Chi, come il leader di Azione, concepisce pragmaticamente la politica non come mera disputa ideologica ma come azione mirata ad assumere responsabilità di governo, con il suo terzismo, rischia di inibirsi proprio l’approdo al governo
Anche se Giorgia Meloni, non proprio signorilmente, ha profittato della tribuna generosamente messale a disposizione da Azione per fare ciò che più le viene facile, ovvero la rituale polemica con l’opposizione, sarebbe sbagliato muovere critiche a Carlo Calenda per l’invito alla premier al congresso del suo partito.
Improprio parlare di asse Parioli-Garbatella, nonostante Meloni sia stata accolta con parole di ostentata «emozione» (cfr. Elena Bonetti), nonostante prossemica e applausi, nonostante le sia stata riservata una posizione eminente e inusuale nella scaletta dei congressi altrui, subito dopo il leader.
L’invito, ripeto, è coerente con l’orgoglioso terzismo calendiano sempre unito all’enfasi sulla sua asserita determinazione a discutere di tutto e con tutti, concentrandosi sul merito delle questioni senza legarsi ad alcuno schieramento. Meno coerente è l’eccezione gridata riservata al M5s con parole sprezzanti, quasi una scomunica. Toni ossimorici da “estremismo moderato”. Il terzismo “perfetto” non dovrebbe conoscere eccezioni.
“Talento sotterrato”
Ho sempre pensato che, nel panorama politico nostrano, Calenda si segnalasse per due qualità rare e preziose: un profilo personale e politico genuinamente liberale; e l’intuizione (sua) di un deficit cronico caratteristico delle decisioni pubbliche in Italia cui porre rimedio, ovvero la (trascurata) cura metodica per la loro implementazione. Un deficit di know-how ascrivibile sia alla legislazione che alla prassi amministrativa.
Proprio la convinzione che si tratta di due qualità rare e preziose acuisce il rammarico a fronte della preoccupazione che esse non siano messe in circolo; che si risolvano in un “talento sotterrato”; e che Azione finisca per giovare, preterintenzionalmente, alla destra al governo.
La quale di sicuro non brilla per le due menzionate qualità: cultura liberale e gestione trasparente e competente della cosa pubblica, ma, semmai (si vedano le nomine di stato), dalla occupazione sistematica di poltrone e strapuntini riservati a fedeli inadeguati. Deprivando il fronte di un’auspicabile alternativa, che di un tale duplice apporto avrebbe bisogno.
Pregiudicare l’alternativa
Che il “combinato scomposto” dei tre partiti al governo dia corpo a uno schieramento decisamente impermeabile a una sensibilità liberale mi sembra sempre più manifesto. Si pensi all’endemico gregarismo/subalternità di FI e alla affannosa, goffa gara tra Lega e FdI per guadagnarsi i galloni di zelanti sodali del trumpismo. Si pensi anche alla recente riproposizione del premierato assoluto – una tomba per la democrazia liberale e costituzionale – che si sperava riposto in soffitta.
Il mito, quasi la religione della terzietà, quantomeno dovrebbe essere situato dentro le regole elettorali vigenti e gli attuali rapporti politici che, entrambi, difficilmente cambieranno sostanzialmente. Pena un esito sicuro: quello di pregiudicare le chance di un’alternativa e semmai di favorire la stabilizzazione dell’egemonia della destra a trazione nazionalista e euroscettica se non espressamente antieuropeista. Il bis del 2022.
È un peccato e, insieme, una contraddizione. Chi, come Calenda, concepisce pragmaticamente la politica non come mera disputa ideologica ma come azione mirata ad assumere responsabilità di governo, con il suo terzismo, rischia di inibirsi proprio l’approdo al governo.
Spero Calenda non me ne vorrà, ma un suo vistoso limite soggettivo, psicologico e relazionale, si riverbera in un limite oggettivo, cioè nella invincibile refrattarietà alla mediazione, che è categoria immanente alla politica democratica. Ancora: alla sua rivendicata propensione a concentrarsi sulle questioni tematiche si deve obiettare che le soluzioni ai singoli e molteplici problemi non sono mai neutrali o indifferenti, che esse (soluzioni) rinviano a scelte di valore, a orientamenti che, più o meno consapevolmente, tuttavia chiamano in causa complessive visioni di società.
In breve, temo che Calenda sconti un problema di relazioni e di comunicazione che ne pregiudica le indubbie qualità. Seguendolo nei suoi confronti pubblici, si avvertono la sincerità ma, insieme, spesso, la inanità dello sforzo di farsi comprendere. Quasi un soliloquio.
Meriterebbe che egli riflettesse su un elemento che segna i trascorsi non più brevissimi del suo pur recente partito: e cioè come gli riesca difficile aggregare altri; come numerosi e significativi siano, già agli atti, i casi di chi, associatosi a lui, poi lo ha lasciato. Anche al netto della singolarità del divorzio da Matteo Renzi. Azzardo: vorrei sbagliare ma, forse, più in radice, Calenda sconta un endemico difetto di vocazione politica.
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