati l’anno scorso ha vinto Jan al tiebreak del terzo. Zverev è maturo e contro di lui la partita bisogna vincerla sul terreno della fatica. Il Mentalista sa benissimo che conteranno quei momenti in cui vedrà nei piedi ma soprattutto nell’atteggiamento dell’avversario qualche rallentamento, qualche pausa, qualche fantasma. Grazie a quella visione dovrà disegnare la sua strategia.
Che Sinner rappresenti oggi un’evoluzione del ragazzo che era anche solo pochi mesi addietro è dimostrato anche da un altro aspetto. Quando mai si è visto un giocatore che annuncia (voce dal sen fuggita ma che volete, nessuno è perfetto) un anno prima la separazione da un coach (Darren Cahill) che lo ha plasmato fino a potenziare le sue capacità visionarie e di conseguenza a diventare numero 1 al mondo, e che senza battere ciglio ne parla come se si trattasse dell’argomento più comodo? Mancano 11 mesi alla fatidica separazione, nel mezzo ci sarà anche (a metà aprile) la tanto sospirata sentenza del Tas di Losanna sul caso-Clostebol, il mondo potrebbe ulteriormente cambiare (in meglio la si vede molto dura) eppure Jannik affronta questi e altri temi con la serenità di un trappista benedettino.
La diretta in chiaro
Nel suo lungo commento post partita al microfono di Jim Courier, Jannik ha detto: «In passato ho già compiuto scelte importanti riguardo alla mia carriera». Prima persona singolare: ho già compiuto. Una sottigliezza lessicale che però sottigliezza non è e che si può trascrivere più o meno così: io scelgo, sono padrone del mio destino. Che volete che sia decidere su chi dovrà seguirmi l’anno prossimo al fianco di Vagnozzi.
Un uso della lingua importante e significativo tanto quanto il «dove eravamo rimasti» senza punto interrogativo. In ultimo: la finale di domattina (ore 9.30) potrebbe godere di una diretta in chiaro. Discovery, il gruppo che detiene il marchio Eurosport, si è detta pronta a trasmettere il match sul Nove. Quando il marketing arriva dove la politica tarda: la lista degli eventi “di interesse nazionale” che devono godere di diretta in chiaro (al cui interno ci sono anche le finali dei tornei dello Slam) è stata sottoposta dall’AgCom all’Unione Europea due anni fa: ma non è ancora arrivato il nullaosta.
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